02 febbraio 2011

MIOPI

Dirigenti di società di calcio che aggrediscono arbitri. Tifosi protagonisti degli scontri contro le forze dell’ordine. Giovani calciatori, e non solo, colpevoli di episodi di intolleranza contro gli avversari. Il mondo del pallone è avvelenato dalla violenza e in Italia il fenomeno sta assumendo delle connotazioni preoccupanti. Colpa della politica che ha sottovalutato il fenomeno? Colpa della mancanza di cultura sportiva che impone il rispetto dell’avversario e delle istituzioni?
Andiamo a snocciolare le cause di una situazione che sta diventando per alcuni versi insostenibile, alla quale lo Stato sembra dare soluzioni miopi e poco lungimiranti.
Anche a livello giovanile, per non parlare dei dilettanti, la realtà è al collasso. Ogni domenica si registrano episodi di violenza e intolleranza. Ultima aggressione in ordine di tempo, il 23 gennaio scorso, è stata perpetrata ai danni del direttore sportivo del Castrovillari (campionato di Eccellenza) e di alcuni calciatori, nel pre-gara dell’incontro che vedeva i calabresi ospiti dello Scalea, da parte del direttore generale e dell’allenatore di casa. All’episodio è seguita una denuncia alla terna arbitrale, con conseguente annotazione nel referto ufficiale del direttore di gara e comunicazione al commissario di campo.
Giovedì scorso tre ultrà del Teramo Calcio sono stati condannati a tre anni e due mesi di reclusione con il divieto di accedere ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, il famigerato Daspo. I fatti incriminati risalgono al 18 febbraio del 2006 quando tre tifosi del Giulianova Calcio furono aggrediti brutalmente da una decina di supporter del Teramo, in trasferta per una manifestazione nazionale organizzata dai tifosi, all’interno di un’area di servizio in prossimità di Pesaro. I supporter del Giulianova sono stati presi a calci e pugni e scaraventati a terra dagli ultrà del Teramo, riportando gravi lesioni. Alla violenza si è aggiunto il tentativo di intimidazione, ai danni di un tifoso del Giulianova, affinché ad uno degli aggressori fossero consegnate le chiavi della sua automobile.
Due settimane fa, il 16 gennaio, il tecnico del CTL Campania Piscinola (campionato di Eccellenza) è stato aggredito da quattro uomini mentre stava lasciando lo stadio Romeo Menti di Castellammare di Stabia dopo aver seguito la partita tra Libertas Stabia e Isola di Procida da spettatore. L’allenatore è stato colpito riportando diverse ferite ed ematomi al volto con tanto di fuoriuscite di sangue. All’uomo, trasportato in ospedale, è stata riscontrata anche una frattura composta al braccio destro. All’aggressione hanno fatto seguito le dimissioni dei dirigenti, compreso il presidente, della società campana.
La violenza non risparmia nemmeno i più giovani ed i rispettivi campionati. Nella categoria ‘Esordienti’ l’istruttore del Capo Palinuro ha, dapprima colpito con uno schiaffo al volto ed un calcio alla schiena uno dei piccoli avversari in campo, e poi l’ha sollevato e gettato contro una panca. Il bambino, di 11 anni, ha subito delle lesioni guaribili in dieci giorni.
Nel campionato dei ‘Giovanissimi’ in Puglia un ragazzo della squadra ‘Cristo Re’, dopo aver abbandonato il campo in seguito ad un’espulsione, è rientrato sul terreno di gioco colpendo con un calcio alla gamba ed al petto un avversario generando, poi, una rissa in campo.
Quali sono stati i rimedi alla violenza nel calcio proposti nel tempo dalla politica? Restando agli ultimi provvedimenti si pensi al Daspo (acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni sportive), una misura introdotta con la legge 13 dicembre 1989 n.401. E’ negli ultimi anni, con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, si è fatto ricorso a questo provvedimento con più facilità. Il fatto, però, che il Daspo possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia e non necessariamente dopo una condanna penale ha comportato molte proteste di incostituzionalità, soprattutto da parte del mondo