13 febbraio 2011

IL CAV SBAGLIATO


di Pippo Russo

Gli ultras della fiesole. Trent’anni di storia alla fine dei quali il Collettivo Autonomo Viola era diventato i garante della tifoseria nei confronti della società e della questura. Era il “Modello Firenze”.

Nella foto: la curva Fiesole

Se n’è andato il Cav sbagliato. Non il presidente del Consiglio col suo circo di nani e olgettine, ma il Collettivo Autonomo Viola, storico gruppo ultras della Fiorentina fondato nel 1978 e sciolto alla fine della scorsa settimana. Sicché, oggi, la domenica delle adunate contro il Cav. (con il punto) sarà anche la prima di campionato senza il Cav (senza il punto); che a dire il vero era imploso già da diversi mesi, e rimaneva ormai soltanto una sigla senza più una guida interna né una leadership visibile in curva Fiesole. Una fine per consunzione, ormai pronostricata per il termine della stagione. Se è giunta a campionato in corso è solo perché anche questi pochi mesi di torneo 2010-11 sono stati di troppo.
Scanditi dall’evanescenza, e da un’afasia che tanto più spiccava in contrasto con la chiassosità del gruppo schierato nel parterre della Fiesole, i duri e puri nominatisi “Noi non tesserati” a rimarcare il rifiuto della Tessera del Tifoso. Giusto una delle questioni sulle quali le contraddizioni mostrate dal Cav hanno inferto probabilmente il colpo mortale all’identità e alla capacità egemonica del gruppo.
In realtà già domenica scorsa sugli spalti del Tardini, a Parma, si era notata l’assenza dello striscione del Collettivo. La sera prima era stata celebrata la riunione nel corso della quale è stata presa la decisione di chiudere una storia durata oltre trent’anni. Decisione giunta a larga maggioranza, riferiscono le voci da dentro, e ufficializzata lunedì attraverso un comunicato.
Una pagina che si chiude per Firenze, dunque. Ma anche per l’intero calcio italiano. Perché il Collettivo Autonomo Viola è uno dei gruppi che hanno fatto la storia del variegato universo ultras di questo paese, e la sua fine giunta in questo inizio di anni Dieci segna un ulteriore e deciso scarto verso la mutazione genetica del calcio italiano, a tutti i livelli. Un’intera generazione di gruppi ultras se ne va in archivio, per mere ragioni anagrafiche o per incapacità di adeguarsi al tempo nuovo; e in loro sostituzione arrivano nuovi gruppi con differenti stili organizzativi e una nuova cultura politica della curva. Di questo mutamento devono essere stati consapevoli, durante questi ultimi difficili anni di vita, gli stessi vertici del Cav. A cominciare dal leader Stefano Sartoni, per tutti “Passarella”, colui che dopo lo scioglimento si è visto assegnare l’onore di custodire in casa lo striscione del gruppo. Al Cav, nell’ultimo scorcio di vita, è toccato fare i conti con altri gruppi che tentavano di contendere l’egemonia sulla curva Fiesole. E in fondo si trattava dell’ennesima tappa di una lunga vita spesa a affermare la propria presenza in curva. Fin dalle origini, infatti, il Cav ha voluto distinguersi dagli altri gruppi della tifoseria viola rifiutando di aderire al Centro di Coordinamento Viola Club (ragione dalla quale deriva l’aggettivo “autonomo” nella denominazione del gruppo). E tale spinta a rimarcare una propria diversità è stata per gran parte della sua esistenza un motivo di forte identificazione e di successo nella capacità di conquistare la leadership fra i gruppi del tifo viola; ma alla lunga essa ha finito per essere un’arma che si è ritorta contro al Cav stesso, nel momento in cui esso ha assunto una veste troppo “istituzionale” rispetto all’identità antagonista che ogni gruppo di curva deve mantenere.
