31 luglio 2012

NO AL CALCIATORE MODERNO

Rino Gattuso ai tempi del Milan Tutta colpa dello spogliatoio. Ingestibile secondo Rino Gattuso che al giornale francese France Football ha confessato di aver deciso di lasciare il Milan per problemi «di ambiente». L'ex centrocampista milanista, oggi al Sion, «non stava più bene» e non si sentiva «più se stesso» a causa dell'andazzo un po' anarchico dello spogliatoio.
MENEFREGHISMO PER LE REGOLE - «Un tempo era molto piu semplice da gestire - ha detto Gattuso -. La malattia mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista. Gli ultimi due o tre mesi ho notato cose mai viste in 13 anni di Milan». L'ex rossonero fa riferimento ai ritardi e ai comportamenti anomali dei suoi compagni di squadra: «Quando c'era un allenamento alle 9,30 in molti arrivavano solo 10' prima dell'inizio e nessuno diceva niente - ha proseguito -. Io arrivavo con tre quarti d'ora d'anticipo, magari per fare esercizi, massaggi o solo per prendere un caffè in tranquillità. È una cultura frutto di anni di esperienza». Ritardi e menefreghismo per le regole che andavano avanti per tutto il giorno. «Era una situazione che innervosiva molto gli anziani del gruppo. L'energia deve essere spesa in campo, non fuori». Il cambio d'umore è infine arrivato: «Restavo in silenzio. Non ero contento. Così ho capito che era arrivato il momento di andarmene».
Gattuso con la maglia del SionGattuso con la maglia del Sion
GOURCUFF GESTITO MALE - Per l'ex rossonero a Milano ci sono «troppe occasioni per uscire da casa, la vita notturna è terribile». Per esempio aveva consigliato a Yoann Gourcuff, nei suoi anni in rossonero, di andare a vivere a Gallarate, invece di Milano: «Ho sempre creduto fosse un grande giocatore, il suo talento è indiscutibile. Ma era solo un ragazzo. Andava troppo in giro, arrivava in ritardo agli allenamenti e il Milan è intervenuto quando Yoann non sapeva più gestirsi. Bisognava pensarci prima». E ancora:
TROPPI LUSSI NON AIUTANO - «A vent'anni non siamo tutti uguali. Quando arrivi al Milan disponi di una casa di 400 mq, in centro a Milano, e nessuno si preoccupa di come gestisci la tua vita». Al Sion, Gattuso ha ritrovato l'anima del calcio: «Per 13 anni mi sembra di avere praticato un altro sport. Forse il vero calcio, invece, è questo, dove devi fare le cose da te. Poichè voglio diventare allenatore in futuro, quest'esperienza mi servirà».

BELLA RISSA

ALFERO - Botte da orbi all’edizione 2012 della Bevimagnalonga ad Alfero. La rissa ha visto come protagonisti alcuni giocatori di una squadra cesenate di rugby e un gruppetto di tifosi del Cesena Calcio. In totale una dozzina di persone tra i venti e i venticinque anni tutti piuttosto alticci. Tutto è nato domenica sera intorno alle 21, quando gli ultras del Cesena si sono lanciati in cori da stadio poco elegenti nei dei giocatori di rugby.

In un primo momento i giocatori avrebbero
lasciato correre poi, saturi, hanno deciso che non avevano intenzione di stare ulteriormente ad incassare e sono andati alle mani.
Nel giro di pochi minuti, nel parco del Casone, sono volati pugni e schiaffi con i litiganti che si sono spostati lungo le vie del paese, nel tentativo incrociato di fuggire e rincorrersi. Per sedare gli animi bollenti c’è voluto l’intervento delle forze dell’ordine: ben tre pattuglie dei carabinieri. Bilancio finale: tre contusi accompagnati al pronto soccorso, per i quali i medici hanno emesso una prognosi di sette giorni. I Carabinieri ora stanno procedendo all’identificazione dei partecipanti alla rissa tutti italiani e quasi tutti del territorio di Alfero.

RED BLUE EAGLES

I Red Blue Eagles prendono ufficialmente posizione sul progetto dell' Acquasanta e, più in particolare, della curva che dovrebbe ospitarli a lavori avvenuti. Per questo si rivolgono al Sindaco ed all' assessore allo sport, Emanuela Iorio, con una lettera aperta.
Questa la nota integrale pervenuta in redazione:
"Noi come Red Blue Eagles L’Aquila 1978, intendiamo pubblicamente dire la nostra in merito  al progetto del settore che a breve dovrebbe diventare la nostra “nuova casa”, ovvero la curva sud del nuovo stadio di Acquasanta, presentata dai più come un gioiellino.
La nuova curva sarà dotata di tre ingressi, di cui due laterali e uno centrale posizionato proprio dietro la porta di gioco. Quest’ultimo dividerà in due quello che dovrà essere il “settore Ultras”, precludendoci di fatto la possibilità di posizionarci al centro della curva, che da sempre in tutti gli stadi italiani rappresenta il cuore del tifo e Noi non possiamo assolutamente accettarlo!
Premettiamo che fin dall’inizio,ovvero due anni fa, quando fu fatta una prima bozza del progetto avevamo esposto delle  precise richieste su come sarebbe dovuta essere la nostra curva, ma sebbene il progetto sia stato oggetto di diverse stesure e revisioni il nostro appello è caduto nel vuoto e rimasto inascoltato, mentre a Noi veniva detto ben altro!
Abbiamo preso atto che, nelle ultime variazioni apportate al prospetto della curva, si è passati da una struttura iniziale in tubi e giunti a una in cemento armato e acciaio, ma niente è mutato relativamente alla nostra sollecitazione.
Nonostante rassicurazioni e promesse ricevute in questi ultimi due anni dalle istituzioni locali, rappresentate dalla figura dell’ex Vice Sindaco nonché ex Assessore allo Sport e dall’ex Provveditore alle Opere pubbliche, l’ingresso centrale della curva, quell’orrendo “buco”, è rimasto ancora li, NULLA E’ CAMBIATO!
Per Noi, non è assolutamente un problema secondario o risibile come può sembrare ai più, ma è di FONDAMENTALE IMPORTANZA, venendo infatti già da un’analoga situazione, in quanto la curva sud dello stadio Fattori presenta un problema simile poiché divisa in due settori, uno occupato da Noi ormai da decenni e il secondo dove trovano posto tutte le altre persone.
Ed è per questo che apprendiamo e constatiamo con rammarico e rabbia di essere stati presi in giro, nonostante i diversi incontri avuti con chi ci aveva assicurato di poter risolvere il tutto, nonostante aver seguito le varie fasi del progetto in tutte le sue evoluzioni, nonostante aver fatto sempre e continuamente presente il nostro punto vista, le nostre idee e le nostre esigenze.
Maggior delusione deriva dal fatto che la nostra richiesta, non solo non è mai stata portata a conoscenza e affrontata da chi di dovere come ci hanno fatto credere, ma soprattutto che una soluzione al nostro problema era possibile, non richiedendo infatti spese e costi aggiuntivi e potendo essere risolta durante le continue modifiche apportate al progetto negli ultimi due anni, non ultima quella effettuata quasi due mesi fa, come confermatoci dagli addetti ai lavori.
L’ipocrisia non ci appartiene, non possiamo far finta di nulla e rimanere in silenzio. Per questo intendiamo ribadire pubblicamente con questo comunicato il nostro pensiero. Questa curva nel modo in cui verrà realizzata non ci appartiene, non ci piace, non la sentiamo e non la sentiremo mai come casa nostra.
Chiediamo esplicitamente che venga rimosso l’ingresso centrale della nuova curva o che sia apportata in corso d’opera questa miglioria per Noi molto significativa.
Per questo ci rivolgiamo, al Sindaco in prima persona, al nuovo Assessore allo Sport Emanuela Iorio, al presidente dell’Aquila calcio Corrado Chiodi e a chiunque altri possa intervenire, affinché si adoperino per esaudire la nostra richiesta.

TORNA A FARE GIOCATTOLI

Genova - Enrico Preziosi, presidente del Genoa, intervistato dal giornalista dell'emittente genovese Telenord, torna sulla partita con il Siena: “In quella gara i cosiddetti ultras hanno rischiato di farci prendere punti di penalità. Dal quel momento ho capito quanto non hanno mai voluto fare il bene del Genoa. Era tutto premeditato, non è successo al terzo gol subito. Questo comportamento non è accettabile. Ho visto famiglie scappare e i miei giocatori stranieri che non capivano nulla ed è per quello che sono entrato in campo. Io accetto le critiche, ma arrivare a danneggiare la società non lo ammetto. La violenza va debellata perché fa male e penalizza tutti. Con questo comportamento è giusto che i tifosi abbiano pagato anche se ne sono dispiaciuto”.

