16 luglio 2012

FUTBOLOGIA

Un proclama, un appello, una minchiata, una promessa, un invito, un dài dài dài alla cazzo di cane, una richiesta d’aiuto. Una proposta di calcio totale alla depressione. Attacchiamo. Divertiamoci. Annusiamo calcio da quando eravamo bambini. L’odore di muffa dello spogliatoio, il grasso per ungere le scarpe, il sudore delle maglie. Intere formazioni mandate a memoria. Lo giochiamo. Lo abbiamo giocato. L’oggetto magico di ogni materiale: carta, stracci, plastica, cuoio, e quel cazzo che si usa adesso per fare un pallone. Così come le superfici: asfalto, terra sconnessa, aiuole con in mezzo alberi e panchine, sabbia, terra rossa, sintetiche o artificiali. Erba. Sempre troppo poca. Guardiamo il calcio da sempre. Riconosciamo gli stadi di mezzo mondo ai primi fotogrammi. Abbiamo numi tutelari. Epiche figure mondiali, insieme a piccole divinità locali. E con loro una costellazione, una spoon river di campioni, compagni e amici da ricordare. Eppure lo sappiamo. Il livello del discorso sul calcio in Italia è molto basso. E il sistema del business globale del calcio è nella merda fin sopra i capelli. Da tempo ci divertiamo meno. Inutile girarci intorno. Però abbiamo un piano. Attaccare. Con una squadra forte. Ci allena Zeman, movimenti rapidi in campo, gradoni in allenamento. La squadra la facciamo noi, ma si gioca tutti insieme. Alziamo l’asticella, fondiamo, dal basso, l’Università del Pallone. L’idea è nata come uno scherzo. Convochiamo un po’ di amici, attiviamo alcuni contatti, vediamo che succede, se qualcuno ci sta. Un Convegno su un altro Calcio. Da una prospettiva storica, comparatista e contemporanea. Di potere e di cultura popolare. Scienze sociali e fisiche, Arte, Letteratura e Audio-Visivo convocate intorno all’oggetto fútbologico per coniugare la magia del tornare bambini alla meccanica quantistica. Il pressing alto e Piazza Tahrir. Una piccola quanto salutare onda d’entusiasmo ci ha travolti. Gianni Minà, John Foot, Simon Kuper, Valerio Mastandrea, Paolo Sollier, David Goldblatt e altri che continuano ad aggiungersi ci hanno comunicato un sì repentino e di pieno coinvolgimento. Non solo a esserci, ma collaborare. E così pure un mucchio di altri amici, per dare una mano in tanti modi. E allora la cosa si deve fare. E si deve fare bene

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