In effetti, è stata una storia di solitudine quella di cui è stato protagonista il Collettivo negli anni più recenti. La storia di un legame intenso e spesso morboso, calato dentro una piazza che per la propria squadra ha da sempre straveduto e sragionato; salvo scoprire di recente d’essere esposta a un inatteso e subitaneo vento del disamore. Vissuti nel mito della curva capace si riempirsi anche in C2, o addirittura di rimanere vuota durante un Fiorentina-Inter del periodo del cecchigorismo calante, il Cav e la Fiesole hanno viaggiato dentro una realtà parallela rispetto a quella del calcio italiano di questo primo scorcio di XXI secolo. Anni in cui si è avviata una mutazione genetica, con la trasformazione del rito in spettacolo industrializzato e il saldarsi nelle curve di una resistenza a quel mostro mutante chiamato Calcio Moderno. Per la prima volta, in Italia, è stato possibile dal 2005 assistere a raduni e manifestazioni di tifoserie provenienti da tutto il paese. Iniziative nel corso delle quali sono state messe tra parentesi le tradizionali inimicizie per concentrarsi sul conseguimento di obiettivi comuni: la lotta dapprima alla repressione e al Calcio Moderno, e successivamente alla Tessera del Tifoso. Un passaggio cruciale nel mondo ultras italiano, che per la prima volta ha posto le basi per la costituzione di un movimento collettivo dell’antagonismo sociale, dotato di un programma politico unificante e di slogan straordinariamente efficaci in termini di mobilitazione. A tutto ciò il Cav non ha preso parte, mai. Ufficialmente per motivi di non compatibilità con altri gruppi, ritenuta grande abbastanza da non poter essere dissipata dal collante dell’interesse comune. Ma questa giustificazione è sempre parsa di comodo, richiamata per nascondere altri motivi mai chiariti. Di sicuro c’è che il Cav era nel frattempo diventato una realtà diversa, un soggetto radicato e con una sua forte capacità di stabilizzazione per la vita della curva Fiesole, mentre sul lato opposto dello stadio la curva Marione (ex Ferrovia) si spopolava rapidamente. Il profilo istituzionale assunto dal Collettivo è stato certo, per un lungo periodo, il motivo della sua egemonia e del credito che gli ha consentito di rintuzzare la concorrenza di altri gruppi passati come meteore dalla Fiesole. Ma al tempo stesso ha fatto da premessa per una svolta inattesa, certamente anomala nel panorama delle curve italiane; quella che ha portato alla costituzione del decantato “Modello Firenze” nella gestione della sicurezza intorno agli eventi sportivi. Un metodo di concertazione che sotto la regia dell’allora questore Francesco Tagliente (dalla scorsa estate passato a dirigere la questura di Roma) ha trovato nell’ACF Fiorentina e nella tifoseria organizzata gli altri due attori dell’accordo. Un modello molto propagandato, che certo ha funzionato ma ha anche avuto dei costi. I più alti dei quali li ha pagati proprio il Cav, che di quel metodo concertativo si è fatto garante presso la tifoseria della Fiesole. Con conseguenze facilmente immaginabili, per un contesto come quello della curva che in massima parte continua a vedere nello sbirro un nemico. Le frizioni all’interno della Fiesole si sono fatte sempre più evidenti, e certe scritte sui muri delle vie intorno allo stadio Artemio Franchi sono impietose rispetto a questa promiscuità nei rapporti con le forze dell’ordine. Ma è soprattutto fuori Firenze, nella larga comunità ultras italiana, che il marchio d’infamia viene esposto in modo spietato; perché la tifoseria viola (tutta intera, senza alcuna distinzione fra gruppi) viene bollata come “amica della polizia”. Il che, dopo l’uccisione di Gabriele Sandri, diventa ancora più difficile da digerire.
L’equilibrio sul quale si è basata l’egemonia di curva del Cav regge negli anni recenti finché sul campo la squadra allenata da Cesare Prandelli macina risultati mantenendo l’ambiente a livelli superiori rispetto alle proprie potenzialità. Ma poi a marzo del 2010, con la contestata eliminazione dalla Champions a opera del Bayern Monaco, il cosiddetto Progetto s’inceppa. E così cessa quel feel good factor che aveva consentito di mantenere intatti equilibri altrimenti usurati. Come quelli in curva Fiesole, dove come un colpo di grazia s’abbatte all’inizio di questa stagione la Tessera del Tifoso. Quasi tutte le curve d’Italia si rivoltano. La Fiesole non dice sì né no. Non dice. Perché il Cav è ancora troppo dentro al Modello Firenze. Nonostante nel frattempo il questore Tagliente abbia fatto le valigie per Roma, e l’ACF Fiorentina abbia svoltato verso programmi di modesto cabotaggio, e gli spalti del Franchi si svuotino. La concorrenza dei Non Tesserati arriva quasi senza colpo ferire. Il Cav non c’era già più. E a quel punto sciogliersi non è stato arrendersi, ma soltanto staccare la spina.

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