29 luglio 2012

COMO-INTER

Il Como prende posizione contro gli ultras coinvolti in scontri prima e dopo l'amichevole con l'Inter. Ecco il comunicato del club lariano:
 
"Martedì 24 luglio 2012 al Sinigaglia è andata in scena una festa entusiasmante per gli oltre 6000 presenti sugli spalti.
Una festa per la città, per il Calcio Como, per le persone che hanno vissuto una giornata di sport vero e soprattutto per tutti i bambini, tantissimi, che sono riusciti a vedere, a stringere la mano e a strappare qualche autografo ai loro campioni.
Festa in campo e festa sugli spalti. Un'atmosfera che a Como non si respirava da oltre 10 anni quando allora si festeggiava il ritorno dei lariani in serie A.
Una giornata di solidarietà che ha visto ospiti del Calcio Como i bambini di Finale Emilia, invitati al Sinigaglia per regalare loro un sorriso e tanti occhietti lucidi nel vedere i vari Zanetti, Snaijder, Palacio e tutti i campioni neroazzurri.
 
Come Società Calcio Como crediamo che 50 imbecilli non debbano ricevere altro che l'indifferenza più totale e le pene più aspre e ferme da parte della Giustizia.
La festa di 6059 brave persone che hanno pagato per assistere ad una partita gioiosa e dei tantissimi bambini presenti non può e non deve essere offuscata dalla cronaca di episodi deplorevoli che nulla hanno a che vedere con un evento di amicizia e solidarietà".

CURVA NORD LIVORNO

La curva Nord dello stadio 'Picchi' di Livorno, cuore pulsante del tifo amaranto, non chiuderà, l'obiettivo della società è creare un ambiente compatto per "una tranquilla salvezza attraverso il bel gioco". Lo ha detto il direttore tecnico del club, Attilio Perotti, annunciando anche la prossima apertura della campagna abbonamenti.
 
Nelle scorse settimane erano state le parole del patron, Aldo Spinelli, confidate a un quotidiano sportivo, a riaccendere le polemiche tra società e tifoseria: "Chiudo la curva Nord - aveva detto più o meno il presidente - e così risparmio sul costo degli steward". Un affronto intollerabile per molti tifosi già delusi da un mercato che non accende gli entusiasmi ("se non vi piace questo spettacolo - ha detto Spinelli agli ultrà durante un recente faccia a faccia - potete sempre andare al cinema").
 
 
Ora Perotti prova a ricucire: "Lo scorso anno - spiega il direttore tecnico - abbiamo dovuto lottare contro diversi fattori esterni, non ultimo la morte di Morosini, e ci siamo salvati solo all'ultima giornata perché abbiamo trovato unione di intenti e determinazione. Ecco, dovrà essere così anche quest'anno: tutti uniti tifoseria, media e società per il bene del Livorno. L'obiettivo è quello di fare un campionato che ci consenta di arrivare, attraverso un bel gioco, a una tranquilla salvezza". Intanto, Perotti ha anche annunciato che il club ha preso in gestione per tre anni i campi del 'Centro Sportivo di Stagno', che saranno la sede di allenamento delle squadre giovanili. "E' il segnale - ha concluso il direttore tecnico - che il Livorno guarda avanti cercando di programmare al meglio il suo futuro".

SENZA PROVINCIA

Un lungo striscione appeso fuori dalla curva Nord dello stadio di Pisa con la più che eloquente scritta 'Pisa non si tocca, mai con Livorno m...' e un lungo volantino distribuito ai circa 1.000 spettatori che stanno assistendo alla gara amichevole Pisa-Pontedera.
 
Così i tifosi pisani hanno espresso il loro parere sull'ipotesi di accorpamento tra le due Province, con la possibilità - per loro, infausta - che la città labronica diventi il capoluogo.
 
Da giorni la protesta dei pisani ha invaso anche Internet e un gruppo creato su Facebook ad hoc esprime il dissenso raggiungendo in pochi giorni decine di migliaia di adesioni.
 
Stasera allo stadio il calcio ha lasciato spazio al campanilismo e sono tanti i cori e gli sfottò contro Livorno. A nulla serve ricordare che nei decenni passati, quando il Pisa veleggiava in serie A, il 'presidentissimo' nerazzurro dell'epoca, Romeo Anconetani, aveva proposto lo stadio unico 'Pisorno' a metà strada e per entrambi i club. Le divisioni restano, eccome.
 
E sono messe nero su bianco dai gruppi ultrà pisani anche su un volantino distribuito agli ingressi delle tribune dove, tra l'altro, si legge: "Increduli dobbiamo affrontare un argomento da film comico o da Vernacoliere (la famosa rivista vernacolare livornese che da decenni prende di mira i pisani, ndr), ma dove non arrivano comicità e satira ecco arrivare il Governo dei professoroni. Il nostro no ha anche motivi di ordine sociale ed economico: basti pensare alle tre università pisane, o chiedere ai ragazzi livornesi l'orario dei treni per Pisa e vi snoccioleranno a memoria decine di soluzioni. Ciò non avverrà certo all'inverso".
 

25 luglio 2012

THE FINAL E' COME IL VIAGRA

Per chi volesse ancora acquistare questo imperdibile libro, fondamentale come la cinghia negli scontri, come il cucchiaio per il brodo, come il Viagra per la penetrazione. 10 euri più spese di spedizione, ben 5 euri di sconto sul prezzo di copertina. Se fate i bravi pure una felpa di ULTRASBLOG IN OMAGGIO!
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Copertina libro
THE FINAL
Three Italian Gentlemen
Disponibile
Pagine: 180
Codice ISBN: 9788897257509
Caratteristiche: carta avorio; brossura fresata; copertina plastificata
Prezzo: 15,00 €

