21 ottobre 2010

RED BULLS

La scissione per salvare i colori del club. Ripartiti dai dilettanti, oggi vantano già 4 promozioni.
L'altra metà di Salisburgo: quelli che dissero no al signor Red Bull.
Biancorosso era il colore dei soldi, viola e bianco quello della passione, dal 1933. E non andavano d'accordo. «Dovendo scegliere, abbiamo fondato un nuovo club, ripartendo dai dilettanti, e ci siamo tenuti i nostri colori: ci sono cose che non puoi comprare». Per Alex Salvatore, 29 anni, austriaco di origini italiane, la Sportverein Austria Salzburg è una fede da quando era piccolo: «Prima a guardare con mio papà, poi nel cuore della curva, a cantare». E così per altre duemila persone che lo seguirono, cinque anni fa. Così la Red Bull che stasera sfida la Juve, dentro la Red Bull Arena, perché il marchio s'è appiccicato ovunque, non può essere la squadra del cuore.
Nell'estate del 2005, con il club in pessime acque, succede che il miliardario austriaco Dietrich Mateschitz decida di comprarlo. Solo che quando Mister Red Bull prende una cosa, vuole tutto, che sia squadra di calcio, di hockey su ghiaccio (a Salisburgo) o team di Formula Uno: fino a rubarti la storia e dipingerti l'anima. Bianco e rosso è la vernice della casa, dunque quella avrete. «Per lui - continua Salvatore - non esistevano 72 anni di tradizione, i tifosi. Niente. Neppure i nostri colori, viola e bianco». Che è poi il vessillo della tribù, se in tutto il paese Violet-Weisse è il nomignolo. Tutto azzerato, tanto che sul sito della Red Bull da subito fu scritto: anno di fondazione 2005. «All'inizio fece delle promesse - racconta Salvatore - ma tutti i colloqui furono una presa in giro. A una delle prime partite, allo stadio furono distribuiti centinaia di occhialini con le lenti viola, tipo quelli dei cinema: "Così vedrete i vostri colori". Per noi era finita lì». Salvatore e altri duemila tifosi, «ultrà ma non solo», andarono a registrare l'antico nome e stemma: l'ellisse viola con la scritta 1933 e il disegno del castello di Hohensalzburg, la fortezza simbolo della città. «Era il 7 ottobre 2005. All'inizio fu complicato, non avevamo neppure un pallone: ma mettemmo soldi nostri e ripartimmo».
Mentre Dietrich Mateschitz si comprava e ripitturava anche il Wals-Siezenheim stadion da 30 mila posti, perché pure ai piedi di queste Alpi i comuni hanno bisogno di quattrini, la nuova «vecchia» Austria Salzburg ricominciava nel piccolo Sportanlage West, 1500 posti nel quartiere periferico di Maxglan. «Però sempre pieno, mentre nella Red Bull Arena, dal silenzio che c'è, solo lo speaker ricorda che giochi in casa». Tra i vicoli di un borgo splendidamente appeso tra manieri medioevali e guglie barocche, c'è ancora spazio per leggende: dopo il fallimento del primo anno - «provammo la fusione con il Psv Schwarz» - l'Austria Salzburg ha vinto quattro campionati filati, partendo dalla settima serie. «Ora siamo in Regionalliga West, la vostra serie C. Non giochiamo in Coppa, ma siamo più felici».


(La Stampa)

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