16 ottobre 2010

ESORCIZZARE

Quasi ad esorcizzare quello che potrebbe succedere domenica, alla ripresa del campionato, il portavoce dell’osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Roberto Massucci preannuncia controlli più attenti sui tifosi: «Li terremo ancor più sotto controllo del solito». Poi, passa parole di velluto sulla possibilità di contatti fra quello che è successo martedì sera a Genova e il mondo ultrà italiano: «Escludiamo la presenza di nostri connazionali in mezzo ai serbi» e, ancora, «La tifoseria italiana ha già dimostrato di prendere nettamente le distanze da quel che stava accadendo».
Ma, al di là delle parole, forzatamente e doverosamente ottimiste, la paura è tanta. E il rischio che Ivan e i suoi amici diventino la nuova bandiera degli ultrà italiani è tutt’altro che irrilevante. Unico deterrente: la militanza politica ultranazionalista e di ultradestra degli ultras serbi, che potrebbe scoraggiare le curve più a sinistra dal prendere i fatti di Marassi come punto di ripartenza delle contestazioni contro Maroni, le forze dell’ordine e la tessera del tifoso. Eppure, se è vero che probabilmente l’unica curva schierata apertamente con i serbi è quella del Verona (che fra dieci giorni devono incontrarsi con un’altra tifoseria caldissima come quella dello Spezia), è anche vero che il mondo ultrà, in nome delle battaglie che ritiene di dover combattere in quel momento, dimentica la politica e anche la squadra.
Insomma, tradotto dal linguaggio e dai codici ultrà - che hanno chiavi di lettura molto interne, assolutamente incomprensibili anche solo ai tifosi di altri settori degli stadi, figuriamoci all’esterno - significa che, contro la tessera del tifoso (o contro le forze dell’ordine, o contro il nemico di giornata) possono cadere gli steccati fra romanisti e laziali o fra genoani e sampdoriani. Pronti ad unirsi, per poi tornare a combattersi.
E proprio le tifoserie di Roma e Genova sono le più irrequiete negli ultimi giorni. Sul capoluogo ligure i riflettori sono puntati dopo gli scontri di martedì e entrambi gli schieramenti di ultrà si sono fatti sentire. I genoani, con un comunicato firmato «Gradinata Nord», quasi a dare più peso alle loro parole, come se rappresentassero tutti i gruppi che assiepano la curva cuore del tifo rossoblù, hanno preannunciato che domani sera saranno a Roma per seguire la loro squadra, anche se la vendita dei biglietti è riservata solo ai supporter genoani in possesso della tessera del tifoso: «Andremo a Roma con i pullman e anche solo fuori dall’Olimpico noi ci saremo». Lo stesso faranno gli ultrà del Pisa, che addirittura preannunciano una calata in massa su Lucca con un carosello di motorini e auto, nonostante il divieto ai senza tessera.
I doriani - che sono i più strenui oppositori in tutta Italia della tessera del tifoso, tanto da aver rinunciato ai loro posti tradizionali in Gradinata Sud pur di non sottoscrivere gli abbonamenti con la tessera del tifoso ed essere emigrati nella curva dei cugini - affidano a una lettera aperta degli Ultras Tito Cucchiaroni la stroncatura di Maroni: «Quello che è successo a Genova è la disfatta di un modo di intendere la sicurezza sugli stadi basato sulla repressione». Idee condivise dalle tifoserie dove la mentalità ultras è più radicata, a partire da quella del Parma, storicamente gemellata con i blucerchiati.
Ma il tam tam è trasversale, attraversa siti web e riunioni di curva e la maglietta con il teschio di Ivan diventa la nuova frontiera della ribellione alla tessera del tifoso: gli ultras romanisti, sul tema, sono in sintonia con quelli laziali (fra l’altro, proprio nel giorno in cui il derby del 7 novembre viene fissato di pomeriggio anziché in notturna proprio per evitare scontri come l’altr’anno) e community e social network che fanno capo ai duri e ai cani sciolti delle tifoserie organizzate sono tutte un florilegio di «onore a Ivan, ogni gruppo ultrà in Italia dovrebbe avere uno come te» e «viva il re di Marassi». In prima fila anche bianconeri e interisti.
Soprattutto, i fatti di Genova sono vissuti come un affronto «nei nostri confronti che non possiamo portare striscioni e siamo perquisiti pure nelle mutande. Perché loro sì e noi no?». La risposta a questa domanda sarà la nuova frontiera di una domenica pomeriggio che nasce con i colori del tatuaggio di Ivan.

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