Scheda Libro

Tre narratori anòmici, un'unica entità multiforme che si cela dietro uno pseudonimo palesemente preso a prestito dall'immaginario più “dandy” e teppisticamente elitarista della galassia del tifo estremista internazionale. Tre ultras italiani, navigati e carichi di disillusioni, ma altrettanto consapevoli di un compito autoconferitosi di voler essere testimoni, umili e parziali, di un'epoca al crepuscolo e di un movimento anche contro-culturale, antisitemico e sociale oltre che un mix di misticismo sportivo e/o di prassi di violenza semi-delinquenziale. Tre ultras italiani provenienti da tre curve imprtanti e fondamentaliste all'interno degli scenari esteremistici del calcio tricolore. Un viola, un “butel” veronese e un gobbo. Tre scrittori, tre ultras e tante altre cose nella vita di tutti i giorni che decidono di incontrarsi al giro di boa dei 40 anni già superati o da raggiungere e di raccontare la loro giornata particolare a metà fra il viaggio sentimentale e quello della definitiva formazione. Un “touch and go” all'interno del calcio britannico minoritario, quello più povero e meno ingioiellato della vecchia imperturbabile Scozia. Terra in cui le anomalie e le forti contraddizioni, oltre che le ataviche rivalità del mondo britannico, si esternano ciclicizzandosi in migliaia di rivoli settari. La terra dove il modello repressivo albionico ha attecchito forse con minor clamore e sponsorizzazione mediatica, rispetto a quello “cockney” e “scouse”, per rimanere in due città simbolo della violenza “hooligana” ma che ha trasferito sulle “terraces” le tensioni che ne attanagliano il tessuto sociale, politico e religioso. Come vedremo, solo in superficie. Un escamotage letterario, simile al Cuore di Tenebra di Lorenz o per iperboli sovraesposte, alla “Divina Commedia” degli sconfitti, laddove i 35 anni del Sommo divengono la cifra anagrafica che accomuna le nostre esistenze all'evolversi del movimento da cui proveniamo e alla allegoria di un viaggio al centro delle nostre ragioni residue. Le voci si sovrapporranno nella narrazione fluida di questo diario di viaggio. Così come allo stadio i cori che cercano di reiterarsi all'infinito vengono sostituiti a seguire da un altro nuovo o contrario, o addirittura sopraffatti da quelli degli avversari, che istigati, ci sommergono di fischi ed insulti fino a coprirci per poi azzittirsi di nuovo. Nessuno potrà dire chi narra e chi ascolta, un'anarchia narrativa simile all'anarchia dei nostri pensieri, e beninteso, non ascrivibile ad un referente ideologico, bensì ad una conseguenza strutturale, morfologica, necessaria: quella dell'istinto libero che cerca la voce per darsi un racconto e quindi un'esistente nel mondo che ci circonda. Parliamo tutti con un'unica voce, per riconoscere le nostre individualità all'interno del gruppo: proprio come facevamo in curva, coi nostri fratelli. Il pretesto è stato un viaggio d'amicizia, forse un documentario. Questo libro sicuramente. Il resto l'ha fatto la nostra cosiddetta follia, quella che noi chiamiamo la nostra gioia.
Three Italian Gentlemen sono:
Domenico Mungo (Torino, 1971) insegnante di lettere, storia e teoria della comunicazione sociale e dei movimenti di massa. Scrittore, autore di Sensomutanti (2003, Tirrenia Stampatori, Torino rist. Boogaloo Publishing, Rovereto, 2009), Cani Sciolti (Bogaloo Publishing, 2008), saggista (AAVV; Stadio Italia- Conflitti del calcio, Casa Usher, 2010, Noi odiamo tutti- con V. Abbatantuono e G. Viganò, Città del Sole, Napoli, 2010) poeta (Avevate Ragione Voi, Zona Editore, Arezzo, 2010), diarista (The Final a cura di Three Italian Gentleman. Boogaloo Publishing, Rovereto, 2010). Documaker, ha realizzato per Current Sky 130 il Vanguard “Ultras nel bene e nel male” e il cortometraggio Sensomutanti, Le immagini/Nero. Critico musicale e letterario (Rumore), giornalista, direttore responsabile Supertifo Magazine di cultura e critica, consulente progetti culturali Città di Torino e Regione Piemonte, direttore artistico per Metropolis/Radar Torino Concerti in locali e festival. Anarchico, anticlericale, mai domo. Una compagna, due gatti, è un ultras della Fiorentina.
Luca Tomaselli, alias "Mister Loyal", nato a Torino il 1 dicembre 1968, consulente legale, da anni frequantatore della scena "casual" britannica, curatore del blog http://italianlads.fotoblog.it/ autore di "Lads 2009", e di "Leoni Fuori Gabbia" (2010), ex militante della Curva Sud di Verona, tutt'ora tifosissimo dell' Hellas e simpatizzante dei Glasgow Rangers, anarchico di destra, sempre controcorrente
Vincenzo Abbatantuono, barese ma residente a Torino, 40 anni portati con dignità malgrado l'incipiente pinguedine, gestisce www.ultrasblog.biz con Domenico Mungo e Simone Stara. Ultras honoris causa della Juventus,grande tifoso dell'Hibernian Fc, laureato in Lettere, educatore in una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Ha scritto "Un calcio in faccia, storie di adolescenti ultras", edizioni La Meridiana 2006 , il romanzo di formazione "Il Muro in testa", edizioni Chimienti 2010, "Noi odiamo tutti, con D. Mungo e G.Viganò, edizioni La città del sole 2010. . Moglie e due figlie. Ovviamente non indosserebbe mai un kilt viola, forse non ne indosserebbe mai uno.
Concept&graphics designer:
Gianni D'Angelo, Visual Designer, vive e ragiona ad immagini a Torino. Con radici artistiche, da quasi vent'anni lavora nel campo dell'advertising e del design. Quando può lavora in acrilico.

Sommario

I numeri si riferiscono alle pagine in maniera da rendersi conto come è strutturato il libro (la numerazione si riferisce alla prima tiratura; successive tirature potrebbero avere numerazioni di pagine differenti, fermo restando contenuto invariato)
PREMESSA 1 GIORNO 1 - IN VOLO VERSO IL CUORE 4 ST. ENOCH SQUARE 8 ORIO AL SERIO: PROVINCIA DI GLASGOW 18 A CLOCKWORK ORANGE 22 NOIO VOLEVAM SAVUAR... 28 STORIA DI LUCA: LEALISTA PER CASO 31 GIORNO 2 - QUI NON SI PUO' NEMMENO FUMARE IN PACE 37 ALL COPS ARE BASTARDS? 44 CONSIDERAZIONI A PERDERE 49 IT'S A SHAME! 57 BROTHERS IN ARMS 60 TENDER IS THE NIGHT 64 FUOCO SOTTO LA CENERE 65 GIORNO 3 - (DALLA LATITANZA) LETTERA DI UN MILITANTE DISILLUSO 67 BACK TO REALITY 76 MEMORIE DI TRE GENTILUOMINI 78 First Gentleman, Luca VOGLIO MORIRE SUL CAMPO DEL BENTEGODI - LA CURVA SUD DI VERONA: ZIGONI GIANFRANCO E LE BRIGATE 81 Second Gentleman, Vincenzo LA GENIALE MECCANICA DELL'ARANCIA 94 Third Gentleman, Domenico IL CASO FIRENZE 101 DOSSIER REPRESSIONE: LO STADIO COME LABORATORIO POLITICO E SOCIALE 109 CONCLUSIONI 122 RELATIVO - IN VIAGGIO CON TRE GENTLEMEN di Andrea De Taddeo 127 CREDITS 145 SEZIONE FOTOGRAFICA 149

24 luglio 2012

SQUALLOR Tutto il morto minuto per minuto

CI SONO ANCHE GLI ULTRAS DEL TOPOLINIA FOOTBALL CLUB

Gli Ultras della squadra di calcio con inglesi e francesi nel network contro la Tav in val di Susa



La notizia filtra da ambienti investigativi dopo gli scontri di sabato notte. L'organizzazione sarebbe curata dal centro sociale Askatasuna di Torino
Ci sono anche inglesi e francesi, accanto a nomi noti dell'anarchismo come quello di Massimo Passamani e persino a ultras del Livorno, fra i simpatizzanti No Tav che in questi giorni sono arrivati in Valle di Susa per prendere parte alle iniziative di protesta contro la ferrovia Torino-Lione.

La Digos di Torino, nelle indagini sui protagonisti degli scontri dei giorni scorsi, sta vagliando la posizione di almeno una sessantina di persone, alcune delle quali giunte in Valle la sera stessa di sabato per prendere parte all'assedio del cantiere.

Molti degli attivisti provengono dalle regioni del Centro e del Nord-Italia (Piemonte, Lombardia, Emilia e Lazio), ma ci sono anche alcuni siciliani. Quella che in Questura definiscono la componente anarco-insurrezionalista fa riferimento a Passamani, di Rovereto (Trento), che è stato notato, cinque giorni fa, a una manifestazione No Tav davanti a un albergo di Sestriere (Torino) che ospita le forze dell'ordine.

Gli investigatori ritengono che il centro sociale torinese Askatasuna, con il suo "network nazionale autonomia operaia", abbia un ruolo centrale nel tenere i contatti con gli attivisti non valsusini che intendono raggiungere la Valle: un incarico conferito durante l'assemblea popolare dei comitati di Villar Focchiardo dello scorso maggio.
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A VICENZA

Vicenza. Tempi difficili. Non solo perchè il Vicenza, reduce dalla retrocessione, oscilla tra la serie B e la Prima divisione. Non solo perchè il futuro è contraddistinto da grande incertezza. Ma anche perchè la prima uscita stagionale dei biancorossi è stata contrassegnata dalla dura contestazione di un gruppo di ultras (i non tesserati) nei confronti della proprietà. E la frattura, ormai è evidente, non è ricomponibile. Spinte/1. Che l'aria non fosse delle migliori si era già visto prima della gara, quando c'era stato un serrato confronto tra Massimo Masolo, presidente del Vicenza e un gruppo di tifosi con in testa Giorgio Carrera. I toni erano molto accesi, le... distanze di sicurezza non venivano rispettate e qualche mano non era esattamente in tasca. E poi? «E poi - afferma Carrera - io non ho spinto nessuno. Perchè sono un uomo libero, amo l'espressione verbale e odio la violenza». Spinte/2. Sulla vicenda interviene anche Masolo, che dice: «Nella concitazione può essere che Carrera sia venuto a contatto con me, anche perchè discutevamo in posizione molto ravvicinata, però di sicuro nulla di intenzionale da parte sua, i toni erano senza dubbio assai accesi ma non ho subito nessun tipo di gesto violento ed anzi ad un certo punto Giorgio si è interposto tra me ed altri tifosi che mi si stavano avvicinando in modo minaccioso». Dolore. Resta comunque il fatto che l'episodio di domenica si è concluso in pochi minuti. Quel che non finisce, invece, è una contestazone che rende l'aria pesante. Come se ne esce? Carrera ha una sua ricetta. «Cassingena deve andersene. E a Preto l'ho già detto. Io voglio urlare il mio dolore verso una società che non è una società perchè ci sono degli incompententi con la I maiuscola. Il Menti è qualcosa di straordinario, la squadra che ci gioca deve essere gestita da gente competente». Imprenditoria. Le valutazioni di Carrera sono soggettive. Ma un dubbio sorge, ed è oggettivo. A prescindere da ogni valutazione su meriti e demeriti, chi potrebbe farsi avanti per rilevare questa società? «Premetto che questi dirigenti devono dire: “abbiamo fallito, ecco le chiavi delle società, ci accolliamo i debiti e chiediamo scusa”. Io ho parlato con degli imprenditori, che mi hanno detto che il Vicenza non è comprabile perchè non si conosce l'ammontare dei debiti. E io non voglio che una storia straordinaria che va avanti da 110 anni diventi la barzelletta d'Italia. Voglio che questa città si ribelli e che si torni a quei fasti che la tifoseria merita». Nobile provinciale. A giudizio di Carrera un ruolo importante potrebbe essere svolto dalla cooperativa di tifosi. «Al futuro penseremo noi, con gli industrali che vorranno mettersi al nostro fianco. La Nobile Provinciale non vuole fare un'azione di invasione, ma di promozione. Vogliamo andare nelle scuole, negli oratori e nelle piccole società per raccogliere la passione di tutti. Non possiamo perdere questo patrimonio d'amore. Perchè per me il futuro è roseo. Anzi, no: biancorosso».
Giancarlo Tamiozzo

