06 ottobre 2010

SCIOPERO VERONESE

VERONA - Il suono del silenzio circonda il Bentegodi. Sciopero del tifo, sugli spalti: la protesta per un Verona che, in questi quattro anni, ha passato più tempo in coda che in testa alla classifica. Ed è cosa ardua dare torto alla scelta fatta da chi, per un tempo e mezzo, decide di tacere. Chissà cosa avrà pensato Mario Balotelli, presente in tribuna. E chissà, soprattutto, cosa avrà pensato Eugenio Corini, anche lui al Bentegodi in compagnia di Salvatore Giunta, forse per vedere all’opera quella che presto potrebbe essere la loro squadra. Va di lusso, all’Hellas, che si piglia un punto (un vero e proprio brodino) con la Cremonese, in una serata che poco consegnerà ai posteri. Un Verona da vertice? Riponiamo le armi, qui è meglio pensare a tirarsi fuori dai guai, e farlo alla svelta: chi ha tempo non aspetti tempo. Quello che dovrebbe essere un big match è uno spettacolo miserello, che viene fuori in un clima da teatro dell’assurdo, con i giocatori che scorrono come fossero nascosti dietro un oblò. A far uscire la testa dall’acquario, l’Hellas, ci prova con Scaglia («stecca» liftata che Paoloni devia in angolo), al 5’: un avviso di chiamata a cui la Cremonese risponde con fragore, al quarto d’ora. Musetti va a botta sicura, lo ferma il palo, con Rafael di stucco.
Questo per dire che il Verona ha gli stessi pregi - a dire il vero, pochi: è consigliato il contagocce - e gli stessi difetti che lo caratterizzano da luglio: quando viene attaccato, ci capisce poco, quando deve offendere, lo fa con l’ansia da prestazione. Inevitabile, cala la tradizionale spada di Damocle, su un Hellas disarticolato: Musetti, dagli e ridagli, si bea della steppa che è la difesa del Verona, gli basta un uno-due con Fietta per spedire Rafael a mandare cartoline. Il cronometro del cronista segna il 31’, piazzale Olimpia è un palco buono per un romanzo noir. Nera è anche l’anima di questo Verona, che il Principe continua a fare e disfare, senza mai trovare la quadra, in un altalena di moduli che, se non vorrà dire che c’è confusione, di certo dimostra che l’identità di squadra resta un optional. Dove comincino e dove finiscano, i mali dell’Hellas, è un esercizio per peripatetici, quanto basta per sdilinquirsi, durante l’intervallo, che scivola via così: negli spogliatoi, l’immaginabile faccia a faccia tra il Principe e una squadra che poco o niente c’azzecca. In campo, meglio buttarla sull’ironia: c’è l’esibizione dei più piccoli del settore giovanile, tornano i canti dalla Curva Sud, che li acclamano con il coro «Buteleti olè». E, alla fine, applausi per tutti, a sovrapporsi ai fischi per i «grandi» che rientrano. Per rabberciare una coperta piena di buchi, Giannini ricorre a un’altra formula tattica: 4-3-3, con Ferrari che prende il posto di Campagna.
Effetti? Un Verona che tira a campare, che spinge come può. Ovvero, con poca organizzazione di gioco e arrangiandosi alla meno peggio. Tanto più che, nel bailamme generale, a finire fuori ruolo sono Abbate e Scaglia, costretti a fare gli esterni dietro. Il gol, viste le premesse, potrebbe soltanto piovere dal cielo, come una prodezza in odor di miracolo. E, di fatto, proprio dall’alto arriva l’1-1 «salva- Giannini», con il cross di Le Noci e la testata plastica di Pichlmann. Avventuroso, il pareggio, eppure, o forse proprio per questo, propellente per un Verona che, laddove non possono gli schemi, che continuano a latitare, supplisce con una qualche sorta di impeto. Non parliamo d’intensità - per carità, quella è un’altra cosa -, ma l’Hellas, perlomeno, stavolta il tentativo di vincere lo fa. Chiude caricando, sollevando spesse nuvole di fumo. Polvere di stelle. Più presunte che autentiche.
Matteo Fontana

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