Home » Attualità , Primo piano » Ultras, nel bene e nel male
Ultras, nel bene e nel male
I blogger si confrontano sull’affascinante e controverso mondo del tifo organizzato: unito dalla fede calcistica e diviso dalla violenza
Ultras, nel bene e nel male
Gli ultras sono parte della storia calcistica italiana da ormai molti anni; anzi, la storia del calcio, l’hanno costruita proprio loro, con la passione, i colori e i loro cori.
Il calcio senza i supporter non sarebbe lo stesso, perderebbe uina grande parte del suo fascino e della sua bellezza. Eppure, in seguito ai recenti fatti di cronaca, che hanno visto violenza e razzismo entrare negli spalti di numerosi stadi, le tifoserie stanno rischiando grosso. C’è chi parla di trasferte vietate, di partite a porte chiuse, di tessere del tifoso, e di eserciti negli stadi.
Il mondo degli ultras è quindi diviso a metà. C’è chi continua a sostenere che il loro sia uno stile di vita indiscutibile: condividono una fede, hanno un’unica passione, fanno chilometri per seguire la loro squadra del cuore. Sono uniti, non tradiscono mai: contestano, ma non si tirano indietro. C’è invece chi associa a questo nome violenza, razzismo, disobbedienza e inciviltà. Dov’è la verità?
Per iniziare la conoscenza di questo mondo così affascinante, riprendiamo le parole poetiche di Ultrasblog:
L’ultras non ha volto, spesso un cappuccio gli copre la testa, una sciarpa la bocca. L’ultras non si veste in modo normale, non segue le mode, boccia le novita’.
L’ultras attacca se attaccato, aiuta nel bisogno.
L’ultras non smette di essere tale appena si toglie la sciarpetta o rientra a casa dopo una trasferta, continua a lottare 7 giorni su 7.
Gli ultras sono diversi ma li unisce l’amore per la propria squadra, la tenacia nel resistere oltre 90 minuti in piedi sotto la pioggia o al freddo, li unisce il riscaldarsi con un coro cantato a squarciagola, li unisce la passeggiata goliardica nella citta’ avversaria, li unisce la gioia di partire per una trasferta e la stanchezza del ritorno, li unisce quel panino diviso in due dopo ore di digiuno, li unisce quella sigaretta offerta nello scompartimento e ridata in curva.
L’ultras non e’ violenza gratuita, e’ la difesa intransigente di uno stile di vita messo in pericolo da biglietti nominativi, dalle pay-tv, dall’imborghesimento delle nuove generazioni, dalla tv-spazzatura e, soprattutto, dalla repressione.
Piscicelli Vincenzo parla di alcune curiosità e riflessioni sul mondo calcistico visto con gli occhi dei tifosi; interessanti sono i risultati di un sondaggio inglese sul tempo speso dai tifosi a pensare alla propria squadra del cuore:
Per alleggerire i toni e stemperare “le tensioni calcistiche”, un sondaggio inglese ha stabilito che i tifosi di calcio pensano alla propria squadra ogni 12 minuti, i più sfegatati (il 7 % dei 2000 intervistati) ogni minuto, mentre lo scrittore napoletano Luciano De Crescenzo si è espresso in questi termini “Quello per la squadra di calcio è l’ unica forma di amore eterno che c’ è: si cambia città, moglie, lavoro, casa, fidanzata, ma la squadra no, rimane sempre quella per la vita”.
La passione per il calcio offre tanti spunti dal goliardico al socio-culturale, dallo storico all’attualità, l’importante e’ non esagerare, discutere in modo pacato rimanendo nei limiti dell’umorismo cosiddetto “sfottò” o in rima “Stylus Magistri” del maestro canosino Peppino Di Nunno. Il calcio è uno sport che dal nord al sud deve unire e non dividere, non esistono le razze umane: né quella nera né quella bianca!
Il mondo ultras è da tempo oggetto di studio proprio perchè racchiude i caratteri di un vero e proprio movimento sociale, contraddistinto da quella che il sociologo Durkheim chiamerebbe effervescenza collettiva: il tifo organizzato condivide infatti quel forte sentimento aggregato capace di superare le singole individualità.
A tal riguardo, per gli appasionati di questo mondo, da non perdere il libro di Andrea Ferreri, esperto di cultural studies, insider negli ambienti controculturali: Ultras, i ribelli del calcio. Quarant’anni di antagonismo e passione.
