25 maggio 2011

WIMBLEDON

di ENRICO SISTI Wimbledon, esterno giorno. Quando si sente profumo d'erba vuol dire che sui 18 campi dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club non è ancora iniziato il torneo perché dopo un po', sulla linea di fondo e (adesso un po' meno) sotto rete, rimane soltanto la polvere. Ma una volta l'erba era anche quella sopra la quale giocava (a calcio) il Wimbledon Fc. In stadi diversi, a volte para a volta rada, ma sempre erba era. Ogni squadra inglese ha qualcosa di leggendario. Il Wimbledon, nella sua leggenda, può aggiungere (ed è l'unica a poterlo fare) un caso di furto d'identità perpetrato dalla federazione stessa (la Football Association). Una mano dalla quale solitamente ti aspetti una mano, non un calcio nel sedere, non una spinta per dubitare di te stesso. Mai successo in 150 anni di storia federale.

Accadde nel 2002. Il Wimbledon Fc, che aveva per anni condiviso il terreno di gioco col Crystal Palace (il Selhurst Park), viene messo in condizione di scappare da Londra, da quella Londra sud che in qualche modo, nel suo piccolo, il Wimbledon contribuiva a rappresentare. Non più gestibile la convivenza col Palace, il Wimbledon era una squadra senza stadio. Il suo non era più utilizzabile perché il cosiddetto Taylor Report, stilato dopo l'era della violenza, obbligava tutti i club di prima fascia a giocare in stadi con tutti posti a sedere. Immaginate una squadra in cerca di stadio, con la lanterna di notte, con gli occhi disperati di giorno. Il suo piccolo potere, che era simboleggiato dalla Fa Cup vinta contro il Liverpool nel 1988, non bastava per trovar casa. Anni lontani che nessuno, dalle quelle parti, è mai riuscito a dimenticare per la formidabile sequenza di emozioni che quel periodo assicura ancora adesso. Quella dell'88 era la squadra del feroce Vinnie Jones in difesa, in attacco si dimenava quel John Fashanu, uno dei primi gay del calcio, che Teocoli, travestito da Caccamo, trasformò in un eroe di "Mai dire gol".  Era anche la squadra di Wise, Goodyear, Phelan, Gibson, Cork, Cunningham. E di Sanchez che segnò il gol della vittoria. A vederlo battere il Liverpool, quel 14 maggio, c'erano quasi centomila persone.

Quando traslocarono fu durissima. Il Wimbledon divenne la prima squadra cui scipparono l'identità. Il "fu Wimbledon" riemerse a Milton Keynes, nel Buckinghamshire, a 100 chilometri di distanza, più o meno vicino a Silverstone. Il primo stadio disponibile era troppo lontano però per conservare l'antico nome. Ne spuntò un altro: MK. Come un pacchetto di sigarette. L'impopolarità della decisione non emerse immediatamente: "Ma fu come andare a giocare in un'altra nazione", ricorda Erik Samuelson. Lui e altri tre tifosi decisero di abbandonare la vecchia squadra e fondarne un'altra: che si sarebbe chiamata Afc Wimbledon, dove l'acronimo stava per "A football club". Dovettero logicamente ripartire dai distretti più poveri del calcio. E senza niente. Cominciarono le convocazioni porta a porta. Risposero, senza capire esattamente a cosa stavano rispondendo, 250 volontari. Fra questi anche un calciatore finlandese e un ex Under 21 cileno. Mentre gli MK Dons si sarebbero avvicinati alla Premier con in panchina Roberto Di Matteo, per l'Afc Wimbledon iniziò la scalata. Ottenuto un terreno di gioco, il 10 luglio 2002, presso il Gander Green Lane, disputarono il primo incontro della loro storia contro il Sutton United. Poi cinque promozioni in nove anni.

Sabato, nello spareggio giocato al City Of Manchester Stadium, l'approdo in League Two, la nostra seconda divisione, l'ex C2. Con una soddisfazione doppia perché adesso l'Afc Wimbledon giocherà una categoria sotto il suo alter ego, l'MK Dons. Solo una categoria sotto: "Ma loro non sono una squadra di calcio, sono un imbroglio, una finzione teatrale creata dalla federazione. Ai nostri occhi è come se non esistessero", esclama il direttore commerciale del Wimbledon Ivor Heller. Ma l'anno prossimo giocheranno per raggiungere proprio questi loro fantasmi.

Sabato l'eroe è stato il portiere Seb Brown che ha parato due dei rigori finali ai giocatori del Luton Town (la stessa squadra che il Wimbledon sconfisse in semifinale prima di scontrarsi col Liverpool 23 anni fa). Samuelson gestisce il club insieme con altri 3500, come li chiamano, "donatori". Il loro stadio è in comproprietà con il Kingston upon Thames. I giocatori, quelli che sabato hanno conquistato il diritto a tornare ad annusare il calcio che conta, guadagnano una media di 800 sterline alla settimana. La vittoria di sabato significa un milione di sterline: "Ma li useremo per migliorare le nostre scuole calcio", assicura Samuelson. Il premio promozione sarà un viaggio a Las Vegas. Ma il Wimbledon non è più una scommessa

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