19 febbraio 2011

ZONA FRANCA

La legge sugli stadi è come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Il provvedimento, invocato a gran voce dal mondo sportivo come il toccasana e l'ingresso dell'obsoleto calcio italiano nella moderna Europa, sostenuto a parole dall'unanimità del parlamento, trova sempre nuovi ostacoli quando tutto sembra vada per il verso giusto.
Il testo, ricevuto il via libera del Senato, era approdato a fine dicembre in commissione Cultura alla Camera con l'imprimatur, raro di questi tempi, dell'unanimità, condizione vincolante per il via libera senza passare per il voto dell'Aula.

Per favorire la rapida costruzione degli impianti e garantire nel contempo la remunerazione del capitale investito con altre attività, la proposta di legge offre alle amministrazioni pubbliche la possibilità di derogare dai vincoli urbanistici. In sostanza vengono tutelati i piani di project financing e quindi la remunerazione del capitale investito grazie a rapide procedure. La sola eccezione riguarda i vincoli idrogeologici, archeologi e artistici che non ammettono deroghe.

Ma, ecco la sorpresa, nel testo approdato alla commissione camerale, un emendamento proposto dal governo ha cancellato anche tali vincoli. In sostanza il calcio, già zona franca per le società che in esso operano, diventa ora zona senza limiti. Si può costruire ovunque, anche laddove non si possono edificare ospedali, scuole, metropolitane.
Mercoledì scorso, 16 febbraio, è fallito il tentativo di cancellare l'emendamento da parte non solo delle opposizioni, ma anche della Lega Nord e ora il provvedimento, mancando il presupposto dell'unanimità, dovrà comunque intraprendere il lungo e tortuoso itinerario delle aule di Camera e Senato. Sarebbe interessante sapere, a proposito non di rebus ma di misteri calcistici assai poco gloriosi, in quali città si possano costruire stadi in zone di pregio artistico o a rischio ambientale. Afferma il deputato Pd della commissione Giovanni Lolli: «Ho avuto modo di fare una verifica con molte delle società di calcio che avrebbero intenzione di utilizzare questa legge per costruire un nuovo stadio. Nessuna di loro ha il problema di collocarsi in un'area che prevede il vincolo idrogeologico e archeologico. Anzi una sola».
Forse la moderna estensione della parola stadio a negozi, centri commerciali ha creato l'equivoco e qualcuno ha ecceduto nell'interpretazione estensiva del villaggio globale, magari coinvolgendo progetti di nuovi quartieri. Un pasticciaccio, tenuto conto di un percorso comunque innovativo e privo dei lacci tante volte lamentati.

È bene non dimenticare che un simile provvedimento ha anche lo scopo di favorire l'accesso ai veri appassionati, alle loro famiglie, ai giovanissimi, in ambienti di proprietà delle società che siano accoglienti, sicuri, tutelati. Un matrimonio d'interesse, si potrebbe osare, tra spettatore e investitore. Ma si sa, gli ultras non sono una prerogativa solo del mondo del pallone.

La pratica razzismo è stata archiviata
Così fan tutti. Nel paese dell'indignazione facile e della memoria labile, la questione degli ululati razzisti è stata archiviata. Non è necessario il protocollo, perché la pratica di fatto mai è stata aperta. Nella scorsa domenica l'ininterrotto ululare a danno di Samuel Eto'o durante l'incontro tra Juventus e Inter ha meritato citazioni nei servizi solo per la notorietà del personaggio. Tutti deprecano, tutti condannano, ma ripetono che non c'è stadio che si salvi, in Italia e nel resto d'Europa. Al mal comune non c'è rimedio. E le promesse di partite sospese, di appelli al pubblico? Lasciamo stare, spiegano i competenti, rischiamo di fomentare violenza. Contrordine società civile, lo stadio è zona franca.

Gli incontri dei giocatori con gli ultrà
Un centinaio di ultras di Atalanta e Catania sono indagati con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata a compiere atti di guerriglia. La notizia di pochi giorni or sono fa parte della triste routine del mondo del calcio e rischia di non far più quasi notizia.
Eppure tali episodi riguardano, eccome, noi appassionati dello sport. Anche in virtù di comportamenti che non sono oggetto di indagini giudiziarie, ma che fanno riflettere. Dalle intercettazioni con i capi della tifoseria risultano alcune telefonate intercorse tra il capo della curva bergamasca Claudio Galimberti, detto Bocia, con obbligo di dimora fuori dalla provincia e i giocatori Doni e Bellini, capitani della squadra bergamasca. Nella conversazione spiegano le ragioni dello scarso rendimento della squadra in talune partite. I due, in un'altra occasione e in compagnia dei colleghi Tiribocchi e Acquafresca (oggi al Cagliari) fanno visita a uno degli ultrà agli arresti domiciliari, portando in regalo maglie autografate. Nulla di penalmente rilevante, i giocatori sono stati ascoltati dal magistrato.
Citiamo Bergamo solo in quanto ultimo dei casi, ma l'elenco sarebbe assai lungo e chiamerebbe in causa molte società. Ciò che stupisce ancora una volta è la solerzia con la quale viene manifestata solidarietà ai professionisti del tifo, mentre analoghe manifestazioni in favore delle vittime delle violenze dentro e fuori gli stadi non trovano repliche altrettanto attente dagli addetti ai lavori.

In attesa di conoscere nobili ragioni di tanto zelo pro ultras, avanziamo il timido sospetto che prevalga la sindrome di Don Abbondio: teniamoceli buoni, non si sa mai. Così deve aver pensato, per esempio, l'ex allenatore dell'Atalanta Antonio Conte, oggi al Siena e tanto detestato dalla tifoseria nerazzurra, quando dopo le dimissioni telefonò al Bocia giurandogli di avercela messa tutta e di lasciare una squadra in salute. Meglio mettere le mani avanti: prima regola di un calcio senza regole.

Buon campionato a tutti.

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