06 novembre 2009

PLATONE LOTITO

Agguerrito più che arrabbiato. Una sorta di fervore missionario spinge Claudio Lotito, 52 anni, da cinque presidente della Lazio, a concentrarsi più sulla crociata per un calcio etico che sulle contestazioni per il plumbeo rendimento della squadra. Tra i severi arredi di villa San Sebastiano, lo studio dove coniuga l'attività di dirigente sportivo con quella di imprenditore di successo (leader a Roma nei settori della pulizia e della vigilanza), si muove come un fiume in piena. Impartendo direttive manageriali alle aziende. E un minuto dopo accalorandosi come un tifoso della curva Nord, ma con un linguaggio aulico da latinista, sui temi più passionali del pallone. "Non mi piace rivendicare in prima persona il ruolo del grande moralizzatore ", minimizza affettando modestia. "È una percezione che altri hanno di me per il lavoro che svolgo. Quando sono entrato nel mondo del calcio la consuetudine esaltava un discutibile assioma: più spendi più vinci. Io al contrario ho cercato di riportare in primo piano i valori olimpici: la professionalità, lo spirito di sacrificio, la meritocrazia. Ho provato insomma a riportare il calcio sulla terra, lottando contro la dicotomia di un mondo dorato del tutto separato dalla società civile. Non è morale corrispondere a un campione compensi milionari quando la gente normale che va allo stadio guadagna 1.500 euro al mese. Nel 2004 ho ereditato bilanci più disastrati di quelli dell'Alitalia: circa 550 milioni di debiti, di cui 150 richiesti dal Fisco, e un monte ingaggi di 120 milioni. L'anno scorso il budget si è chiuso con 26 milioni di utili. E intanto abbiamo vinto una Coppa Italia e una Supercoppa. A dimostrazione che non è un'utopia ottenere risultati rispettando il rigore finanziario?.

I presidenti dei grandi club non si comporteranno più da ricchi mecenati e non continueranno piu a ricoprire d'oro i campioni.

"Direi però che, seguendo il nostro esempio, tutto il sistema ha imboccato un circuito più virtuoso. Ho fornito ai colleghi, con il mio comportamento, alcuni spunti di riflessione che in generale hanno portato a una riduzione degli ingaggi. Oggi inoltre per iscriversi al campionato è d'obbligo non avere debiti, essere in ordine con il pagamento di imposte e tasse compresa Iva e con il pagamento degli stipendi. Anche in campo internazionale questa idea del calcio sostenibile comincia a produrre i suoi frutti. Joseph Blatter, presidente della Fifa, ha cominciato a parlare di salary cap. Michel Platini, presidente dell'Uefa, ha disposto che dal 2013 le squadre che non hanno un equilibrio finanziario non potranno partecipare alla Champions League".

L'obiezione più ricorrente è che, riducendo gli ingaggi dei campioni, si favorisce un esodo (vedi i casi di Kakà e Ibrahimovic) che penalizza le nostre grandi squadre a livello internazionale.
"È un problema di armonizzazione delle normative fiscali. In alcuni paesi europei la tassazione è molto più favorevole che in Italia. Qui se dai nove milioni di stipendio netto l'anno a un giocatore, ne devi sborsare complessivamente diciotto. In Spagna te la cavi con circa undici. E quindi puoi allettare il campione aumentando senza troppi problemi la cifra di ingaggio ".

Ma quale sarebbe il compenso eticamente giusto per un grande campione?
"Non certo sette-otto milioni di euro, come avviene oggi. Lo stipendio di un calciatore dovrebbe essere fissato da tre fattori: il ritorno economico che produce, le capacita finanziarie del club, il suo peso patrimoniale e quello mediatico".
Quattro anni dopo Calciopoli il football italiano può ritenersi guarito?
"Calciopoli è stato uno scandalo più mediatico che sostanziale. Ma ha rappresentato comunque una scossa benefica ripristinando l'osservanza delle regole. C'è più professionalità nella gestione delle squadre. Sono diminuiti i margini di errore. Le case ora si costruiscono con il cemento armato, non più con la sabbia".

Lei però continua a essere pesantemente contestato dalle frange più radicali della tifoseria, come all'inizio della sua avventura sportiva. Un clima da guerriglia che ha preso di mira anche la Roma. Perché è così avvelenato il calcio nella Capitale?

