29 maggio 2011

VIOLENTI IN DIVISA

di Maria Rosaria Iovinella

Di Stato si muore, quando il diritto di intervento sfocia in delirio di onnipotenza. O quando, in maniera poco critica, ci si limita ad applicare la legge Reale datata 1975, una norma varata durante l’emergenza terrorismo che ha progressivamente ampliato la discrezionalità nell’uso della forza fisica, delle armi e del ricorso alla perquisizione personale da parte delle forze di polizia.
NELLA LISTA NERA PER GLI OMICIDI DI POLIZIA. Da anni l’Italia figura nella black list di Amnesty International per maltrattamenti e omicidi causati dalle forze dell’ordine, ritardi nelle inchieste, mancata ratifica della Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura. I casi di Stefano Cucchi, Gabriele Sandri, Federico Aldrovandi rappresentano l’espressione massima delle distorsioni nei rapporti tra cittadini e operatori di pubblica sicurezza. Un’alterazione che il saggio di Tommaso Della Longa e Alessia Lai, Quando lo Stato uccide, edito da Castelvecchi (256 pagine, 16 euro), analizza alla luce dei grandi episodi che hanno costellato le cronache degli ultimi anni.
Ma anche e soprattutto con storie dimenticate, spesso di provincia, che non hanno l’impatto mediatico delle altre, ma ne condividono la genesi: l’abuso di potere e la violenza.

Un'inchiesta giornalistica con contraddittorio

Della Longa, giornalista e portavoce del Commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, collabora con Il Riformista, Il Secolo d’Italia e altre testate nazionali. Lai è caposervizio esteri a Rinascita e collabora con La voce del Ribelle. Entrambi hanno impiegato un anno per scrivere un’inchiesta che ha i toni della denuncia, ma non quelli del puro j’accuse, avendo anche concesso il contraddittorio a chi ne aveva il diritto, ovvero i sindacati di categoria delle forze di polizia.
Il pregio maggiore del loro libro non è inanellare episodi a supporto di una tesi, ma suggerire il quadro complessivo in cui si generano tali delitti, le deficienze di sistema e le insensatezze di metodo.
Limiti di fatto che non assolvono gli agenti in caso di errore, ma che rappresentano un problema strutturale di cui la stessa categoria, in alcuni passaggi, è vittima.
ALLA RICERCA DI UN NUOVO ORDINE PUBBLICO. C’è bisogno di ripensare il modo di vivere la divisa, rapportarsi con il cittadino, gestire l’ordine pubblico, e maturare un’attitudine «culturalmente» diversa.
In tal senso, i fatti di Genova nel 2001, il famigerato G8 della morte di Carlo Giuliani, hanno rappresentato un chiaro punto di non ritorno. Non solo per la gravità degli eventi, ma anche per il loro spiccato carattere pubblico, cioè esposto al giudizio degli italiani e del mondo.
Davanti a quella catastrofe, anche l’omertà e lo «spirito di corpo» non sono più bastati a celare le colpe evidenti, con le annesse responsabilità. Tuttavia, «il problema della mancanza di forme di identificazione dei singoli agenti durante le operazioni di ordine pubblico e l’assenza di organismi indipendenti di monitoraggio», come recita il rapporto 2008 di Amnesty, evidenzia le contraddizioni di un Paese dove permane un'eccessiva impunità, soprattutto ai livelli alti delle gerarchie, che giocano contro il cambiamento.

