01 febbraio 2011

IL NEGRO DEL CALCIO

Arthur Friedenreich il negro del calcio.

Inviato da A. Milito il 29/1/2011 17:30:00
OteambasilegnoincredibiletipoaristotelesContinuano gli articoli della Bizona, la rubrica sportiva di Aut Aut.
Questa volta parleremo di Arthur Friedenreich, il primo calciatore di colore che sfidò la segregazione razziale nel mondo del calcio brasiliano, colui che negli anni 20 venne soprannomianto il "Re del calcio."

Arthur intinse le dita nel barattolo di pasta di riso, spalmò la crema sulla sua faccia e la vide sbiancare riflessa nello specchio dello spogliatoio.
Massaggiò il volto così che sembrasse davvero bianco, davvero adatto al gioco, in quella fine degli anni '10 del 1900, poi prese la retina che portava sempre con sè e la sistemò sui capelli, li lisciò il più possibile, proprio come i giocatori bianchi che li hanno lisci e fermi sulla testa.


Osservò il risultato. Si poteva bastare. Sembrava bianco, abbastanza bianco da poter uscire sul campo di gioco, fuori ad aspettarlo c’è l’Uruguay. È il 1919 e il Brasile sta per affrontare la partita decisiva del Campionato Sudamericano. Fu in quella partita che nacque il “glorioso piede di Friedenreich.”
All’inizio il colore dominante fu quello del bianco. Bianca era la palla, bianche le strisce di gesso a delimitare e dare forma al campo di calcio, bianchi i volti di quelli a cui era permesso giocare. Perché bianca era la tradizione del gioco del calcio, nato in Inghilterra ed esportato tramite i circoli e le ambasciate inglesi, le prime squadre di football in Sud America erano formate da funzionari delle ambasciate e delle ferrovie, gentiluomini bianchi che si rifacevano all’elegante tradizione inglese.
Poi, per qualche strana magia dell’esistenza, il calcio uscì fuori da circoli e dalle ambasciate e arrivò in strada. Era un gioco per cui non servivano soldi, bastava un’idea di palla formata da stracci e spazio libero su cui sfidarsi. Bastava la strada e la miseria e di quelle l’America del Sud ne era piena.
Arthur era un giovane brasiliano, un mulatto, figlio di un immigrato tedesco e di friedenreichuna lavandaia brasiliana, dal padre aveva preso gli occhi chiari e dalla madre i capelli crespi, il colore della pelle era risultato un mix tra quello dei due genitori.
Il calcio di Arthur non c’entrava nulla con la geometria e l’eleganza inglese, il suo era fuga, fantasia e ballo. I suoi piedi e le sue gambe si muovevano veloci, il più veloce possibile, bisognosi di nascondere la palla, ma soprattutto le gambe e il corpo ai difensori avversari, perché spesso, troppo spesso aveva imparato Arthur, se il giocatore a subire il fallo non era bianco l’arbitro non era così propenso a fischiare e allora bisognava farsi furbi, diventare più forti dell’avversario che si trovava davanti. Perché a quel punto per sopravvivere non bastava più l’esperienza di centinaia di partite giocate, non bastava la classe o l’eleganza: serviva la magia.
Fu Arthur Friedenreich ad inventare il calcio brasiliano così come lo conosciamo, gioco che tende a sovvertire la grammatica, variazione sul tema, sovvertimento dello spartito.
Magia. Fantasia. Follia. Tutto ciò che compone la sopravvivenza degli ultimi.
Quando Arthur approdò al Paulistano Athletic  si trovò in una squadra che fino ad allora aveva avuto solo figli di buona famiglia, con dottorati di ricerca e pelle bianche. A quel punto non bastava più che a nascondersi fossero solo gambe e palla. Incominciò ad usare pasta di riso per camuffare il colore del volto e una retina per non far notare il crespo dei capelli. Era il primo giocatore di colore che arrivava così in alto, il primo a incrinare le differenze di razza in Brasile.
Con lui la Nazionale Brasiliana vinse il Campionato Sudamericano del 1919, torneo in cui Friedenreich fu capocannoniere. Vinse, inoltre, sei volte il campionato Paulista e per nove volte il titolo di capocannoniere del torneo. La leggenda dice che in carriera segnò per 1329 volte, un record, più di Pelè, più di qualunque altro calciatore della storia.
Nel 1921 il presidente del Brasile Epitacio Pessoa, spinse sulla federazioneepitaciopessoa calcistica brasiliana affinchè nella delegazione che quell’anno avrebbe partecipato alla Coppa America a Buenos Aires non ci fossero giocatori di colore.
“Questione di patrio prestigio.” Sentenziò.
Chiaramente la richiesta venne accolta e, ancora più chiaramente, il Brasile in quella competizione di tre partite che giocò ne perse due e uscì fuori dal torneo. Arthur, che due anni prima era stato l’eroe della Coppa America, non potè giocare perché, come disse il suo presidente, il colore della sua pelle non avrebbe dato prestigio al suo paese.
Dopo quella sconfitta il presidente Pessoa, dovette ingoiarsi i suoi principi di purezza razziale.
Nel 1925 la selezione paulista intraprese una tournee in Europa, era consuetudine in quegli anni, che squadre di continenti lontani disputassero una serie di amichevoli, erano quelle le uniche possibilità di confronto in un calcio che ancora non aveva inventato Champion’s League e Mondiali per Club.
Fu in quella tournee che Friedenreich affrontò la nazionale francese.
I francesi vennero battuti a casa loro per 7-2 con tre gol di Friedenreich, dopo quella partita i giornali e gli esperti di calcio francesi soprannominarono Arthur il “re del calcio”.
Galeano scrive che Friedenreich portò “nel solenne stadio dei bianchi l’irriverenza dei ragazzi color caffè”, se ciò lo abbia fatto coscientemente o no, noi non possiamo saperlo. Non possiamo sapere se le sue finte nascevano solo dalla sopravvivenza o anche dalla rabbia di essere nato in una condizione sociale che ti imponeva, per tutta la vita, miseria e sottomissione.
Non possiamo saperlo. Quello che sappiamo è che anche grazie a lui il football non fu solo un gioco ma una possibilità, una rincorsa, un atto pratico di ribellione e libertà.

A. Milito

La Bizona è la libera rubrica sportiva di Aut Aut, ama lo sport e odia ogni forma di razzismo. Odia, inoltre, ogni volta che lo sport e il calcio vengono usati da ogni forma di potere. Preferisce al calcio moderno la rivolta e la poesia.

Nessun commento: