15 agosto 2012

EBAGUA

VARESE All'indomani della gara con il Pontisola, Giulio Ebagua ha voglia di dimenticare in fretta la contestazione dei tifosi che ha provocato la sua reazione (dito medio alzato).
Ebagua, le è costato chiedere scusa?
Come cattolico e come professionista, no. Dal punto di vista umano, sì. Ma era giusto farlo per la gente che era allo stadio, soprattutto per i bambini.
Pensa che c'entri il razzismo?
No: al massimo può essere un appiglio, un pretesto di chi non ha motivi validi per contestare.
Perché continuano a beccarla?
Me lo sto chiedendo anch'io. Credo che sia stato il mio passaggio al Torino dell'anno scorso a scatenarmi contro questi tifosi. Si vede che qualcuno era innamorato di me e si è sentito tradito dalla mia partenza.
Le rimproverano ancora le dichiarazioni del post Benevento.
Ero stato espulso e sapevo che avrei preso tre giornate di squalifica. La mia stagione era finita e volevo salutare i tifosi, ma le mie dichiarazioni furono mal interpretate. Non me ne volevo andare e non parlai mai dell'Udinese.
Dopo il coro «Di Ebagua me ne frego perché Neto ci fa gol», domenica sera ha subito insulti ben più pesanti e non ce l'ha fatta a restare calmo.
Sono rammaricato per aver reagito, e lo dico da cattolico. Il Signore mi ha messo alla prova, io ho reagito male e chiedo scusa. Quanto a quel coro, è simpatico: a volte lo canticchio anch'io...
Cosa pensa di questa situazione?
In Italia c'è un'anomalia rispetto agli altri Paesi europei: quella che fa credere ai tifosi di poter comandare. Come professionista non ho nessun problema a prendermi i loro insulti, ma non accetto l'idea che vogliano dettare legge a tutti i costi. E per questo sono pronto ad alzare la voce.
Che cosa si aspetta ora?
Rispetto, come quello che io porto per la maglia biancorossa.
Resterà a Varese?
Questa città è il luogo ideale per fare calcio. A parte questo episodio di domenica, dettato dalla frustrazione di qualcuno, è la piazza più tranquilla in cui sono stato. E qui a Varese voglio rilanciarmi.
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