06 marzo 2010

IL BEL PAESE

di Stefano Benzi

Prima che il campionato ci porti via di nuovo tutta l'attenzione che l'argomento merita, e provando a rubare un pochino di spazio alle interessanti partite di questo fine settimana, pubblico un paio di riflessioni che da diverso tempo ho salvato sul mio desktop e che riguardano l'ipotetica candidatura italiana all'Europeo del 2016. Contrariamente a molti colleghi, sicuramente più preparati e più illustri di me, non sono un entusiastico sostenitore di questa iniziativa. E credo che le nostre istituzioni calcistiche dovrebbero occuparsi (e forse preoccuparsi) di altro in questo periodo.
Ci siamo candidati per gli Europei a più riprese, in modo più o meno serio e motivato: l'ultima volta per l'edizione che si giocherà tra due anni. E Polonia e Ucraina avevano dato maggiori garanzie di noi. Il che vuol dire che la nostra rappresentanza istituzionale italiana è al minimo storico o che offrivamo (in tutti i sensi) di meno. Non credo che sia cambiato molto rispetto a quell'assegnazione: i nostri stadi sono sempre gli stessi, siamo passati (neppure troppo indenni) da una serie di episodi non chiarissimi che hanno segnato le nostre amministrazioni calcistiche e che ancora oggi ci condizionano.
Il tutto in un quadro economico difficilissimo che vede l'Italia alle prese con problemi seri e di difficile soluzione che per una volta suggerirebbero un profilo basso e meno attento al solito 'vernissage' che ha l'intento di far finta di dimenticare, o di non ricordare, quale sia la realtà con la quale ci confrontiamo. I nostri stadi sono sempre gli stessi, sempre quelli, da Italia '90 a oggi: stadi che già allora erano stati semplicemente riadeguati e che non sono più in alcun modo paragonabili alle tante nuove e splendide strutture che sono state costruite in Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Olanda o a quelle che in Svezia, Norvegia o Spagna, vivono di tradizione ma garantiscono il massimo della sicurezza e dell'efficenza. Gli episodi di violenza dentro e fuori dagli stadi sono purtroppo ancora una costante del nostro archivio sportivo senza contare che la sospensione di quattro gare in poche settimane per via di condizioni atmosferiche e spalti ghiacciati resta una peculiarità tanto straordinaria quanto assurda del nostro paese.
I nostri stadi non sono sicuri, spesso sono serviti malissimo sia da mezzi di trasporto che da strade a scorrimento veloce: sono stati adeguati, e riadeguati, e riadeguati ancora. Ma gli unici lavori davvero efficaci che sono stati fatti sono quelli per la ricettività di telecamere e segnali televisivi: più che per quella degli spettatori. Mi piacerebbe farvi leggere la relazione di un regista televisivo che si occupa di produzione di eventi sportivi su quello che è stato fatto in alcuni stadi italiani per garantire il miglior spettacolo possibile: in tv.
Il tutto mentre l'Osservatorio sugli eventi sportivi, uno dei pochi tentativi di mettere ordine in una prassi difficile e a rischio come quella della mobilità delle tifoserie, si è limitata a fare l'unica cosa possibile: impedire ai sostenitori di viaggiare in caso di match pericolosi.
Ho trovato stucchevole e al limite del ridicolo il fatto che diverse città italiane, forse per lanciarsi in qualche moto di campagna promozionale a buon mercato, sostengano di poter puntare addirittura all'organizzazione delle Olimpiadi. Il tutto in un paese dove la classe dirigente non brilla per senso del dovere, correttezza di rapporti e onestà intellettuale quando si parla di appalti e opere pubbliche.
La Federcalcio ha investito moltissimo sulla presentazione del dossier che in questi giorni è allo studio dei delegati Uefa che dovranno prendere una decisione. Più che un dossier è un'encicolpedia: si parla di oltre 1000 pagine zeppe di foto, ricostruzioni, grafici, modelli di sviluppo che in soli quattro anni dovrebbero rivoluzionare l'architettura sportiva del nostro paese in dodici città. In questo abbiamo polverizzato la concorrenza che si è fermata diverse centinaia di pagine prima. E nel frattempo le nostre rappresentanze si muovono politicamente: ricordando a Platini che quando la Uefa scelse Polonia e Ucraina ci siamo rimasti molto male, e che la nostra è comunque una federazione influente. E che Platini, se vuole appoggio per le prossime elezioni o addirittura per puntare alla posizione di Blatter che se si ripresenterà come candidato per la prossima presidenza della FIFA lo farà sicuramente per l'ultima volta, deve puntare anche sul nostro consenso. E poi siamo pur sempre i campioni del mondo. E lo saremo anche quando la decisione finale verrà presa.
Insomma... stiamo puntando alla solita logica della 'compensazione'.
Io, da parte mia, sarei contento se gli Europei andassero altrove: lo dico senza troppi giri di parole, anche se alla fine sono pronto a scommettere che verranno ospitati qui. Non in Francia, perché Platini non può subire altre accuse di favoritismo casalingo, non in Turchia, e nemmeno in Svezia-Norvegia o Galles-Scozia (anche se quest'ultima ipotesi mi affascina molto). Le delegazioni Uefa visiteranno i paesi candidati nelle prime due settimane di aprile e prenderanno una decisione definitiva il 27 maggio: le dodici città candidate al momento sono (in ordine alfabetico) Bari, Cagliari, Cesena, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Parma, Roma, Torino e Verona. Tre di queste verranno escluse in un secondo momento, in caso di assegnazione all'Italia.

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