Stefano Donno ce ne parla nel suo blog:
A quarant’anni dalla storica comparsa dei primi gruppi italiani (1968), il fenomeno ultras è sottoposto ad una delle più dure repressioni della sua storia. Trasfigurato dal nuovo mondo calcio e dall’estrema rigorosità delle attuali norme antiviolenza, è oggi in crisi di identità, di valori praticamente ovunque. Questo libro racconta la storia e le dinamiche dell’agire ultras, le influenze, le mode, le frustrazioni e tenta di tracciare lo sviluppo di un fenomeno in continua evoluzione. Infine passando in rassegna le esperienze di molti gruppi italiani e le oscure vicende che stanno attanagliando il mondo del calcio, questo libro si pone come una riflessione inside, un lavoro partecipato che analizza dall’interno le dinamiche e le espressioni di uno dei più contraddittori fenomeni riottosi contemporanei.
Ultimamente le tifoserie di tutta Italia, da nord a sud, sono state al centro della cronaca nazionale per avvenimenti che hanno poco a che vedere con lo sport. Bondolasmarsa si domanda se è ancora lecito parlare di calcio in seguito a tali avvenimenti:
Cori contro BALOTELLI, tessera del tifoso, ingressi a tornello, divieti di trasferta, la sassaiola subita a TARANTO dai tifosi gialloblù, forze dell’ordine in gran numero, fumogeni e lacrimogeni come in guerriglia, ululati razzisti, il CASMS e le restrizioni nel vedere le partite, i tifosi che pur di vedere una partita vanno allo stadio anche con stampelle ma vengono fermati per ordine del prefetto, i 1000 controlli per portare allo stadio una bandiera (e non vi dico che controlli si devono passare per esporre uno striscione), politica, violenza, recidiva e pregiudizi vari mascherati da ‘tipico umorismo da stadio’… Ma è ancora calcio? Ma davvero è il caso di criticare coloro che scelgono di rimanersene a casa, comodamente seduti sul divano, a guardarsi spettacoli calcistici (spesso deludenti) sulle TV a pagamento e bollarli come pantofolai e finti tifosi? Non è che il calcio e tutto quello che ci gira attorno stà esagerando ed esploderà in faccia a qualcuno uno di questi giorni?
Per comprendere meglio la portata dei fatti, scendiamo nel particolare. A Reggio Calabria sei ultras amaranto sono stati arrestati dagli agenti della polizia di Stato con l’accusa di rissa aggravata, lesioni personali gravi e porto abusivo di armi atte ad offendere. Ce ne parla reggiopress:
Dalla prima attività investigativa svolta per capire le ragioni di tanta violenza, è emerso che due gruppi di ultrà della Reggina, quelli dei “Boys” e quelli degli “Ultrà Gebbione” si erano affrontati nella zona dello stadio a seguito di una prima rissa scoppiata sabato pomeriggio sugli spalti dello stadio “Romeo Menti” di Vicenza e sedata dal personale di polizia impegnato nel relativo servizio di ordine pubblico. Nel corso della operazione di polizia sono state sequestrate 14 armi improprie tra bastoni di legno, spranghe di ferro e aste rigide utilizzate dai partecipanti alla rissa.
A Catanzaro, invece, i riflettori sono stati puntati verso chi, in curva, propone inni contro la polizia. Angelo Pisani spiega che va incontro a una condanna chi, allo stadio, esorta i tifosi a scandire slogan offensivi contro le forze dell’ordine. Lo sottolinea la Cassazione, confermando la condanna a cinque mesi e 10 giorni di reclusione (pena sospesa) inflitta a un uomo dalla Corte d’appello di Catanzaro per istigazione di reato. L’imputato era invece stato assolto in primo grado dal GUP di Crotone “perché il fatto non sussiste”:
Il giudice aveva ritenuto che da parte dell’uomo, il quale, capo della tifoseria del Crotone, aveva sollecitato gli ultras a scandire slogan quali “celerino pezzo di m…” e “poliziotto primo nemico”, non vi era stata un’istigazione né al reato di oltraggio, né all’ingiuria, poiché tali offese riguardavano il “prestigio di un’intera categoria e non il decoro di una signola persona”, e non erano state “pronunciate al cospetto dell’organo cui erano rivolte”.
