13 giugno 2011

DE PROFUNDIS

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29 maggio 1985. Prima della finale di coppa dei campioni tra Liverpool e Juventus allo stadio Heysel di Bruxelles si scatena l’inferno. 39 morti e oltre 600 feriti. Una guerra per una partita di calcio. A combatterla è un esercito irregolare quanto devastante, gli «hooligans». Le immagini della mattanza riprendono pance gonfie di birra, canottiere sbrindellate, carni bianche rosolate dal sole primaverile e colorate di tatuaggi, teste rasate. Violenza bruta. Cieca. Inspiegabile. Una cavalcata dell’orrore. Gli «hooligans» sono i fratelli lazzaroni e pezzenti dei «drughi».
«Drughi»? Esattamente quarant’anni fa conoscemmo i «drughi», grazie ad un capolavoro: «Arancia meccanica» di Stanley Kubrick. L’idea era venuta allo scrittore inglese Anthony Burgess, che in «A Clockwork Orange» nel 1962 aveva tracciato un diagramma oscuro e inquietante sulla futura Inghilterra posseduta e squarciata dalla violenza. Alex, il giovane protagonista, è un «drug». Insieme ad altri tre compagni di avventure si divertono. Come? Compiono atti violenti e crudeli, privi di motivazione. Latte allungato con droghe è la bevanda ideale per immergersi nel cuore di tenebra dell’«ultraviolenza». I «drughi» sono mostri, sottoprodotto dell’alienazione sociale? Neppure per sogno. Alex, la loro guida, ad esempio è bello, colto, parla bene, adora la musica classica. Venera Beethoven. Ripulito potrebbe essere scambiato per un innocente agnellino, o un perfetto e lindo scolaretto di Eton.
Stanley Kubrick da tempo possedeva una copia del romanzo di Burgess. L’aveva riposta nell’ordinatissimo scaffale dello studio. Assorbito totalmente dal lavoro per «2001: Odissea nello spazio», non aveva trovato il tempo neppure di aprirlo. Uscito il film nel 1968 inizia a leggerlo. E prende immediatamente una decisione: sarà il soggetto del suo nono lungometraggio. In occasione del quarantesimo anniversario di «Arancia meccanica» la Warner Bros Home Video edita una versione del film in Blu-Ray, splendida nel suono digitale (la musica classica scelta da Kubrick è un capolavoro uditivo all’interno di un capolavoro visivo), arricchita di numerosi extra belli quanto istruttivi, come «Stanley Kubrick. A Life in Picture» di Jan Harlan, essenziale introduzione all’opera cinematografica del regista nato e cresciuto nel Bronx, morto settantenne in una tranquilla residenza ricca di verde, freddo e pioggia, a poca distanza da Londra, scelta per appartarsi dai rumori del mondo e lavorare in pace, tra animali, famigliari, amici, la nota scacchiera e il meno noto tavolo da ping-pong.
Con il trascorre del tempo il “culto kubrickiano” cresce di intensità. Saggi, pubblicazioni universitarie e divulgative, costante riedizione dei suoi film, mostre di varia importanza (l’ultima, notevole, è a Parigi, «Stanley Kubrick, L’exposition», presso la Cinémathèque Française, visitabile fino al 31 luglio). La rete, poi, ha espanso all’infinito la comunità di appassionati dell’opera di Kubrick. Come spiegare un interesse così profondo e intenso? Per capirlo «Arancia meccanica» rappresenta una cartolina di tornasole. Come si ricorderà «2001: Odissea nello spazio» si conclude con l’immagine di un nuovo parto. Un feto rassicurante dagli occhi celesti. E non a caso la prima immagine di «Arancia meccanica» si posa sugli occhi blu, incastonati nel volto angelico-demoniaco di Alex, l’attore Malcolm McDowell È l’Anticristo. La stilizzazione pop dell’esplosione barbara e incontrollata della violenza. Il trionfo del narcisismo. L’Inghilterra nel corso degli anni Sessanta del Novecento si secolarizza, rapidamente e senza via di ritorno. La