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UN SOGNO PER ELISA

Con indosso la sua magliettina nerazzurra è riuscita, aiutata dal papà, a compiere qualche piccolo passo sul palco della Festa della Dea, facendo commuovere tutto il popolo atalantino presente. Elisa Montei è una bimba di cinque anni che abita ad Albino con suoi inseparabili genitori, Eleonora e Andrea. Nata senza problemi di salute, con i suoi tre chili e mezzo di peso, dopo due mesi di vita ebbe un’infezione alle vie urinarie.
Da qui iniziò la sua triste storia: “Elisa aveva difficoltà nelle normali azioni quotidiane, come camminare, mangiare, o anche solo nel mantenere dritta la testa – il racconto di mamma Eleonora-. Fino all’impietosa diagnosi dei medici: malformazione al cervello, nella zona frontale e laterale sinistra, con grave ritardo psicomotorio e ipertonia agli arti. Dopo le prime cure con faticose sedute di fisioterapia, che portarono alcuni progressi, abbiamo scoperto il metodo Adeli: una terapia innovativa adatta a questi tipi di casi”.
Ecco la possibile soluzione ai problemi di Elisa, con il solo difetto di essere troppo costosa per le tasche dei suoi genitori: “Fin da quando abbiamo scoperto la sua malattia, non ci siamo mai fermati un minuto per cercare una via d'uscita. Questo metodo Adeli, che ora c’è anche a Lodi, inizialmente veniva praticato solo in Slovacchia. Ed è carissimo. Allora abbiamo iniziato a cercare aiuto, attraverso le donazioni della gente”.
Sono tante le persone, bergamasche e non, che iniziano ad offrire denaro per la piccola Elisa. Fino al contributo più grosso che arriva due anni fa e porta i colori nerazzurri: “I ragazzi della Curva Nord dell’Atalanta, venuti a conoscenza della nostra storia, organizzarono una cena a base di costine e ci donarono l’intero ricavato della serata. Ben diecimila euro, che ci permisero di partire per la Slovacchia e di iniziare il nostro lungo percorso di terapia”.
Un viaggio che ha portato ulteriori progressi, come si è potuto vedere sul palco della Festa della Dea, con Elisa che inizia a muovere le sue gambe: “Quando siamo saliti su quel palco mi sono commossa. Adesso la nostra gioia riesce almeno a fare qualche passo, sempre aiutata da me o dal suo papà. Per questo ringrazio i ragazzi della Curva Nord, perché hanno davvero un cuore grande. Magari i cattivi, come spesso vengono descritti, fossero tutti così. Mi ha emozionato molto anche la foto che abbiamo fatto con il direttore Marino e la carezza del presidente Percassi alla nostra bimba. Però il traguardo di una vita normale per Elisa è ancora lontano, quindi chiunque voglia aiutarci può farlo attraverso i dati del conto corrente che ci sono sul nostro sito: www.unsognoperelisa.it”.
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LA VIOLENZA CHE VIENE


di Nicola Lagioia
L’anno che verrà
L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui siamo la parte privilegiata, guerra che da condominiale si sarà fatta nel frattempo rionale, poi cittadina – noi miserabili di buona volontà, specie se mossi da spirito cristiano, dovremo cercare di impedire che venga ucciso Luca Cordero di Montezemolo (provando a dimenticare l’intervista in cui Cesare Romiti, parlando con Minoli, lo accusa di essersi venduto gli appuntamenti con Gianni Agnelli mentre lavorava alla Fiat), dovremo salvare la vita del piccolo Oceano Elkann, la vita di Ignazio La Russa e di suo figlio Leonardo Apache (ricordando che il padre di Ignazio, Antonino, ex segretario del Partito Nazionale Fascista di Paternò, ebbe salva la vita perché, dopo essersi fatto catturare dagli inglesi in Africa, non ricevette da questi lo stesso trattamento previsto nei campi di lavoro gestiti dalla parte politica a sé amica), di Orlandina, la moglie di Sergio Marchionne (e dei due figli Alessio Giacomo e Jonhatan Tyler), nonché impedire che Massimo D’Alema venga aggredito per strada (stesso sforzo per Giulio Tremonti e per sua moglie Fausta Beltrametti, cercando di dimenticare che quest’ultima è andata in pensione a trentanove anni, avendo ormai riscosso ben più dei contributi versati) e Walter Veltroni durante la presentazione di un suo libro, oltre a impedire che Michel Martone, attuale viceministro del Lavoro e delle politiche sociali (senza farci scalfire dal ricordo di suo padre, già giudice della sezione “lavoro” del Tribunale di Roma nonché membro del CSM) venga aggredito in piazza Montecitorio da un senzatetto che cerchi di soffocarlo col topo morto che ancora non rappresenta il pasto principale di nessuno, ma forse lo sarà, e nell’attesa prestato a fini apotropaici.
Se non l’esplosione della violenza fisica, sarà il malessere psichico a raggiungere livelli mai sperimentati. Ma a quel punto – tenendo conto di che cos’è la tensione e il clima di nuova malattia mentale che si respira in ogni angolo d’Italia – si passerà facilmente al non figurativo, e il quadro eufemisticamente tratteggiato nel precedente capoverso non illustrerà un bel niente, essendo noi entrati in territori difficili da immaginare.
È chiaro, insomma, che non alle forze dell’ordine e non a compagini politiche o governative deve essere dato merito per un conflitto sociale non ancora esploso in modo così efferato, ma a chi per adesso non ha raccolto la prima pietra.
Chiunque non si riconosca in malesseri e allucinazioni di nuovo tipo, può smettere di ragionare su queste cose. Per gli altri la domanda è: cosa è successo nel frattempo? Quand’è che una narrazione non lineare ma ancora decrittabile (ancora leggibile, proprio come una storia di Joyce, di Pynchon, di Perec o di Calvino) si è inabissata in una sorta di materiale oscuro e densissimo? La sensazione è che la Storia ci abbia solo apparentemente abbandonati, tuffandosi in un lago di bitume, scomparendo ai nostri sguardi, ma continuando a produrre ovvi effetti nelle nostre vite. In questo modo avvertiamo i cambiamenti sulla nostra pelle e nella riconfigurazione sempre più violenta delle nostre mappe interiori, ma (il Sommergibile in fondo al lago) non riusciamo mai a vedere bene che cosa li produce. Dovremmo fidarci di più delle nostre sensazioni? Cosa è successo nel frattempo, cioè da quando le comunicazioni col Sommergibile sono state interrotte fino ad ora?
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MODELLO JUVE

Si amplia il progetto che prevede la trasformazione della Continassa, a pochi passi dal nuovo stadio. Previste anche quattro palazzine ad uso residenziale. Insomma, un quartiere bianconero. L'operazione approvata in gran segreto dalla giunta comunale una settimana fa

di GABRIELE GUCCIONE

PIÙ che la nuova sede della Juventus sarà un vero e proprio quartiere bianconero. Con tanto di condomini, albergo e cinema multisala. Che si aggiungeranno al centro sportivo e al centro medico previsti sulle ceneri dell'Arena Rock e alla nuova sede del club che sorgerà all'interno della vecchia cascina, da anni abbandonata e occupata da alcune famiglie rom. Il nuovo progetto di riqualificazione della Continassa, a pochi passi dallo stadio della Juve e dal centro commerciale inaugurato meno di un anno fa attorno all'impianto, tira una riga sul vecchio accordo firmato con il Comune nel giugno del 2010. E rimpolpa il progetto.

La Juventus non si limiterà più a ristrutturare l'antico casolare seicentesco, dov'è prevista la nuova sede societaria, e a realizzare una scuola calcio, insieme a un parco pubblico. Ma alza la posta, fino a ipotizzare la costruzione di quattro nuove palazzine residenziali, un cinema multisala, un albergo e anche un centro diagnostico per la medicina dello sport e un circolo sportivo; due strutture, quest'ultime, che prenderanno il posto dell'area oggi occupata dall'Arena Rock, la struttura realizzata dal Comune nel 2007 per ospitare i concerti, mai decollata.
Insomma, tutto l'enorme isolato di 380mila metri quadrati tra corso Ferrara, strada Druento, via Traves e corso Grande Torino, sarà trasformato. Compresa l'area dove sorge il PalaTorino, che sarà demolito per lasciare il posto a un parco pubblico? "È un'occasione importante per riqualificare l'intera zona, superando
funzionalmente l'Arena Rock e il PalaTorino e dando un nuovo volto al quartiere?" sottolinea l'assessore all'Urbanistica, Ilda Curti.

Il nuovo protocollo di intesa è stato approvato in sordina dalla giunta comunale la scorsa settimana. Ed entro le prossime settimane sarà ratificato, dando il via ai provvedimenti urbanistici che il Consiglio comunale dovrà adottare per autorizzare le nuove costruzioni. Le ragioni per cui il progetto proposto due anni fa è stato scartato sono di natura economica: le "difficoltà finanziarie" legate all'attuale congiuntura, si legge nel documento, non avrebbero consentito di portarlo a termine. E così Juventus e Comune hanno trovato una nuova intesa attorno a un piano più "sostenibile sotto il profilo degli investimenti", allargando l'area interessata e prevedendo un maggior numero di costruzioni, che completeranno il corollario di attività commerciali, ricreative e sportive, oltre che residenziali e ricettive, concepite attorno alla nuova casa della Juventus.
L'operazione, così com'è stata congegnata, risulterà più vantaggiosa anche per Palazzo Civico. Con il vecchio piano il Comune avrebbe incassato appena un milione di euro per la concessione dell'area, mentre con quello appena approvato, ad operazione conclusa, ricaverà 10,5 milioni di euro. Senza contare le opere realizzate “in natura”, a scomputo degli oneri di urbanizzazione, che permetteranno di risistemare la zona dell'attuale PalaTorino, tra via Traves e corso Ferrara, con la creazione di un parco.

Ma la proposta al centro dell'accordo tra città e Juventus rappresenta solo un primo passo. Il percorso verso la completa riqualificazione ambientale e sociale della zona è ancora lungo. E per la società bianconera sarà fondamentale vedere risolti alcuni nodi tuttora aperti. Prima di tutto l'amministrazione comunale dovrà garantire la piena disponibilità dei terreni, trovando una nuova sistemazione per le famiglie rom che oggi occupano la Continassa. E poi bisognerà trovare gli investitori interessati all'operazione. Cosa, di questi tempi, non certo facile.
(24 luglio 2012)

Modello Juve, Fassino connection: caccia i Rom, prendi a due lire il suolo pubblico, distruggi una cascina del Seicento e fatti i cazzi tuoi.
Vincenzo 

23 luglio 2012

ECCO UN ESEMPIO DI GIORNALISMO TERRORISTA

TERAMO. Si è conclusa l’attività investigativa della Squadra Mobile volta ad identificare i responsabili dell’aggressione compiuta la notte del 29 giugno nei pressi di un bar della centrale Piazza Martiri di Teramo.
Un studente molisano, smarrito il portafogli, ha effettuato a ritroso il tratto di strada percorso nella speranza di ritrovarlo. Lo ha recuperato in Piazza Martiri, senza denaro e documenti. Tutto perso, dunque, ma non la speranza di veder spuntare fuori almeno i documenti. Così il giovane ha chiesto informazioni ad un gruppo di ragazzi che si trovava in piazza. «Avete visto qualcosa? Avete trovato dei documenti per terra?»
Ma le domande hanno scatenato la reazione furiosa dei giovani che hanno accerchiato il molisano, colpendolo violentemente con pugni e calci.
Nonostante il tentativo riuscito di divincolarsi e fuggire, lo studente è stato raggiunto e picchiato ripetutamente. Gli aggressori, in preda ad una sorta di furia collettiva dovuta anche all’abuso di sostanze alcoliche, si sono fermati solo all’arrivo della Volante: a quel punto il ‘branco’ ha fatto perdere le proprie tracce.
I poliziotti hanno richiesto l’intervento di una ambulanza del 118. Portato al Pronto Soccorso, al giovane sono state riscontrate ferite guaribili in 30 giorni, per la frattura della testa dell’omero e contusione della piramide nasale. Pochi minuti dopo l’aggressione, gli agenti della Volante sono riusciti a rintracciare e bloccare uno dei responsabili ancora sporco di sangue su mani ed indumenti.
Al termine delle successive indagini la Squadra Mobile ha identificato gli altri 7 ragazzi responsabili, in concorso tra loro, dell’aggressione al giovane studente. Si tratta di M.M. di 24 anni, P.F di 32 anni, D.D.L di 22 anni, C.F. di 25 anni, G.F. di 26 anni, M.L. di 22 anni, P.P. di 26 anni, P.M. di 24 anni. Tra questi, riferisce la polizia che ho fornito solo le iniziali, ci sono anche «noti ultras». Tutti dovranno rispondere di lesioni aggravate in concorso.

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SBIRRI TORTURATORI


Oscar Fioriolli, non dimenticate mai questo nome. Nella nota diffusa dopo la conferma definitiva delle condanne pronunciata dalla Cassazione contro i vertici investigativi del ministero dell’Interno, il capo della Polizia Antonio Manganelli dichiarava con parole che si volevano rassicuranti per i citadini :
«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza. Per migliorare il proprio operato, a tutela della collettività, nell’ambito di un percorso di revisione critica e di aperto confronto con altre istituzioni, da tempo avviato, la Polizia di Stato ha tra l’altro istituito la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico al fine di meglio preparare il personale alla gestione di questi difficili compiti. Il tutto per assicurare a questo Paese democrazia, serenità e trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini».
A dirigere questa scuola, nata con decreto del capo della Polizia il 24 ottobre 2008 e operativa dal 1° dicembre successivo «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività», è stato chiamato il prefetto Oscar Fioriolli.
Chi è questo grande esperto a cui il capo della Polizia ha attribuito il compito di formare dirigenti, funzionari e agenti di Ps affinché ricorrano a condotte più “professionali” durante manifestazioni, cortei ed eventi pubblici per evitare quanto accaduto a Genova nel 2001?
Fioriolli è stato questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli. Risulta anche indagato in una inchiesta sugli appalti Finmeccanica condotta dai pm della procura di Napoli e in una indagine portata avanti dalla procura genovese su una strana vicenda di consulenze per auto blindate richieste da un dittatore della Guinea Conakry e rapporti con un faccendiere siriano che gli avrebbe elargito una somma di 50 mila euro. Questi scarni cenni biografici tuttavia ci dicono ancora molto poco del ruolo avuto da un funzionario che è stato nel cuore del dispositivo antiterrorismo del ministero degli Interni in anni cruciali (dalla metà degli anni 70 in poi).
Per conoscere qualcosa di più del suo passato dobbiamo ricorrere alla testimonianza di un suo collega: l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, che lo descrive (cf. l’Espresso del 6 aprile 2012;vedi anche la testimonianza video) mentre all’ultimo piano della questura di Verona conduce l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.

