13 ottobre 2010

PARAMILITARI

di RENATO CAPRILE
Gli ex paramilitari diventati ultrà  i seguaci violenti della tigre Arkan La curva dei tifosi serbi a Marassi
BELGRADO - Dorciol, quartiere popolare sulle rive del Danubio. Il bar, annessa sala biliardo, ha un nome che è tutto un programma: si chiama "Jazbina", il covo. Sulle pareti, bianche e nere come i colori del Partizan, ci sono i poster degli indimenticati campioni del passato, Bobek, Bjekovic, Curkovic, Valok.

E scritte contro i "cigani", come vengono etichettati con disprezzo i supporter della Stella Rossa. Acerrimi rivali sugli spalti, ma alleati durante le manifestazioni di piazza come è probabilmente accaduto anche domenica scorsa a Belgrado a margine del Gay Pride. Tre giorni fa hanno messo a ferro e fuoco la capitale, hanno distrutto tutto quanto potevano distruggere. Qualcuno è finito in manette, ma il grosso si è trasferito coltelli, spranghe e fumogeni a Genova per il match della loro "amata" nazionale contro l'Italia. Con lo stesso obiettivo di sempre: provocare, creare disordine. Che poi è il loro vero mestiere.

Saranno probabilmente partiti da qui, da Dorciol. O da un altro dei tanti covi del tifo violento belgradese. Sei squadre nella massima serie vanta la capitale e almeno tre hanno schiere di supporter da galera. D'altra parte Arkan e le sue sanguinarie "Tigri" venivano proprio da questi ambienti. Certo tifavano Stella Rossa, la più titolate tra le compagini della ex Jugoslavia, ma per loro il tifo era solo un pretesto per una serie di attività diciamo così "parapolitiche". Erano la forza d'urto di chiunque volesse creare
disordini. Si chiamasse Djindjinic O Milosevic. Da sempre serbatoio del nazionalismo e delle formazioni paramilitari. Destra, sinistra per questi energumeni non hanno mai significato granché, bastava che ci fosse da menare le mani, da arraffare un bottino quale che fosse.

Nella Serbia di Boris Tadic, il presidente che si sforza di proiettare il paese in Europa, questa teppaglia ha finito con il saldarsi con gli ambienti più retrivi della destra nazionalista, come il movimento Obraz, che significa faccia, ma sta per "salvare la faccia" non si sa bene da cosa. Mladen Obradovic, il leader di questa organizzazione di estrema destra, che domenica scorsa è finito in manette, viene considerato il coordinatore degli attacchi di hooligans e neonazisti al Gay Pride.

Ma qual è il vero obiettivo di questi cosiddetti tifosi? Secondo Milan Petrovic, redattore del quotidiano Blitz "in questo momento lo scopo degli ultrà è politico: creare quanti più problemi possibile a Tadic e al suo governo. E soprattutto un clima di instabilità che dovrebbe, nelle intenzioni di queste persone, portare il paese al più presto ad elezioni anticipate". Bojan Pajtic, capo del governo della provincia autonoma di Vojvodina è ancora più esplicito: "Questa teppaglia non agisce in maniera spontanea. Sono al soldo di chi vuole impedirci con ogni mezzo di diventare una nazione normale". Il presidente della Federcalcio serba, Tomislav Karadzic concorda: "Chi ha organizzato questi incidenti si trova a Belgrado. Questo è un attacco diretto allo stato". Savo Milosevic, ex nazionale, vede nero: "Negli ultimi vent'anni lo stato non ha fatto nulla per stroncare questa violenza e sono sicuro che pagheremo un prezzo molto alto per la mancanza di volontà di risolvere alla radice il problema".

Giovani, sui vent'anni, tatuati dalla testa ai piedi, in tuta e scarpe da tennis per lo più figli di operai rimasti senza lavoro, ma tra loro ci sono anche studenti e rampolli della Belgrado bene. Eccolo l'identikit degli ultrà del tifo. Chi entra a far parte di questa organizzazione non può uscirne. Questo vale anche per i calciatori. Cambiare squadra, passare tanto per fare un esempio dal Partizan alla Stella Rossa, può essere vissuto come un tradimento. Stojkovic, il portiere della nazionale serba, ex numero uno della Stella Rossa, dopo una lunga esperienza in Portogallo, è tornato in patria per difendere la porta del Partizan. Apriti cielo, hanno deciso di fargliela pagare. Durante l'incontro con l'Estonia, perso per 3-1 dai serbi, è stato fischiato dalla curva nord tutte le volte che toccava il pallone, il che ha influito non poco sulla sua prestazione.

Tornando al bar "Jazbina" da cui siano partiti, chiediamo di Zoran, detto "Popaye", uno dei capi della tifoseria "partizanovci", che potrebbe spiegarci un po' di cose, ma Zoran non c'è. Bata, il padrone del bar, un omone sui due metri, dice che "sono giorni che non lo vediamo da queste parti". "Sono preoccupato", aggiunge, "Mi deve ancora cinquemila dinari", suscitando l'ilarità dei pochi avventori. La tv manco a dirlo è accesa sulla partita di Marassi, con il telecronista serbo che non sa più cosa dire per spiegare il perché non si disputerà. (13 ottobre 2010)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Incredibile!!!! E' l'1:10 pm.
The oscar goes to...TG5.
Il primo tg a dare una chiara chiave di lettura sui fatti di Genova di ieri sera.
La questione è interna alla Serbia, il problema è che la Digos ha toppato. Guarda caso di nuovo a Genova. Vedi G8 07/01.