23 febbraio 2011

DIVIDE ET IMPERA

DELL'ESCLUSIONE DAGLI STADI NELLA LOGICA DEL CALCIO CONTEMPORANEO.

di Domenico Mungo in esclusiva per dodicesimouomo.net

E' chiaro, definitivo, esemplare. E' un monito, un obbiettivo, una mission, un traguardo, un'ideologia.
E' una prassi, è la prospettiva di un futuro bradburyano e/o orwelliano divenuto realtà. E uno slogan, è una campagna pubblicitaria, una mossa elettorale. E' la summa di una precisa politica economica, culturale e securitaria portata avanti da oramai quasi vent'anni dai padroni del vapore del Calcio Italiano. Ovvero l'allontanamento coatto dagli stadi di decine di migliaia di persone. La scientifica applicazione di tutte le sue componenti produttive a creare disamore per gli spalti in virtù di pratiche più remunerative e meno faticose per tutti, attraverso legioni di tifosi da poltrona e telecomando. Un laccio emostatico stretto attorno al braccio di un individuo-tifoso sempre più obnubilato e rimbambito e meno indotto alla mobilità, al pensiero che si fa azione, al puro godere della propria passione e del proprio tempo libero. Una flebo collegata ad un decoder, capace di eliminare d'incanto decine di anni di storia di un movimento di persone, non solo gli ultras sia ben chiaro, ma di tutti i tifosi da stadio. Quelli che la partita non esiste se non vissuta dai gradoni della curva o dalle comode e aristocratiche poltrone della tribuna o dai piccolo borghesi palchetti dei distinti. Sotto la pioggia, la neve, assediati da bancali di nebbia e gelo, oppure arsi vivi da temperature tropicali su spalti di acciaio e cemento.Tutti indistintamente.
Risultato questo ottenuto brillantemente attraverso manovre di terrorismo mediatico, artefatti provvedimenti designati in teoria a separare i tifosi probi da quelli turbolenti, ma che celano in realtà nel loro perverso meccanismo retroattivo e contributivo, null'altro che l'ennesima manovra di fidelizzazione economica e schedatura ideologica: la famigerata tessera del tifoso. Supremo artificio telematico ed elettronico in grado di coniugare i principi cardine del capitalismo: consumismo e controllo sociale.
Inoltre i prezzi sempre più alti di tutti i settori, ma con particolare accanimento terapeutico su quelli popolari, contribuiscono alla diaspora di tifosi dagli spalti, adeguandosi ad un trend europeo che però non tiene conto della diversità della qualità della vita e del suo costo, fra l'economia italiana e quella di paesi come Inghilterra, Germania o Scandinavia, dove il cliente-tifoso è si più esoso, ma riceve in cambio, in un sistema già di per sè più forte, servizi, qualità, sicurezza, tutela dei diritti di deambulazione e privacy, che invece in Italia vengono disinvoltamente azzerati, nel nome fallace della sicurezza e del controllo sociale.
Le cronache domenicali non normalizzate dai media di sistema, le testimonianze scritte, videoregistrate e circostanziate di migliaia di cittadini-tifosi che denunciano anomalie, cervellotiche pratiche di acquisto, soprusi e incomprensibili interpretazioni arbitrarie dei regolamenti, ci suggeriscono che di tutto si fa nella prassi di coloro che gestiscono i diversi aspetti del giocattolo-calcio nel Belpaese (governo politico e governo del calcio, media, società, dirigenti, presidenti e addirittura aree di più o meno consapevoli gruppi di tifosi "collaborazionisti"- vedasi in quest'ottica i tesserati per volontà piuttosto che per frode), tranne che remare nella direzione di riempire realmente gli stadi e restituire al popolo quello che è il suo sport e la sua cultura maggioritaria.
Abbiamo per mesi, alcuni per anni, ammonito, predetto, annunciato come funeste Cassandre, ciò che questo avrebbe in realtà prodotto: non stadi più sicuri, famiglie e bambini (che peraltro ci sono sempre stati negli stadi, anche nei tempi cosiddetti più bui dell'anarchismo estremista), tanto meno intere tifoserie aderenti alla tessera trasferirsi in massa negli stadi avversari che ospitano la squadra per cui hanno sottoscritto un privilege card. Nulla. Tifosi tesserati al seguito: poche centinaia nei match di cartello, poche e surrali sparute decine in quelle lontane o insignificanti. Si assiste invece al disamore coatto e la vessazione di coloro che amano visceralmente i propri colori e che per le ardite interpretazioni regolamentari degli osservatori e delle questure si vedono precluse proprio le trasferte, che sono nella liturgia e nella semantica del tifoso fedele, l'icona della propria fedeltà all'ennesima potenza.
Vediamo partite di mediocre caratura tecnica, costare alle tasche dei tifosi non tesserati, o semplicemente non abbonati, cifre che si avvicinano ad una dignitosa e comoda poltrona di quarta fila di un teatro. Vediamo intere giovani generazioni di potenziali tifosi, indotti da precisi modelli culturali ed economici massificanti, a disertare gli stadi e trascorrere le proprie domeniche dentro centri commerciali o alla deriva di massacranti afterhours nottambuli.
E noi tifosi viola sappiamo bene, in questa travagliata stagione agonistica, quanto alto sia il dazio da pagare in nome di una scelta di campo coerente: non accettare supinamente l'imposizione della tessera come conditio sine qua non per seguire la squadra in trasferta comporta un doloroso supplizio, la diserzione forzata, il non poter seguire le maglie viola non per scelta ma per obbligo. Un sacrificio che, alla luce di quanto detto sopra sul reale volto del calcio moderno, vale quanto una battaglia civile da difendere e diffondere, anzichè criticare in maniera pregiudiziale.
Si auspicherebbe, in un paese troppo poco abituato a guardarsi allo specchio con onestà- cifra ne è la classe politica che ci governa e che ci meritiamo- una riflessione seria e approfondita su questo argomento: anticamera mortuaria all'epilogo dello sport più bello del mondo.

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