La necessità di una svolta nelle forze di polizia

La svolta dovrebbe partire dai fondamentali: formazione professionale in aggiornamento continuo, che in Italia è spesso minacciata dai tagli; doverosa conoscenza dei contesti in cui si opera; adeguatezza di armi e equipaggiamento e monitoraggio dello stato psichico dei poliziotti.
In Italia si suicidano, in media, oltre 10 carabinieri all’anno. È quanto ha affermato nel libro Antonio Savino, presidente dell’Unione nazionale arma carabinieri. Ma soprattutto c’è bisogno di punire chi sbaglia, senza concedere tregua verso gli atteggiamenti recidivi.
É lecito chiedersi, leggendo il libro, perché il cittadino, che pure a volte sbaglia, debba pagare con la vita per dinamiche su cui non può affatto incidere, ma solo subire. Si va dalle armi in dotazione all’uso legittimo della forza, che però talvolta si «protrae nel tempo con modalità contrarie alle legge».
DA ALBANESE A CASTELLANO: IL COLPO ACCIDENTALE. Nel libro sono numerosi gli episodi di violenza. Come quello di Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che rubava camion, nel 2000 fu ucciso da un colpo sparato accidentalmente dal brigadiere Luca Buso, assolto poi nel 2003.
Il colpo che parte in maniera accidentale torna varie volte nelle storie narrate, quasi come una maledizione fatale e inevitabile. Ma quell'episodio fu molto particolare. La colpa, secondo il presidente del tribunale, Sergio Trentanovi, fu dell’arma, una Beretta M12s, una pistola «con caratteristiche di un’arma da guerra» che, a leggere la sentenza, può essere attivata «accidentalmente spostando il braccio e facendo retrocedere l’asta».
La vicenda di Mario Castellano, risalente al 2000, non è da meno: morì a 17 anni, incensurato, per mano del poliziotto Tommaso Leone, condannato a 10 anni di reclusione nel 2009.
Leone nel 1996 aveva già ucciso una persona disarmata ed era stato accusato inizialmente di omicidio volontario, imputazione poi derubricata in eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La sua posizione fu archiviata. Ma forse, dopo questo caso, Leone non era la persona più idonea per compiere servizio sulle strade.

Dal caso Rasman a quello di Cisse

I casi di Riccardo Rasman e Mohamed Khaira Cisse sono ancora più desolanti. Entrambi furono uccisi in casa propria. Rasman era psicolabile e morì a Trieste nel 2006 per un’asfissia posturale, ovvero per la pressione esercitata dagli agenti sul suo corpo, mentre era già riverso a terra.
Cisse, invece, fu ucciso nel 2003 in provincia di Napoli, da due colpi di mitraglietta. Ironia della sorte, l’intervento dei carabinieri era stato richiesto proprio dalla famiglia di Cisse, anoressico e depresso, perché l'uomo rifiutava il cibo e si trovava in uno stato di prostrazione.
Al netto delle responsabilità, che nel caso di Rasman attendono di essere accertate con l’ultimo grado di giudizio, ci si chiede perché privati cittadini, che dovrebbero essere protetti e tutelati, con l’intervento degli agenti diventino corpi freddi, materia da faldone giudiziario.
LA DISTINZIONE TRA SINGOLI E GRUPPO. I casi, tristemente celebri, di Aldrovandi, Sandri, Cucchi e Giuliani occupano la seconda parte dell’inchiesta e sono accompagnati da interviste ai familiari delle vittime. Spicca, pur nella richiesta del riconoscimento delle colpe e nel desiderio di giustizia, la capacità degli intervistati di distinguere tra le responsabilità dei singoli e quelle dell’intero corpo.
Emerge anche una sostanziale ammissione di fiducia, non affatto scontata, nell’operato di istituzioni e forze dell’ordine, malgrado il torto ricevuto.
LA MANCATA INTRODUZIONE DEL REATO DI TORTURA. Salvare la credibilità del sistema però è ancora possibile, a patto di correggere le incoerenze abnormi. Fra tutte spicca la mancata ratifica della Convenzione delle Nazioni unite, in materia di tortura. Pur avendola firmata, nel 1988, l’Italia si rifiuta di introdurre il reato nell'ordinamento giuridico.
Ecco perché episodi come quelli della caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001, sono finiti in prescrizione nonostante siano gli stessi pubblici ministeri a parlare di «trattamenti inumani e degradanti», chiamando in causa la Corte europea dei diritti dell’uomo.
Tra le anomalie, figura anche l’uso degli strumenti di dissuasione come i gas lacrimogeni, fra cui spicca il «Cs», ovvero l’orto-clorobenziliden-malononitrile. Schedato come arma chimica in una relazione del ministero della Salute risalente al 2000, è tollerato però per riportare l’ordine pubblico nelle manifestazioni, in accordo con la Convenzione di Parigi, siglata nel 1993 da 174 Paesi.

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