22 marzo 2010

PSICHE E DINTORNI

di Elisabetta Rotriquenz
22 marzo 2010. Gli impianti sportivi italiani accolgono ogni anno circa 20.000.000 di spettatori ai quali le istituzioni governative e sportive devono garantire accoglienza e sicurezza. L’incidenza del fenomeno della violenza in occasione di manifestazioni sportive mette a rischio sia la sicurezza degli spettatori sia quella degli operatori delle Forze di Polizia.
Per quanto riguarda le tifoserie ultrà delle serie professionistiche è emerso che in Italia risultano attivi 529 gruppi, composti da circa 80.700 supporter (Tagliente e Massucci, 2006). Conseguentemente la psicologia si è particolarmente interessata alle motivazioni che inducono tante persone ad eccedere nelle loro manifestazioni di tifo e a promuovere invece un comportamento competitivamente sano. Le ragioni della violenza nello sport risiedono in: fattori culturali, tipo di struttura sportiva, uno scenario di rabbia/aggressività, l’educazione degli adolescenti, i media, l’esperienza sportiva (Jamieson e Orr, 2009). Di fatto lo svilupparsi dei mezzi di comunicazione di massa ha reso le competizioni sportive accessibili e visibili a tutti, come in una sorta di “stadio virtuale”, in particolare grazie alla radio, alla televisione, ad internet e alle nuove tecnologie dei mass media legate allo sport (Rowe, 2001). D’altra parte il miglioramento dell’organizzazione logistica e spaziale degli stadi e dei palazzetti dello sport ha permesso un’accessibilità sempre maggiore e confortevole agli appassionati di sport.
Il tifoso esprime le proprie emozioni in base alla vittoria o sconfitta della squadra del cuore o degli atleti preferiti attraverso un’identificazione vicaria con essi. Tali manifestazioni emotive rappresentano il Sé ideale del tifoso che tenta in questo modo di soddisfare un aspetto narcisistico della personalità difficilmente concretizzabile nella vita quotidiana (Antonelli e Salvini, 1987) Il tifoso moderato diventa un ultrà quando possiede un forte senso di appartenenza al proprio gruppo ed ha l'impegno quotidiano di sostenere la propria squadra. L’ultrà, secondo la psicologia della folla, sostituisce il proprio Io con quello di Io di gruppo, tendendo a comportarsi come gli altri anche quando agirebbe diversamente. In questo modo si mette in evidenza quanto sia forte il potere del gruppo nel condizionare il singolo, limitandone la razionalità ed amplificandone le emozioni.
Il tifoso moderato è tale per un bisogno di autoaffermazione, di autostima e di successo. D’altro canto l’ultrà è caratterizzato da un bisogno di affiliazione, di esibizione e di comando, scarso autocontrollo ed elevata aggressività. Molti giovani diventano tifosi o ultrà per sopperire ad una mancanza di identità che non trova altro modo di esprimersi se non un’esagerata affiliazione con la squadra del cuore che si manifesta con un eccessivo campanilismo pronto a svilire le squadre avversarie perdendo di vista il vero senso dello sport. Di conseguenza chi entra nel mondo degli ultrà assume di diritto un ruolo ed un’identità già predisposta grazie ad un abbigliamento particolare, agli slogan del gruppo per la squadra, alle varie manifestazioni di virilità/aggressività. In quest’ottica gli “atti linguistici” dei tifosi costituiscono la possibilità di produrre ed ottenere un’identificazione di gruppo.
Il gergo dei tifosi ultrà, impregnato di slogan, di neologismi, di battute e di una varietà di modi di dire, di insultare e di tifare, conferisce identità in chi lo adotta e lo usa. La teoria dell’adattamento interpersonale attraverso il linguaggio suggerisce l’ipotesi, come dice Bruna Zani, che “un individuo modifichi il suo stile linguistico al fine di controllare il modo in cui è considerato dagli altri, in genere comunque per conquistare l’approvazione sociale” (Salvini, 2004). Il soggetto riceve gratificazione e un rinforzo della propria autostima attraverso il gruppo; ciò lo porta a ristrutturare la propria identità verso un comportamento deviante.
Alcuni studiosi della teoria catartica considerano il tifo dell’ultrà fino all’atto vandalico come un modo per esternare le frustrazioni represse della vita quotidiana sia in ambito lavorativo sia familiare. La persona esce per qualche ora dai limiti, identificandosi con l’onnipotenza di un gruppo agguerrito e coeso, trovando (ma per breve tempo) un senso al “chi sono io?” (Salvini, 2004). Da qui si evidenzia l’antagonismo che cresce tra “noi” e “gli altri” nella creazione e nell’accrescimento della violenza (Ward, 2002) e nel meccanismo di delegittimazione esasperato degli avversari (Legrenzi, 2008). Molto spesso le azioni violente che appaiono come eventi isolati, sono invece la manifestazione di un atteggiamento mentale del tifoso già in essere prima dell’evento sportivo al fine di sentirsi il protagonista della domenica.
Pertanto è fondamentale il tipo di educazione che viene data ai giovani rispetto a come si vive lo sport. Infatti, le emozioni del tifoso (rabbia, ostilità, gioia, ecc.) sono direttamente collegate agli schemi cognitivi in base ai quali la persona ha appreso ad interpretare i fatti relativi all’evento sportivo. È difficile infatti sradicare il senso di identificazione presente in un tifoso insieme alla sensazione di rivalità nei confronti di un’altra squadra (Lock, Darcy e Taylor, 2009). Il mondo d’oggi rende difficile affermarsi in campo professionale e personale, per cui chi ha più problemi di stima di sé tenderà a cercare di identificarsi con personaggi di successo per provare a sua volta l’emozione di essere un “vincente”. Lo sport può anche essere un modo per socializzare e per mantenere un’identità culturale (Allen, Drane, Byon e Mohn, 2010) e poiché i mondiali di calcio sono imminenti, permettetemi di dire: forza azzurri!

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