10 novembre 2009

A LAVORARE

TORINO, 10 novembre - Cairo sibila solo uno sconsolato «Peccato!». Già. Bene o male il Toro ritrova il gioco, rimerita i tifosi, ma non i tre punti perché li getta via stupidamente. «Peccato, però ho visto una bella squadra e un bel Toro», aggiunge il presi­dente.

«11 LEONI» - Il tifo è tornato tifo, prima della partita. E al­l’inizio la Maratona scandisce lo scontato invito: «Vogliamo 11 leoni». Ma sono gattini. Che però piano piano qualche un­ghiata la tirano. Un poco cre­scono. non giocano neanche male, peccato che le occasioni migliori se le costruisca e se le sprechi, non tirando, Di Mi­chele. Un poco rischiano, i mi­cini. Difatti all’inizio ci stareb­be persino un rigorino, per stu­pidaggine di Rivalta su Mari­lungo. La partita nel comples­so è bella, la gente del Toro ti­fa a più non posso: ha messo in freezer la vergogna di Trieste.

RESTA LA PANCIA - Orgia di sentimenti e baccanale di emozioni. Roba da Comunale vecchia maniera, non da Olimpico ingentilito epperò snaturato, raggelato, minimiz­zato. La gente del Toro bascu­la tra la voglia di curva e il ri­fiuto di questo similToro. Com­batte con se stessa, cede di vol­ta in volta un po’ di qua, un po’ di là. Ma le viscere sono sem­pre le stesse, non le si coman­da, si contorcono nei 90 minu­ti di partita, poi dolgono per i giorni seguenti fino alla suc­cessiva gara. Nella pancia, l’u­nica cosa che non è cambiata, che non cambia mai. Per il re­sto, anche il tifoso del Torino è stato modificato geneticamen­te dagli anni di tribolazioni al­ternati agli anni di nulla. Co­sicché oggi s’esalta per poco e s’infuria per meno, esplode e contesta poi però si ritrae, ten­tenna, cerca di dimenticare quasi terrorizzato di demolire il briciolo di Toro, il fumus di Toro che ancora resta. L’indif­ferenza infine è il segno inde­lebile, inevitabile, scontato e più funereo. Pietra tombale.

AMORE-ODIO - E dire che quell’esaltarsi alla minima comparsa di sereno la dice lunga sulla voglia, sul bisogno di Toro che c’è. E dunque su quanto verrebbe ripagato in termini affettivi - ma pure for­temente economici - un Toro vero, degno, organizzato, proiettato nel futuro e nella co­struzione vera e solida di se stesso. Il tifoso granata ha ne­cessità di innamorarsi, di far divampare la mai spenta ma purtroppo umiliata passione. Ciò spiega le reazioni rabbiose dinanzi alle delusioni, persino le più piccole, perché sono tra­dimenti. Chi tanto ama altret­tanto odia.

«TIRATE FUORI LE...» - Pre­so il gol sulla consueta dormi­ta, la Maratona appesantisce la richiesta, più chiara e ine­quivocabile: «Tirate fuori le palle». Dura qualche attimo, poi la gente del Toro torna a ti­fare, a spingere gli ipotetici leoni. La reazione non è gran­ché, però un pochino c’è e allo­ra l’urlo di sostegno sale. Il pri­mo tempo si chiude con il Lec­ce in vantaggio e all’uscita dal campo i fischi ricordano che la sconfitta non sarà perdonata. Tuttavia, al rientro in campo, la Maratona e tutto il resto tornano ad aiutare i felini di piccola taglia (ribadito, ovvia­mente, il «fuori le...»). Ben in mostra viene messo uno stri­scioncino che onora Giorgio Ferrini - domenica si è cele­brato l’anniversario della pre­matura scomparsa -: il capita­no perfetto del Toro, del quale il Toro avrebbe tanto bisogno. C’è anche un «Vergognatevi», prima che i granata si meriti­no gli applausi e forse anche i tre punti, presi e buttati via per le solite, banali gigionerie. E qualche scontento attornia il pullman, saranno 100-150: «Andata a lavorare, per salire in A bisogna vincere». Già.

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