31 maggio 2010

BRESCIANI

Padova. Quando Caracciolo finalmente l'ha buttata dentro, su rigore, è stato l'unico ad alzarsi in una tribuna monopolizzata dai padovani e a urlare la sua gioia. Attorno a lui gelo e ostilità si tagliavano a fette.
Quando i tifosi patavini erano già a casa a raccontare in famiglia le gesta dei biancoscudati lui era ancora lì, fra giornali stracciati e bicchieri di plastica rovesciati, a chiedersi com'era stato possibile.
Alberto Bicocchi, bresciano trapiantato da 11 anni a Padova, legale nell'ufficio dell'avvocatura civica della città del Santo, da oggi dovrà vedersela con 1800 colleghi padovani e la relativa dose di sfottò. È lui l'immagine del tifoso bresciano più tenace. Solo contro tutti. Contro le amarezze. Contro i sogni infranti. A volte contro la sua stessa squadra. «Mi aspettavo la partita del cuore - dice sconsolato alla fine - ho visto una squadra impaurita. Però io credo ancora in Iachini, in questi giocatori. Quest'anno non possiamo fallire».
CERTO, IL PRIMO appuntamento con la storia è rimandato. Ci avevano creduto in 2.400, ieri. Sciarpa e maglietta biancazzurri, erano convenuti a Padova carichi di presentimenti e speranze. Le prime auto imbandierate sono partite da Brescia prima delle 10. Poi è toccato alla colonna di 20 pullman (modello Paesi dell'Est ante-muro, milioni di chilometri alle spalle) con cordoni di polizia che blindavano gli autogrill al loro passaggio manco stessero calando gli unni. Lungo il tragitto anche l'incrocio con un bus (ultramoderno) delle giovanili dell'Atalanta. «Segno di buona o cattiva sorte?» si chiedevano gli scaramantici. Datevi voi la risposta, vista com'è finita la giornata.
Nella curva del nuovo stadio «Euganeo» (un trionfo di cemento armato e di sette inutilissime corsie di atletica) i clan rivali della curva Nord e della Sud di fede bresciana si sono trovati gomito a gomito. La non belligeranza sembrava, per una volta, assicurata e suggellata dalla tavolozza dei colori: quelli della Nord si sono scelti il bianco, quelli della Sud l'azzurro e alla fine la bicromia delle bandiere sventolate, e i sempreverdi cori anti-bergamaschi, facevano sentire la squadra di Iachini a casa. Peccato che al primo momento di difficoltà, mentre Arcai raccattava dalla rete il primo gol, in curva già si accendeva un principio di rissa sedata a fatica, premessa e promessa di odi da tramandare per un paio di altre generazioni da un lato all'altro del Rigamonti.
«CRESTA ALTA» invocava un cartello sugli spalti padovani, giocando sulla fama delle galline di casa e sulla speranza che la quadra di Sabatini non finisse spennata, spedita anzitempo sulle braci della C. Invece, alla fine, la peggio è toccata a ben altri pennuti: l'Airone di Caracciolo che non ha spiccato il volo, le rondinelle che sono finite sugli spiedini affilati da Di Nardo e Cuffa, la Brescia tifosa azzoppata e incredula. Mentre i cori pro-Possanzini s'afflosciavano, i patavini ringalluzziti ritmavano le loro volgarità all'indirizzo di una curva ospite incredula dello spettacolo: gli undici schierati da Iachini che annaspavano troppo simili alla squadra allucinata che fece naufragio a Livorno, troppo lontana parente della corrazzata che aveva riportato la Brescia del calcio al rango che le compete. Nei dintorni (e preferibilmente all'interno) dell'Olimpo della A.
Alla fine, quando il «Possa» è andato sotto la curva quasi a chiedere scusa della prova della squadra s'è beccato un «venduti» che non c'entra e fischi che dicono di un idillio infranto, di un rancore ch'è il peggior passaporto per i play off.
Il ritorno dei tifosi a casa è stato peggio dell'andata. Bandiere ammosciate. Autogrill sigillati senza la consolazione di un caffè. La sensazione di un equilibrio saltato, di fantasmi che ritornano. «Io comunque a Cittadella ci sarò» dice stringendo i denti ancora una volta il brescian-patavino Bicocchi, scout in terra ostile. Ci sarannao anche i 2.400 (e più) dell'Euganeo. L'importante è che ci sia anche il Brescia di Iachini. E che dia segni di vita.

Massimo Tedeschi

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