20 ottobre 2010

ANCORA SUI SERBI

Genova - E´ passata una settimana dalle violenze di Italia-Serbia di martedì scorso e lui lo ha confessato solo adesso. Lui è Julien, il senzatetto divenuto ormai una presenza fissa, sotto i portici di via XX Settembre, con i suoi due cani e con quella curiosa opera, una grande nave interamente costruita con le lattine di birra Heineken, che espone fiero nel suo pertugio accanto ai magazzini H&M, quasi tutti i giorni. Lui è stato aggredito, picchiato, insultato dai tifosi serbi, che si sono accaniti anche sulla sua opera, il tutto, confessa amareggiato, nella totale indifferenza della gente, che ha preferito non impicciarsi e tirare dritto, facendo finta di non vedere, che non si sa mai, come sempre.
E´ passata una settimana da quella tristissima pagina sportiva che ha visto la partita fra la nostra nazionale e quella serba abortita per le violenze perpetrate da un gruppo di ultras serbi che hanno messo a ferro e fuoco lo stadio genovese di Marassi. E, esattamente sette giorni dopo, che cosa resta di quella seratra di delirio, fumogeni, arresti e follia? Otto ultras della "stella rossa" di Belgrado si trovano attualmente detenuti nel carcere di Marassi terrorizzati dai vicini di cella albanesi che, a loro dire, avrebbero minacciato di picchiarli, mentre il cosiddetto "leader" degli scontri Ivan Bogdanov, soprannominato poi "il terribile", a discapito della sua fama di duro, ha trovato posto nel carcere femminile di Pontedecimo dove, tolto il passamontagna e posato il manganello, piange la mamma malata e racconta del suo dolore per la morte del padre. Le "tigri di Arkan", oggi, non ruggiscono più.
Eppure sui muri di Palazzo Ducale, di Palazzo Rosso e su quelli di altre dimore storiche genovesi, campeggiano ancora i graffiti con cui le "tigri" sfregiarono i muri affrescati, armati di bombolette spray, prima di incamminarsi verso lo stadio. Ma non c´è solo questo, c´è anche di più. Ci sono, appunto, anche piccoli episodi, eppure estremamente significativi, di cui nessuno ha parlato e le cui conseguenze, ad oggi, sono ancora visibili.
Sono infatti ancora visibili, ad oggi, i lividi che Julien porta sul corpo, ma soprattutto sull´anima, dove rischiano di restare indelebili come quegli sfregi sui muri dei palazzi, fatti con la bomboletta spray. Perchè Julien è stato aggredito dai tifosi serbi, quegli stessi che oggi, dalle celle del carcere, si proclamano innocenti e invocano clemenza per aver forse esagerato un po´ con l´alcol quella sera, quegli stessi che "Noi volevamo solo protestare contro il nostro governo, il calcio serbo e le convocazioni della nostra nazionale, non volevamo offendere l´Italia, non immaginavamo che avremmo creato tanto danno". Già, proprio loro. Che non pensavano di fare danno mentre pestavano  un barbone inerme, che non aveva mai fatto male a nessuno. Che volevano solo protestare contro la politica serba mentre spaccavano l´opera che il poveretto esponeva fiero sul suo panchetto dove, di pomeriggio, si siede a "chiedere colletta" esponendo la sua nave, il suo Titanic fatto con le lattine.
Ma quel Titanic ora è tutto ammaccato, come il suo creatore, che non ha trovato il coraggio di denunciare l´aggressione alla polizia, che se n´è rimasto zitto, con i suoi lividi e la sua "creatura" semidistrutta, amareggiato per l´indifferenza della gente. Però, almeno a una giovane architetto di Bergamo, che affascinata dalla sua scultura l´aveva più volte fotografata, almeno a lei ha raccontato tutto. E lei, zitta non ci è stata.

Marzia Fossati

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