ultrà. In realtà, una sentenza della Corte Costituzionale (n.512 del 2002) ha inquadrato il Daspo tra le misure di prevenzione a disposizione dell’autorità giudiziaria, anche in attesa del processo penale. Spesso, la lunghezza dei procedimenti fa sì che la persona sottoposta alla ‘diffida’ sconti per intero l’allontanamento senza che il processo venga celebrato, compromettendo di fatto alcune libertà fondamentali (come quella della circolazione, secondo l’art.16 della Costituzione e l’articolo 120, che vieta alle Regioni di ‘adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libertà di circolazione delle persone e delle cose’).
Capitolo tessera del tifoso. Un altro strumento adottato dalle società di calcio in seguito ad una direttiva del ministro dell’Interno del 14 agosto del 2009, per “fidelizzare i tifosi”. Al di là delle valutazioni positive dei fautori di questo strumento, non sono poche le ombre che si celano dietro. A cominciare dal fatto che le tessere sono rilasciate dalle banche o dal circuito Lottomatica e sono carte di credito ricaricabili a tutti gli effetti. Hanno validità di 5 anni e sono rinnovabili. Le tessere potrebbero essere un passe-partout per investimenti bancari da parte dei tifosi.
Federsupporter (associazione che riunisce sostenitori e azionisti di società sportive) e Codacons, a meno di un anno dall’introduzione della tessera del tifoso, hanno tracciato un primo bilancio: “La tessera – si legge nel comunicato – non fidelizza il supporter, come si vorrebbe far credere, facendolo invece fagocitare da un marasma di diritti alla privacy violati, scarsa trasparenza, circuiti bancari e business schizofrenico. Se il terrore della violenza ultrà – prosegue la nota – ha portato alla tessera del tifoso, la tessera, dal proprio canto, ha portato una violenza del business del calcio verso chi, del calcio, è consumatore: il tifoso”. I numeri sul business indotti dalla tessera del tifoso sono elevati. “Il giro di soldi – denuncia Alfredo Parisi di Federsupporter – è spaventoso, per volume e introiti: l’associazione stima che attorno alle sole spese di gestione nella carta (tariffe di prelievo, ricarica, sottoscrizione) ogni possessore mediamente spenda oltre 200 euro l’anno, che fanno la bellezza di otre 130 milioni di euro l’anno incassati sulle commissioni delle operazioni: soldi che vanno alle banche, non alle società sportive, alle federazioni, alle società di tifosi”.
E poi c’è la questione annosa dei diritti non rispettati. “C’è il rischio ‘laboratorio sociale’ – si legge nel comunicato – dove, cioè, si sperimentano nuove forme di controllo sociale. La soluzione c’è a tutto questo, basterebbe guardare in Europa: Inghilterra, Germania, paesi dove andare allo stadio è un piacere e non un sacrificio”. Tuttavia in Gran Bretagna è stato risolto il problema della violenza all’interno degli impianti sportivi, ma fuori continuano gli scontri tra tifosi di opposte fazioni.
Le forze dell’ordine sostengono di adottare provvedimenti diversi in occasione di partite considerate a rischio. Come prima e dopo l’ultimo derby di Coppa Italia Roma – Lazio, quando ci furono 6 arresti, 56 denunce e 57 persone sottoposte a Daspo. “Le partite a rischio – sostiene l’Anfp, l’associazione nazionale dei funzionari di Polizia – sono la migliore vetrina per i teppisti e l’oscurità è il miglior passamontagna per gli ultras violenti che approfittano per colpire i simboli dello Stato. Sarebbe meglio – si legge nella nota – investire risorse ed energie per affrontare i gravi problemi, economici, sociali, politici ed etici, che stanno trasformando il Belpaese in un ring senza più arbitri autorevoli”.  Tradotto significa: ‘prevenire è meglio che curare’. Per evitare che tutto il mondo sportivo, e non solo, assista ancora una volta a saccheggi e devastazioni del tipo ‘Ivan il Nero’ ed i supporter serbi che lo scorso 12 ottobre misero a ferro e fuoco lo stadio Luigi Ferraris e la città di Genova.

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