5 giugno 2011

FINO ALL'ULTIMO STADIO

(foto di mario spada)
In cima alla classifica dei pericoli pubblici, i gruppi ultras costituiscono una delle poche forme di aggregazione all’interno di quartieri desertificati. Un mondo a parte, con le sue regole, battaglie e valori. Uno sguardo oltre gli stereotipi.
Andare allo stadio per me era un divertimento. Mi portava papà e mi ricordo quando il Napoli vinceva una continuazione. L’epoca di Bagni, Bruscolotti e il più grande Maradona. Poi vennero Alemao e Careca, i brasiliani. Eravamo uno squadrone. Avevo dodici, tredici anni. Poi ho iniziato ad andarci con i compagni miei. Dal parco dove abitavamo noi, arrivare al San Paolo è sempre stato il nostro sfizio, la nostra vera domenica. Perché bisognava attraversare tutta la città, prendevamo la Circumvesuviana fino alla stazione e già facevamo succedere il panico. Eravamo una ventina di noi. Una volta che arrivavamo alla stazione ci buttavamo alla metropolitana. Arrivavamo sul binario correndo e alluccando i cori dello stadio e davanti a noi si faceva il deserto, la gente scompariva perché faceva il giallo, avevano paura. Il treno diventava nostro fino a Campi Flegrei, nessuno saliva e nessuno scendeva. Quando qualcuno saliva con noi alla stazione ce lo portavamo fino a dentro il San Paolo. Era talmente un casino che qualche volta trovavamo le guardie già schierate con caschi e scudi. E allora visto che eravamo troppo pochi, e soprattutto volevamo arrivare allo stadio, andavamo a piedi a Montesanto e ci mettevamo sopra la Cumana. A Montesanto però ci arrivavamo più stanchi, perché ad alluccare, correre e tutto il resto ti stancavi. E quindi sulla Cumana facevamo meno panico, ci ricaricavamo prima di arrivare a Fuorigrotta. Fin da quando ho iniziato ad andare allo stadio da solo mi piace arrivare anche due, tre ore prima perché partecipo all’organizzazione, gli striscioni… e si sta là, il panino, le canne, poi iniziano a mettere la musica e comincia il bordello, i compagni, i cori. Alla fine allo stadio ci vai perché ti fai con la folla. È una scarica meglio della coca. Meglio di tutto. Quando abbiamo incominciato andavamo nella curva B, perché era la curva organizzata. Ci stavano i Boys, i Blue Lions e i Fedayn, che poi sarebbero il vero gruppo storico, quelli che si sono organizzati per primi. Nella curva A ci andavano quelli non organizzati, e il tifo era differente. Nel senso che in curva B facevamo le meglio coreografie, eravamo proprio artisti e poi i cori, le canzoni e tutte queste cose qua. Poi anche nella curva A hanno iniziato a organizzarsi, e sono arrivati i primi gruppi. All’inizio erano sconosciuti, poi sono usciti la Masseria Cardone, i Mastiffs del centro storico e le Teste Matte, sempre del centro. Tutti erano organizzati, però più che al Napoli pensavano a loro. Striscioni con il loro nome e tutti sempre intorno al capo, non intorno al megafonista, che poi è quello che fa partire i cori. Ma proprio intorno al capo, cioè c’erano alcuni che decidevano cosa fare e come comportarsi. Tra noi ci stanno pure quelli che dicono di essere fascisti, che gli piace Mussolini e portavano pure le bandiere nere. Ma non è che la curva è diventata fascista, nella curva la politica è sempre stata una cosa un po’ così… All’inizio c’erano i comunisti, come il gruppo che si chiamava Fedayn, i guerriglieri palestinesi, perché nel periodo che sono nati c’erano questi che facevano gli attentati e sparavano. Però alla fine era tutta gente abbastanza tranquilla. Tutto lo stadio è frequentato da gente che lavora e si arrangia con quello che trova: chi c’aveva il fumo, chi altro, chi faceva i movimenti… In realtà erano tutti ragazzi, se li mandi a lavorare quelli lavorano pure. Poi ci sono stati anche quelli che facevano i grossi, che si atteggiavano e volevano comandare. Chiaramente gli altri non è che erano proprio d’accordo. Comunque la questione è un’altra. È che l’infamità è tanta. È stato pure detto che sullo stadio si era formato un clan della camorra del centro storico. Ma che significa? Gente che faceva affari nel Sistema ma poi la domenica gli piaceva andare allo stadio perché a tutti quelli che hanno la mia età, e si ricordano il Napoli d’oro, piace andare allo stadio e ci vanno come cazzo gli pare. Alcuni si erano fatti un gruppo e poi furono arrestati per altri motivi. La polizia allora vide che tutti questi erano dello stesso gruppo e dissero che era un clan della camorra. Ma come? Un clan che mette gli striscioni con il proprio nome in curva A? Ma chi ci crede? Allora tutti questi che scrivono, che dicono la camorra qua, la camorra là… al massimo la camorra sullo stadio vuole fare gli appalti, sta tra i bagarini, dove ci stanno i soldi… che soldi ci sono da fare con i tifosi? Mica si guadagna qualcosa. Certo il tifo organizzato un poco di piaceri dalla società li ha sempre avuti, ma sono quelli che sono in giro da sempre. Mentre alla fine questi sono solo gruppi di guaglioni che si organizzano e vanno allo stadio insieme e credo che, se invece del calcio ci piacesse a tutti il basket, andrebbero tutti al palazzetto e pure là ci sarebbero i tafferugli e così via. Chi è pazzo non è lo stadio, è chi ci va che è pazzo. Con la curva A in queste condizioni, pure le cose con la polizia sono cambiate.