«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Era in corso il sequestro del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona, da parte delle Brigate rosse-partito comunista combattente. Sempre secondo la testimonianza fornita da Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci presso la questura di Verona, presenti Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova, si decise il ricorso alle torture. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos. De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» che in cambio forniva anche chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista.
Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano
Giovanni Coronas, Gaspare De Francisci e Umberto Improta sono morti nel frattempo. Un giardino in ricordo di Improta, capo della squadra di investigatori che praticarono le torture sistematiche impiegate da varie squadre di poliziotti in un arco di tempo che riveste almeno 11 mesi, è sorto non lontano da piazza san Giovanni, a Roma, tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano.
Salvatore Genova è in pensione ed è l’unico che ha deciso di raccontare la verità. Nicola Ciocia, il mago del waterboarding, vive nascosto in una casa del Vomero a Napoli. Non ha più il coraggio di uscire di casa, braccato dai fantasmi del suo passato di aguzzino. L’ex guardasigilli Virginio Rognoni mantiene profilo basso, mostra di ricordare con difficoltà sperando di non essere coinvolto nella riapertura del caso; Oscar Fioriolli è invece ancora al suo posto di dirigente della scuola di polizia. Una scelta davvero rasicurante: l’uomo giusto al posto giusto!

Sentito al telefono da Piervittorio Buffa, il giornalista che è riuscito a sfilare organigrammi e nomi degli autori delle torture dalla bocca di Salvatore Genova, che fino ad allora aveva solo denuciato i fatti senza mai indicare i corresponsabili (una prima volta nel 2007 davanti a Matteo Indice del Secolo XIX, poi nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer 2011, infine in una puntata di Chi l’ha visto?), Oscar Fioriolli ha rifiutato qualsiasi incontro per chiarire il ruolo avuto in quelle vicende e negato le circostanze riferite da Genova.
Gratteri, Luperi, Calderozzi, Mortola, Ferri, ed altri funzionari sono stati dimessi dai loro incarichi per le loro responsabilità accertatenel tentativo di depistare e coprire il massacro perpetrato all’interno della scuola Diaz.
Oscar Fioriolli, chiamato in causa con una testimonianza dettagliata per il ruolo avuto nelle torture e in una violenza sessuale, praticate durante gli interrogatori contro persone accusate di appartenere alla Brigate rosse, è sempre al suo posto.

*    *    *

Qui sotto potete leggere l’articolo di Piervittorio Buffa, recentemente pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 20 luglio 2012, che rievoca i passaggi più importanti su questa vicenda.

Quando in Italia si seviziavano i brigatisti. Nel 1982, per liberare il generale Usa James Lee Dozier, la polizia decise di passare alle maniere forti con i primi arrestati. Ma chi diede l’ordine? «venne dall’alto»
di Pier Vittorio Buffa
Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012
Roma. «La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe». Salvatore Genova racconta così quello che accadde nella questura di Verona, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 1982. La ragazza è Elisabetta Arcangeli. Il suo compagno è Ruggero Volinia. Salvatore Genova è uno dei poliziotti che guidarono le indagini sul caso James Lee Dozier, il generale americano rapito dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. Genova sarà arrestato insieme ad alcuni suoi uomini con l’accusa di aver usato violenza su dei terroristi catturati, ma quella notte, in questura, è solo un testimone: conduce l’interrogatorio il suo collega Oscar Fiorolli.
I poliziotti capiscono che Volinia sta per cedere. «Fu uno dei momenti più vergognosi di quei giorni» dice Genova, «avrei dovuto arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece, caricammo Volinia su una macchina e lo portammo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e, dopo pochi minuti, parla, ci dice dov’è il generale Dozier».
A coordinare il tutto e a eseguire il trattamento De Tormentis con acqua e sale, una tortura già usata dai francesi e la squadretta nella guerra di Algeria, è una squadretta speciale guidata da un alto funzionario di polizia, Nicola Ciocia e composta da quattro poliziotti chiamati i Quattro dell’Ave Maria. La tecnica è all’apparenza semplice, ma bisogna essere molto esperti per praticarla in modo sicuro ed efficace. D prigioniero è legato a un tavolo, con un tubo gli vengono fatte ingurgitare grandi quantità di acqua e sale che provocano, oltre alla nausea, un forte senso di soffocamento.
Ciocia è in via Caetani a Roma quando, il 9 maggio 1978, viene trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault rossa Lo si distingue di spalle, nelle foto, dietro Francesco Cossiga. La sua squadra entra in azione pochi giorni dopo, già con i primi arresti del dopo Moro. All’«acqua e sale» è infatti sottoposto, lo racconta lui stesso nei dettagli, Enrico Triaca, il tipografo delle Br. Ma Ciocia, che Umberto Improta, capo degli investigatori durante il sequestro Dozier, soprannominò dottor De Tormentis, non agì certo di sua iniziativa. Lo si capì già allora, nel 1982, che c’era un piano preciso, venuto dall’alto. Se ne è avuta la conferma ora, a distanza di trent’anni. Ciocia, pur non ammettendo le torture con l’acqua e il sale, ha detto di essere lui il dottor De Tormentis. Salvatore Genova, a sua volta, è stato molto preciso. Ha raccontato della riunione che si tenne in questura a Verona all’indomani del sequestro di Dozier: un via libera all’uso delle maniere forti con terroristi e fiancheggiatori, il timbro ai metodi di Ciocia-De Tormentis.
La riunione fu convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci. Nella stanza c’erano anche Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del lavoro, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova. Ascoltarono De Francisci dire, così ricorda Genova, che l’indagine su quel sequestro era «delicata e importante» e che bisognava fare «bella figura». E dare il via libera all’uso delle maniere forti per risolvere il caso. «Ci guardò uno a uno e con la mano destra» rievoca Genova «indicò verso l’alto. Ordini che vengono dall’alto, spiegò: quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fece sì con la testa e disse che si poteva stare tranquilli, che per noi garantiva lui. Il messaggio era chiaro e, dopo la riunione, cercammo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti? Fu questo che ci dicemmo tra di noi funzionari. E di far male agli arrestati senza lasciare il segno».
Ciocia, con i quattro dell’Ave Maria, arrivò il giorno dopo quella riunione e poi tornò in Veneto negli ultimi giorni del sequestro, quando le indagini portarono ai primi arresti dei fiancheggiatori. E quindi alla necessità di farli parlare. Tutti gli uomini di Improta assistettero alla prima «acqua e sale» di Verona, quella praticata a Nazareno Mantovani, che svenne durante il trattamento.
L’adrenalina scatenata dal successo dell’operazione Dozier (il generale liberato, i brigatisti catturati senza sparare un colpo) e i risultati ottenuti con le tecniche di Ciocia scatenarono lo spirito di emulazione. Nella caserma della Celere di Padova, dove furono portati i terroristi, non si andò tanto per il sottile. Genova e i suoi, infatti, furono arrestati con l’accusa di aver organizzato, tra l’altro, la finta fucilazione del br Cesare Di Lenardo.
In quelle settimane, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni disse: «Possiamo respingere, con assoluta fermezza e grande tranquillità di coscienza, l’accusa adombrata in alcune interrogazioni e sicuramente presente in certa campagna di stampa, di avere trasferito la lotta contro il terrorismo su un terreno diverso da quello dell’ordinamento giuridico mediante una pratica sistematica e violenta del rapporto fra Stato e cittadino al momento dell’arresto…».
I giornali ai quali faceva riferimento il ministro erano soprattutto L’Espresso e la Repubblica.
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Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Torture di Stato: i nomi di chi diede l’ordine ed eseguì le torture le rivelazioni di Salvatore Genova all’Espresso
Massimo Germani,“La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio
Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura
Le bugie del governo: le “torture legittime” del sottosegretario all’Interno, prefetto Carlo De Stefano
Enrico Triaca si rivolge al sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano: “Lei che mi ha arrestato nel maggio 1978 dovrebbe sapere come sono finito nelle-mani-di-De Tormentis
De Tormentis, il fantasma del Viminale
Virginio Rognoni, le torture“l’emotivita era forte”
Cossiga: Un dirigente del Pci mi disse “date una strizzatina ai brigatisti”
Dozier incontra i giornalisti per il trentennale della sua liberazione: tranquilli nessuno parlerà delle torture!
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”

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22 luglio 2012

IN MEMORIA DI VALERIO MARCHI

Il derby del bambino morto

Violenza e ordine pubblico nel calcio

€ 12 € 10.20
Il 21 marzo 2004 resterà nelle cronache calcistiche e nella memoria dei tifosi come il «derby del bambino morto», quando, in occasione della partita Lazio-Roma, nella curva Sud dello stadio Olimpico si diffuse la notizia dell’uccisione di un ragazzo da parte della polizia. Tutti ricordano le immagini di uno stadio in preda alla rabbia, che ritirava gli striscioni e alzava cori contro le forze dell’ordine, mentre i giocatori si guardavano attorno, attoniti, incapaci di comprendere quanto stesse avvenendo.
La partita fu sospesa non per invasioni di campo e scontri sugli spalti, ma per la rabbia e la disapprovazione manifestate da decine di migliaia di spettatori
Il «derby del bambino morto» ha insomma dimostrato che il calcio non è soltanto lo show business delle televisioni satellitari, ma resta ancora e soprattutto quello che si vive la domenica sugli spalti, un «bene comune» sempre più ridotto alla stregua di pura merce
Sul calcio e sui suoi tifosi si sperimentano inoltre tattiche d’ordine pubblico sempre più avanzate e repressive. L’autore ritrova, infatti, un’evidente continuità tra le pratiche poliziesche viste in occasione del G8 del 2001 a Genova e quelle che ogni domenica vengono applicate negli stadi. E forse non è un caso che il micidiale gas Cs, utilizzato per sedare i tumulti nelle strade di Genova, sia ormai da anni normalmente utilizzato in campo calcistico.