La Suprema Corte (prima sezione penale, sentenza n. 4081) ha rigettato il ricorso dell’imputato contro il verdetto d’appello di condanna: “non si ritiene invero di poter avallare un’artificiosa distinzione fra i singoli soggetti appartenenti a una categoria e la categoria stessa” dato che “l’appartenenza ad una categoria costituisce parte integrante anche ai singoli soggetto-persone fisiche, i quali hanno diritto a essere tutelati anche quali singoli appartenenti ad una categoria, sicché le offese alla categoria non possono ripercuotersi anche sui singoli appartenenti ad essa”.
Gli slogan contro le forze dell’ordine non sono gli unici atti a essere stati sanzionati. Altro tema al centro della bufera riguarda i cori razzisti. Se da un lato sono molte le tifoserie che ogni anno organizzano raduni contro il razzismo e che puntualmente ogni domenica si dissociano dai fischi e dagli offensivi sfottò rivolti nei confronti di giocatori di colore, c’è ancora chi, pur rappresentando una minoranza, continua a distinguersi in negativo.
Ne sa qualcosa, Mario Balotelli, giocatore di colore dell’Inter, che è stato spesso una vittima di questi attacchi. In seguito agli ultimi episodi si è espresso anche Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, e Quillee riporta le sue parole:
«Tolleranza zero» nei confronti del razzismo nel calcio, al punto che di fronte a cori razzisti l’arbitro dovrebbe «interrompere la partita». La pensa così il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che durante «L’intervista» su SkyTg24 trasmissione condotta da Maria Latella, ha comunque sottolineato che questa non è una decisione che spetta al suo dicastero. «Io sono milanista – ha spiegato – ma nutro per Balotelli una profonda simpatia. E’ un simpatico sbruffone oltre che essere un grande campione». «È spesso difficile – ha sottolineato Maroni – distinguere tra un coro razzista e uno sfottò legato all’appartenenza di un calciatore all’altra squadra. Ma proprio perchè è difficile, io sono convinto che non si debba sottovalutare. Non dipende dal ministro dell’Interno intervenire quando c’è una partita in corso, ma credo davvero che la Figc debba darsi delle regole molto rigide: se c’è anche il minimo dubbio che ci sia un coro razzista – ha concluso Maroni – l’arbitro deve immediatamente sospendere la partita e prendere provvedimenti conseguenti».
Razzismo e violenza sarebbero le maggiori colpe attribuite agli ultras. Partite giocate a porte chiuse, controlli sempre più maniacali, divieti, sanzioni alle squadre, la situazione sembra essere sfuggita da ogni tipo controllo, soprattutto se si pensa che si sta pur sempre parlando di calcio, di uno sport che dovrebbe trasmettere disciplina e controllo. Ma cosa sta cambiando? Una volta, passare una domenica allo stadio sembrava essere cosa facile per tutti, si acquistava con facilità un biglietto e si assisteva a 90 minuti di entusiasmanti azioni sportive, contornate dallo spettacolo sonoro e visivo delle curve dei tifosi. La violenza e il razzismo non ha nulla a che vedere con questo mondo fatto di goal in campo e coreografie sugli spalti.
A smentire quest’immagine, le parole del capo della Digos di Napoli, Antonio Sbordone, in seguito agli ennesimi episodi di disordine che hanno condotto agli arresti di alcuni supporters. Napolisoccer riporta una parte dell’intervista:
Gente che va allo stadio solo per fare a botte?
«Non credo molto nella tesi della premeditazione. Questi tifosi vanno alla partita muniti di spranghe e armi varie proprio perché fa parte della loro mentalità. Poi, quando si verifica l’occasione, scatta la violenza. Ovviamente l’occasione può essere anche minima, un banale pretesto. Anche nel caso di Udine, il gruppo di tifosi si è spostato in un modo assolutamente disorganizzato. Arrivato lì, ha colto il primo pretesto per sfogare la propria aggressività».
La situazione è peggiorata?
«Da quando le trasferte sono meno organizzate, non si usano più i treni, e i tifosi si spostano contando spesso e volentieri su mezzi propri, allora anche i controlli diventano più difficili, e i violenti sperano nell’impunità. Nonostante i continui sforzi delle forze dell’ordine, che hanno prodotto numerosi arresti, è ovvio che in una situazione del genere qualcuno possa sempre sfuggire ai controlli».
Un divieto permanente di trasferta non pregiudicherebbe l’immagine dell’intera tifoseria?
«In un periodo nel quale ogni trasferta è rischiosa, non vedo alternative».