Quando il Napoli ha cominciato a fare proprio schifo, allora è chiaro che i ragazzi si dovevano sfogare, o almeno dovevano trovare qualcosa da fare, un motivo per andare allo stadio. E visto che la polizia là ce l’hai davanti, allora oggi è diventato: polizia primo nemico. Si dice così anche perché comunque, tutti noi dei gruppi viviamo in quartieri dove la polizia fa quello che vuole, ci arrestano, fanno la camurria e allora ad alcuni non pare vero che c’hai tutti questi sbirri a portata di mano, di pietra e di sputo. Anche perché la polizia lo sa che abbusca e si sta accorta… Sotto sotto, gli piace pure a loro di fare la battaglia. L’anno in cui sono scoppiati gli incidenti più brutti è stato quello della prima retrocessione. Non si andava più allo stadio a seguire la squadra ma a picchiare la polizia e chi ti capitava a tiro. Ogni domenica a Fuorigrotta la gente si chiudeva in casa e sparavano i lacrimogeni. Eravamo arrabbiati per come ci trattavano e ci sfogavamo sulla polizia. Facevamo gli agguati, e abbiamo avuto anche qualche netta vittoria. Tre a zero quando perdemmo in casa con il Brescia. Tre poliziotti all’ospedale. Li prendemmo dietro all’università che sta vicino allo stadio. Erano due camionette e si stavano facendo i cazzi loro. Noi arrivammo da dietro e ci scatenammo. Li schiattammo, li uccidemmo. Durò cinque minuti, poi ci infilammo dentro lo stadio. La partita andò malissimo e il Napoli prese tre gol. E noi sparavamo botte fortissime ed eravamo tutti con la cinta in mano. Tra il primo e il secondo tempo andammo sulle scale e iniziammo lanciare i pezzi di marmo sopra i carabinieri. Alla fine della partita quando uscimmo ci stavano aspettando. Cioè loro non sapevano chi aspettavano ma aspettavano tutti, e infatti subito iniziarono a caricare e a lanciare i lacrimogeni. Fu una battaglia ma vincemmo noi tre a zero. Poi ci vennero a prendere a casa qualche settimana dopo. Ma lo stadio è un divertimento a finale, non è la vita. E pure un affare, è il business do’ pallone. Le scommesse, le Snai controllate, i bar. Se fai la bolletta a nero prendi di più e, certo, perdi pure di più. Chi mangia sul calcio controlla il giro di soldi, e magari ha pure la squadra di proprietà. Se si contano tutte le squadre di calcio che ci stanno in Campania, dal livello dilettante alla C1 è pieno di squadre campane. Quelli che si comprano le squadre gli piace fare i presidenti e gli allenatori, e invece quelli che non possono avere le squadre gli piace andare allo stadio, e ci vanno tutti, ci entra gente malamente ma anche quelli che magari non lo sono. Però vedono subito come si fa. Ci sono pure i figli delle persone perbene sullo stadio, che magari si vogliono fare le tarantelle. Come la sera nella zona di Chiaia, come quelli della Torretta che escono con gli studenti. Là lo vedi, e sono gli stessi che vengono sullo stadio dove incontrano il cammoristiello, fanno il gruppetto e si pensano guappi. Però di fronte a chi sa stare allo stadio, calano sempre la cresta. Questi qua sono pure quelli che negli attacchi alla polizia poi non li trovi. Non li trovi perché alla fine la cazzimma non è una cosa con cui nasci, te la devi imparare. Cioè non è che tu sei ricco e hai la stessa cazzimma di uno di mezzo alla strada. Perché questo la cazzimma se l’è imparata. E allora addosso alle guardie ci va, e gli fa pure male. Questi altri che fanno? Al massimo lanciano qualche pietra. Ma non si mettono in mezzo. Non sanno stare in quelle situazioni quando ognuno a un certo punto fa quello che è più giusto per lui. Lo stadio è grande e le guardie non possono stare dappertutto, perciò se tu ti allontani verso Corso Marconi e int’ ‘o stesso mumento, quegli altri si buttano verso i Campi Flegrei, le guardie non riescono a stare appresso a tutti e due, e tu li fai impazzire.