Un Assaggio

Assistere al derby da casa, davanti al televisore, induce in chi frequenta o ha frequentato con passione una curva un sottile senso di colpa. Non essere lì a sgolarsi, a sventolare bandiere, a partecipare alle coreografie, a dannarsi e a soffrire insieme alla squadra ti fa sentire inutile, un misero tesserino del vasto e anomico popolo di Sky Tv
Questo vale non soltanto per il derby romano, ma per tutte le tifoserie e per tutti i match dei nostri campionati e coppe. La dimensione televisiva ti priva di quel senso di protagonismo che soltanto lo stadio, e in particolare la curva, ti regala. Te ne stai lì, davanti allo schermo, a trepidare inutilmente. Gli echi delle tue urla sono destinati a spegnersi nella stanza, senza unirsi a quelli altre decine di migliaia di voci che a pochi o a centinaia di chilometri di distanza galvanizzano i propri ragazzi e annichiliscono gli avversari. Il peso della colpa è tale da spingere molti ai pietosi palliativi delle visioni di gruppo – nei pub, nei ristoranti, sul maxischermo in piazza – attraverso cui esorcizzare il rimorso in un tripudio di anacronistici e inutili atteggiamenti curvaroli: le bandiere, le sciarpe e le maglie coi colori sociali, l’incitamento a gola spiegata, addirittura i cori e gli slogan
La verità è che, ovunque si sia, davanti al televisore si soffre due volte: per quel che avviene in campo – o meglio per quel che la regia televisiva decide di farti vedere – e per quel sentirti un vile, un traditore, un disertore. Perché le partite guardate in televisione non contano, non fanno classifica
Questo libro nasce dallo stato d’animo con cui ho seguito dalla televisione l’incontro Lazio-Roma del 21 marzo 2004, appunto «il derby del bambino morto»
Il mio ultimo abbonamento in Sud risale ormai al lontano 1996-97. Da allora le volte che sono andato all’Olimpico si contano sulla punta delle dita (ricordo un Roma-Milan soprattutto per un ininterrotto tormentone di circa 40 minuti contro il portiere Rossi, il primo e doveroso Roma-Liverpool, poco altro)
Così, anche domenica 21 marzo placo l’ansia da televisore innervandomi ai cellulari di chi invece c’è. Mi giungono notizie che contrastano con la presunta tranquillità con cui Sky parlerà del pre-partita. Gli amici mi raccontano di un paio di contatti con i cuginetti, ma soprattutto delle cariche che si allargano dalla Sud fino a ponte Duca d’Aosta, dei pericolosi caroselli motorizzati e della «cattiveria genovese» della guardia di finanza. L’ultima telefonata è prima delle 20: le notizie non sono buone, gli scontri si sono spostati nell’antistadio della Sud e sembrano crescere d’intensità, il fumo dei lacrimogeni già invade parti della curva
Attendo impaziente fino alle 20,24, quando il monoscopio di Sky lascia finalmente il posto alle telecronaca, per saperne di più: i saluti, le prime banalità retoriche, le formazioni, le coreografie, l’ingresso in campo delle squadre. Sugli incidenti, niente. Solo un accenno minimizzante ai «soliti, piccoli tafferugli», gli stessi termini che utilizzerà il questore di Roma, Nicola Cavaliere, a partita già interrotta
Inizia il gioco e le poche inquadrature della curva mi suggeriscono che non tutto procede per il meglio, il movimento convulso intorno ai boccaporti mi fa temere che sta avvenendo qualcosa di brutto a ridosso della curva, ma dalla telecronaca nulla traspare
Segue l’intervallo e, alla ripresa del gioco, i commentatori di Sky non possono infine non notare e riferire la scomparsa degli striscioni prima in Sud e successivamente in Nord, in Tevere, in parte della Monte Mario. Né possono ignorare i cori contro le forze di polizia e per la sospensione della partita, sempre più alti e sempre più condivisi dall’intero stadio. Provo a richiamare i soliti amici ma i cellulari non hanno campo, un gigantesco ingorgo telefonico blocca ogni possibilità di comunicazione con l’Olimpico. Vorrei infilarmi in un paio di scarpe e correre lì a fare una qualsiasi cosa di una qualsiasi natura, nemmeno io so bene cosa, ma quel po’ di razionalità ancora in funzione mi inchioda davanti al televisore
La prima reazione all’intero spettacolo è di pura arroganza intellettuale: come ho già scritto non serve mica aver letto i saggi di Jan Harold Brunvand o di Cesare Bermani per riconoscere la natura della voce sulla morte del bambino. Sin dagli inizi, e ancor più nei fatti successivi, si manifestano in forme evidenti le caratteristiche dei boatos, delle voci incontrollate che si diffondono oralmente – una sorta di telegrafo senza fili – e che nella storia hanno abbondantemente manifestato le proprie potenzialità persuasorie
L’idea originaria del libro nasce dunque dalla «fortuna» di poter trattare un così eclatante caso di boato sviluppatosi in un contesto socialmente e strutturalmente chiuso e in un lasso di tempo particolarmente ristretto. I carichi di ansia sociale, l’assegnazione del ruolo di capro espiatorio, le valenze che in questi casi assumono i tentativi di smentita, la distorsione degli avvenimenti anche oltre ogni evidenza: «il derby del bambino morto» si presentava, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da questi due grandi etno-antropologi
La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo – ed è avvenuto in seguito – attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l’intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio
La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico – «non si gioca di fronte alla morte» – mi è sembrata e continua a sembrarmi l’ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava – e mi sembra tuttora – la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello «show must go on» e dei «motivi di ordine pubblico» che impongono di giocare a ogni costo
La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell’intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio. Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile «scientificità» riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. Ci sarà un processo, meritano di essere assolti. Ma intanto, in questa nostra «era del daspo», pagheranno il loro gesto con una lunga rinuncia allo stadio.

ACCANIMENTO

Il Tribunale per i minorenni di Catania ha disposto per due anni il divieto di accesso a manifestazioni sportive, il Daspo, a Antonino Speziale, l’ultrà rosso-azzurro condannato a due anni di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e a otto anni per l’omicidio preterintenzionale dell’ispettore capo di polizia Filippo Raciti, il 2 febbraio del 2007, durante il derby con il Palermo. Il provvedimento è stato comminato come pena accessoria. L’Ordinanza è contestata dal legale del 23enne, l’avvocato Giuseppe Lipera: “provvedimento iniquo e inattuale. Adesso, suo malgrado, Antonino Speziale sta diventando un martire perpetuo. Durante il periodo di Daspo – aggiunge il penalista – il mio assistito non ha commesso alcun nuovo reato: non si spiegano e non si giustificano quindi questi altri due anni di divieto di andare allo stadio. Una misura coercitiva non può essere comminata a vita: ciò contrasta con la nostra civiltà giuridica, con la nostra Costituzione, col buon senso”.

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21 luglio 2012

GOLA PROFONDA

Fonte: La Gazzetta dello Sport
© foto di Alberto Mariani
Ecco quanto riportato dall'edizione odierna della Gazzetta dello Sport circa le dichiarazioni del presidente Enrico Preziosi sugli ultimi sviluppi delle inchieste relative al derby Genoa-Samp e Genoa-Siena: «A Roma, a Napoli o in altre città è successo di peggio. Tifosi che hanno picchiato giocatori, che hanno interrotto gare e non se ne parla, ricordo un derby con ultrà in campo e Totti che dialogava, ma si parla solo di Genoa-Siena. Quella è stata una partita vergognosa per l’atteggiamento della tifoseria, ma non peggio di altre.Masi parte sempre da Genova, non dove ci sono tifoserie turbolente. La nostra è al quarto posto nella classifica del fair play, a parte quell’episodio siamo gente tranquilla. Chi ha un potere legislativo dovrebbe pesare di più le parole, giudicare meglio i fatti. Serve cautela».