"Non conosco la situazione della Roma e non mi permetto di giudicare. Nella Lazio c'è una minoranza chiassosa che sovrasta la maggioranza silenziosa. Gente che contrasta la nostra azione di pulizia perché vuol conservare antichi privilegi".

Le imputano una gestione totalitaria della società.
"Sono uno che accetta le critiche. Ma solo quelle costruttive. Contro chi rumoreggia strumentalmente, dovrebbe far sentire la voce la maggioranza silenziosa che apprezza la nostra strategia basata sulla correttezza".

Ma da che calcio è calcio il tifoso guarda solo ai risultati. È un fatto che la Lazio è precipitata nei quartieri bassi del campionato.
"In questa stagione abbiamo già vinto la Supercoppa. Certo, non si può negare che oggi ci sia una flessione. Anche perché si gioca ogni tre giorni e non c'è il tempo per recuperare. E certi giocatori accusano in questo momento un calo di tensione. Ma il campionato è lungo e l'obiettivo di un buon piazzamento rimane inalterato".

Tutte le squadre di prestigio giocano ogni tre giorni. Non era il caso di rafforzare la squadra nella prospettiva di questi impegni serrati? Cosa risponde a chi storpia il suo cognome in Lotirchio? "Sono un presidente-tifoso e non un tifoso- presidente. Ho l'obbligo e il dovere, ribadisco, di gestire la società in modo trasparente all'insegna dei valori più autentici dello sport. E poi, Lotirchio?... Ma se quest'anno ho già investito 38 milioni di euro cash? Certi tifosi dimenticano che l'anno scorso Zarate e Matuzalem erano in prestito e da quest'estate sono interamente di proprietà della Lazio".

Per altri tifosi Ballardini non sarebbe un tecnico adeguato alle ambizioni della Lazio. "Chiacchiere da bar".
E i casi Pandev e Ledesma? Perché si ostina a tenerli al bando, con il rischio di svalutare il capitale sociale? Non converrebbe, soprattutto dal punto di vista tecnico, trovare un compromesso?

"Io non emargino nessuno. Pandev e Ledesma si sono isolati da soli. Il nostro tecnico ha scelto di farne a meno perché quando ti manca il senso di appartenenza non sei più al servizio della squadra. Le partite non si vincono solo con il fisico, ma soprattutto con la testa e con il cuore".

Un'altra bussola del suo programma è la proprietà dello stadio. Cosa cambierà per la Lazio quando potrà disporre di un suo impianto?
"La proprietà di uno stadio polifunzionale è una risorsa immensa che rivoluziona le gerarchie finanziarie di una società. Innanzittutto rappresenta un patrimonio durevole e concreto, mentre oggi il capitale è volatile, basato sul valore aleatorio del parco giocatori. Poi, con le attività commerciali, è una importante fonte di introiti che permette di sganciarsi dalla dipendenza economica dei diritti televisivi. Infine può diventare un fattore di fidelizzazione: i tifosi saranno più invogliati ad affluire con le famiglie in un impianto sicuro, dotato di attrazioni per tutti i gusti e per tutte le età. Come avviene in Inghilterra".

Ha mai pensato di entrare in politica?
"Perché me lo chiede? Io ho sempre avuto ottimi rapporti con tutti. Ho naturalmente le mie inclinazioni ma non mi interessa fare politica".

Lei non nasconde di essere un fervente religioso. Come vive questa sconcertante stagione di escort e trans?
"Stiamo attraversando una fase profondamente amorale più che immorale. Bisogna ritornare alle radici, come raccomanda il Santo padre. Battersi per il rilancio dei valori. Anche nel calcio, che per il suo potere mediatico e peso sociale può diventare uno strumento per il ripristino della legalità e dei valori fondanti della società".

Lei è spesso preso in giro per il vezzo di esibire un po' confusamente la sua erudizione, mescolando nelle citazioni Dante e Manzoni, Kant e Pascoli. Le dà fastidio essere rappresentato dagli umoristi come una sorta di professor Aristogitone?
"Ognuno è il prodotto della sua condizione familiare e della sua cultura. Abbondo di citazioni perché credo veramente che la storia sia maestra di vita e che anche nello sport si vince con lo spirito oltre che con il fisico".

Sua moglie ogni tanto la invita a liberarsi della zavorra del calcio. E i suoi detrattori la esortano a dimettersi. Non si è mai pentito di aver comprato la Lazio?
"Mai. E non ho la minima intenzione di mollare"

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