I poliziotti che si incazzano di più sono quelli che normalmente stanno nelle volanti o negli uffici e, invece, la domenica devono stare per strada. I celerini sono infami, ma si sanno comportare meglio. Quando ti pigliano, ti vattono ma finisce là. Invece questi altri, sbirri da cento lire, ti scommano di sangue dopo che ti hanno portato dentro al commissariato. Il gruppo però si vede quando va in trasferta, nel senso che ti devi per forza organizzare con gli altri gruppi se stai negli stessi pullman o negli stessi treni. Quando si va fuori cambia tutto perché stanno tutti contro di te e tu ti devi difendere. Anche quando arriva gente non organizzata viene con noi, perché la curva in trasferta è la nostra, decidiamo noi. Mi ricordo una volta che andammo a Roma, all’Olimpico contro la Lazio. Arrivammo la mattina in un treno blindato. Alla stazione dovemmo fare parecchie tarantelle per salire tutti quanti. Arrivati lì ci fecero entrare allo stadio subito e rimanemmo tre ore al sole che faceva già caldo. Una cosa tira l’altra e iniziammo a fare i cori contro i laziali e contro le guardie. Poi visto che c’avevamo le botte appresso, iniziammo a spararle e le guardie diventarono nervose. I pompieri ci buttavano addosso i getti d’acqua, “contro il caldo” dicevano, però poi restavi tutto infuso. Poi entrarono pure i laziali che comunque erano in tanti perché era l’anno che loro erano campioni d’Italia. Bene. La partita fu incredibile perché finì che il peggior Napoli vinse in casa della Lazio campione, e loro accusarono. Ci aspettarono fuori e quando a sera provarono a farci uscire per andare alla stazione, c’era ancora la guerra tra i laziali e le guardie. Macchine bruciate, fumo, un casino. Volevano spostarci velocemente e presero a darci addosso e noi allora reagimmo e partimmo con le cinture e i bastoni. Le guardie si trovarono in mezzo a noi e ai laziali e le prendevano da tutte le parti. A un certo punto eravamo cinque di noi e trovammo due guardie isolate che quando ci videro subito se ne fuiettero. Tanto che presero spavento che lasciarono la borsa coi lacrimogeni e lo sparalacrimogeni, che abbiamo ancora conservato perché funziona, l’abbiamo provato. Comunque fu un macello e ci demmo tante di quelle mazzate che dovemmo tornare a Napoli tutti separati, a me mi vennero a prendere certi compagni miei da Napoli e me ne tornai in macchina. Fu bello però, perché tutti i gruppi erano assieme e noi eravamo soltanto napoletani. In questi ultimi anni è cambiato qualcosa, nel senso che poi sono venute le diffide e gli arresti. Hanno arrestato molti di noi per diversi incidenti, tutti di gruppi diversi. E anche questa volta di quelli con cui se la sono presa di più, quando li hanno arrestati, hanno subito detto: infiltrazioni camorristiche, perché vivevano tutti nello stesso quartiere. Come se tutti quelli che vivono in una zona devono essere camorristi per forza. Anche di diffide ne hanno date molte, e molti devono andare a mettere la firma in commissariato la domenica mattina. Anche se, però, quando beccano un gruppo si accaniscono su quello, e gli altri li lasciano in santa pace. E poi per quante diffide possono fare… allo stadio ci vai, se lo vuoi davvero. Ma alla fine tutti controllano la nervatura, e i ragazzi che vengono allo stadio sono gli stessi di mezzo alla via, e quello che fanno la domenica lo fanno tutti i giorni, perché è così, mica è una festa. (-ma)

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