20 luglio 2012

GIOCHI PREZIOSI

Il suo nome tirato in ballo da un ultrà per la gara "comprata" con il Venezia. Ascoltato l'ex patron del Lecce Semeraro: i pugliesi rischiano la retrocessione

roma
Il presidente del Genoa Preziosi è stato indagato dalla Procura di Cremona quando il suo nome è emerso, nell’ambito dell’inchiesta sul calcio scommesse, dalle intercettazioni dell’ultrà Leopizzi, che lo tirava di nuovo in ballo per la partita «comprata» con il Venezia.

Gli stessi magistrati avevano indagato anche i giocatori Palacio, Dainelli, Criscito e Milanetto però in relazione al presunto accordo per il derby 2011 con la Samp. Ora il fascicolo è stato trasmesso per competenza alla Procura genovese che dovrà rivedere tutti gli atti: al momento, precisano i magistrati che si occupano dell’inchiesta, «per noi non ci sono indagati». È stato invece sentito dalla Procura federale Pierandrea Semeraro, ex presidente del Lecce, già rinviato a giudizio dalla Procura di Bari: è accusato di aver comprato Bari-Lecce del 2011. Il club salentino rischia la retrocessione in Lega Pro. 

19 luglio 2012

LA TRAPPOLA - Genova 20-21 Luglio 2001

SEQUESTRO


BORMIO (SONDRIO) - Sono in corso a Bormio, dove si trova il Genoa in ritiro, gli interrogatori di alcuni giocatori rossoblù da parte del magistrato genovese Biagio Mazzeo e tre poliziotti della Digos.
Gli interrogatori riguardano il presunto sequestro della squadra compiuto nell'inverno scorso da una quarantina di ultrà all'interno dello spogliatoio del campo di allenamento di Pegli. I tifosi agirono dopo gli scarsi risultati della squadra. Il particolare venne rivelato dall' ex genoano Dario Dainelli.
Il pubblico ministero Mazzeo, che assieme agli uomini della Digos si trova da ieri pomeriggio in una caserma della Guardia di finanza di Bormio, sta ascoltando i giocatori del Genoa come persone informate dei fatti.
Le audizioni dovrebbero terminare in giornata. Tra i rossoblù ascoltati ci sono Mesto e Frey. La rabbia dei tifosi esplose dopo la sconfitta per 6-1 subita dal Genoa a Napoli.

CASALESI


Battuto in finale il Casarano. Iniziativa di solidarietà per la costruzione di un parco giochi per bambini

01/02
I gruppi ultras nerostellati Boys Casale e Sbamballati Casale hanno vinto il primo Torneo Nazionale delle Tifoserie di calcetto, che si è svolto lo scorso fine settimana (sabato 14 e domenica 15 luglio), presso l’oratorio Don Bosco di Taurisano, nel Salento. Il torneo era a scopo benefico, in quanto i proventi serviranno alla costruzione di un parco giochi per bambini.
Questi i risultati. Inseriti nel girone ‘Sule’, i nerostellati hanno prima pareggiato con il Manduria (3-3), poi hanno battuto il Melfi (5-4) e il Termoli (3-0), vincendo così il proprio girone. Nei quarti di finale la squadra Boys Sbamballati ha poi superato L’Aquila (6-2), affrontando in semifinale il Monopoli, battuto ai calci di rigore (10-9, dopo che i tempi regolari si erano chiusi sul 4-4). Infine la sospirata finale con il Casarano che i casalesi hanno sconfitto per 2-1, aggiudicandosi così il prestigioso trofeo.

18 luglio 2012

CALCI IN CULO

ATTI

Sono arrivati a Genova gli atti della Procura di Cremona in merito alla vicenda sulla presunta combine del derby della Lanterna tra il Genoa e la Sampdoria del maggio 2011. L'incartamento, oltre 200 pagine inviate dal pubblico ministero Roberto Di Martino che ha condotto l'indagine sul calcioscommesse, è arrivato sulla scrivania del procuratore capo Michele Di Lecce che le affidate al sostituto Biagio Mazzeo. Si tratta dello stesso pm che già si occupa dell' inchiesta sulla follia ultrà di Genoa-Siena. Il materiale inviato dai magistrati lombardi sarà analizzato nelle prossime ore dagli inquirenti. E'escluso che alcuni dei protagonisti della presunta combine possano venire sentiti dalla Procura genovese. Intanto dovrebbero cominciare entro breve gli interrogatori da parte della Procura e della Digos in merito alla vicenda del presunto sequestro operato dai capi ultrà del Genoa alla squadra all' interno dello spogliatoi del campo di allenamento del Signorini. Saranno sentiti dirigenti, calciatori e addetti della società che a quell'epoca si trovavano nella rosa.

LA DEA

Percassi e Parra sono atterrati in mongolfiera; Marino è arrivato su una gru; i fuochi d'artificio hanno illuminato la notte di Bergamo. Ma i veri effetti speciali sono stati loro: gli ultrà della Curva Nord dell'Atalanta che, organizzando l'undicesima edizione della Festa della Dea, hanno dimostrato di che pasta siano fatti, prendendo a calci stereotipi e luoghi comuni, ipocrisie e pregiudizi che infarciscono troppo spesso le descrizioni di un mondo prima di tutto ricco di passione e di entusiasmo autentici. Nell'arco di sei giorni, centomila tifosi - e il calcolo è per difetto - hanno pacificamente assaltato l'area dell'Orio Center. Uomini e donne di ogni età e ceto sociale, migliaia di famiglie, una valanga di bambini che si sono divertiti come pazzi nelle aree appositamente create per loro. E ancora: il culto della memoria per onorare Amgeleri, Zavaglio, Previtali e Piermario Morosini, con la straordinaria testimonianza di amore e di spiritualità resa da Anna Vavassori, la sua ragazza che ha lavorato come volontaria negli stand della festa; una grande attenzione per i disabili e per chi soffre, testimoniata dai 200 mila euro raccolti nel corso del tempo grazie alle iniziative di solidarietà per i terremotati dell'Aquila e di Moglia, per due bimbi che si sono potuti sottoporre a cure tanto indispensabili per la loro vita quanto costose. Tutti insieme per provare la gioia di esserci, per testimoniare l'amore verso l'Atalanta di Percassi, Marino e Colantuono, lanciando un messaggio di civiltà e di serietà che fa onore ai suoi autori. Trecento ragazzi e ragazze hanno lavorato gratis giorno e notte, con turni massacranti, per garantire il successo di una manifestazione che, legittimamente, inorgoglisce i promotori. A cominciare da Claudio Galimberti, alias il Bocia, capo storico di una Curva protagonista di un'evoluzione politica, intelligente e sociale. Sì, anche sociale. In un momento difficile come quello che stiamo vivendo ad ogni livello, la Festa della Dea ha costituito per Bergamo un momento eccezionale di aggregazione. E pensare che, in giugno, ci furono alcuni fenomeni della Casta locale, la stessa incapace di risolvere da cinquant'anni il problema dello stadio, pronti a criticare le due settimane di festa nerazzurra in centro, stavolta promosse dal club di Percassi. Con la scusa che causavano problemi al traffico, in realtà con la puzza sotto il naso di chi non capisce di che cosa possa essere capace il calcio, a livello di sentimenti e di genuina partecipazione popolare. Quiesto mondo degli ultrà merita rispetto. Chiede di essere conosciuto. Non pretende sconti quando si tratta di stangare chi sbaglia, ma rivendica un ruolo di primo piano nel calcio oggi schiavo della tv, dei calendari spezzatino, dei presidenti che litigano solo per i diritti di Sky, Mediaset e Rai, di inquilini del Palazzo sclerotizzati, dinosaurizzati e preoccupati solo di mantenere solo le proprie posizioni di potere. Senza dimenticare la legittima protesta contro la tessera del tifoso e le sue degenerazioni. Ad esempio, l'articolo 9 che fa scattare subito il daspo nei confronti di chi, magari deve aspettare 5 anni per venire processato e assolto, ma al quale nessuno restituirà i 5 anni di assenza forzata dallo stadio. Un altro calcio è possibile. Solo se si rispettano i tifosi. Xavier Jacobelli Direttore Editoriale www.calciomercato.com