cultura cristiana va in pezzi. «Arancia meccanica» conferisce lucida e splendida visibilità alla disfatta della cultura come agente della civilizzazione. Lo scenario futuro ideato da Burgess e messo in scena da Kubrick ha davvero poco di rassicurante. Mai l’umanità ha conosciuto così tante conoscenze tecniche e scientifiche. Addirittura lo spazio lunare è stato conquistato. Eppure l’accumulo di sapere ha ridotto la cultura, specialmente quella cristiana, a brandelli. Il prodotto della scristianizzazione, avvenuta nell’ebbrezza pacificante dell’età dell’Acquario, sono i «drughi».
Ma lo è anche l’apparato statale che una volta imprigionato uno di loro (Alex) cerca di rieducarlo attraverso una cura (il programma Ludovico), illusoria quanto vana, ideata per estirpare violentemente il male dall’uomo. Il male è l’essenza della vita, inestirpabile. Alex rappresenta lo spirito libero. Non teme nulla e proprio per questo è la natura umana svincolata dai limiti posti dalla ragione. In fondo la risposta al nulla dei valori e all’incomprensibilità del mondo è la «volontà di potenza». Nonostante Kubrick maneggiasse con finezza una delle dominanti del pensiero contemporaneo, il nichilismo, non aveva nessun vezzo tipico dell’autore americano. Non aveva la lingua sciolta e cinefila di Martin Scorsese, né credeva nell’impegno sinistrorso di Oliver Stone. Da ragazzo aveva studiato poco. Se la cavava meglio con gli scacchi che con i libri. Poi prese in mano una macchina fotografica. E divenne Stanley Kubrick. Una leggenda. Come ricorda divertito (ma non troppo) il collega Sidney Pollack, che Kubrick volle come attore in «Eyes Wide Shut» (imbrogliandolo con la falsa promessa di un paio di giorni al massimo per una scena, in realtà lo tenne prigioniero per un mesetto), era affascinato dalla pubblicità del Nescafé.
A lui ci voleva un tempo infinito per raccontare una storia: alla pubblicità pochi secondi. Kubrick considera il tempo cinematografico oro. Più poteva averne, più sentiva di arrivare all’essenza del mistero nascosto nelle immagini. Osservando le magiche riprese di «Arancia meccanica», sontuose, eleganti, barocche, magnifiche quando rallentate, si stenta a credere che il loro autore non avesse paura del piccolo schermo, anzi, tutt’altro. Se Pasolini, in vasta e allegra compagnia, denunciava il potere perverso e corruttore del piccolo schermo, Kubrick invece era convinto delle grandi possibilità offerte dal nuovo mezzo. Per non parlare del computer. Da subito ne aveva intuito l’importanza. Così come aveva capito che l’intelligenza artificiale sarebbe stata la compagna di strada del futuro artista delle immagini. In privato, come ricorda con finta ingenuità l’attrice Nicole Kidman, Kubrick riponeva scarsa considerazione del genere umano.
I suoi film, dopo il successo planetario di «2001: Odissea nello spazio», che gli consente di ottenere dalla Warner il controllo totale dell’opera, confermano questa impressione. Prende così avvio l’esplorazione negli abissi dell’ambiguità umana. Alex  capo dei «drughi» di «Arancia meccanica»; Redmond Barry (Ryan O’Neal) arrivista e aristocratico mancato in «Barry Lyndon»; Jack Torrance (Jack Nicholson) scrittore fallito scivolato nella follia in «Shining»; “Joker” (Matthew Modine) marine pacifista nell’inferno del Vietnam in «Full Metal Jacket»; Bill Harford (Tom Cruise) freddo dottore di successo tormentato dal sesso in «Eyes Wide Shut». Tutti questi protagonisti sono il campionario di un’umanità per nulla rassicurante, dominata da distruttiva «volontà di potenza», spesso riversata sul prossimo, in realtà al lavoro per annullare se stessa.

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