29 aprile 2009

LETTERA

Ho 24 anni, sono genovese, sono genoana. Il mio compagno, 23 anni, è sampdoriano. Ci amiamo, amiamo il calcio, amiamo le nostre squadre. Vorremmo vedere il derby insieme allo stadio, ma nella nostra città, nel nostro Paese, nella nostra società, ciò non è possibile.

Non è possibile, non è concepito, non è calcolato che due persone di fede calcistica opposta possano seguire lo stesso match tenendosi per mano, prendendosi in giro a vicenda, esultando o fremendo insieme, anche se per due squadre diverse.
Il 3 Maggio ai tifosi sampdoriani spetterà la gradinata sud e la “gabbia”, ai genoani il resto dello stadio.

Tutto lo stadio sarà super presidiato e controllato dalle forse dell’ordine, perché come sempre si prevedono momenti di tensione, o per lo meno ci si prepara per eventualmente affrontarli.
Ciò che non è previsto è che le persone siano “umane” e si comportino effettivamente come tali: non è previsto che i colori delle sciarpe si accostino, che le mani si uniscano, che i sorrisi si intreccino, che le grida si affrontino fianco a fianco.

Lo stadio è diviso come lo sarà inevitabilmente la città, ed è giusto sia cosi, perché il derby è il momento più atteso dai genovesi, che avranno altri sei mesi per rinfacciarsi scherzosamente il risultato. Ma la città, così facendo, si divide senza gioia, ma anzi con rabbia, con pericolo, con ansia.

Non dovrebbe essere questo uno “sport che unisce”?

Non si pensi a me come a una “sciocca signorina per bene”: allo stadio anche io dico qualche parolaccia.
Ma credo davvero nei valori che i media ci propinano incessantemente prima e dopo i grandi eventi sportivi: credo sinceramente che lo sport unisca, credo sinceramente che lo sport sia fondamentalmente sano e renda più sani, dentro e fuori. Credo anche, però, che la nostra società stia marcendo e sia marcita come lo sport, come il calcio: corrosa dalla belligeranza di pochi che pian piano è diventata “normale”, è stata accettata al punto che “si sa” che il derby è pericoloso, “si sa” che gli ospiti vanno nelle “gabbie”, stretti come galline impazzite, finché non impazziranno sul serio, e si finirà sui giornali, per l’ennesima volta, senza che l’articolo riscuota neppure un grande interesse.

Da qualche tempo a fine partita, si è adottata, dal grande rugby, una pratica interessante e positiva: i giocatori si applaudono a vicenda.

Un primo passo.

Il secondo, perché no, potrebbe forse essere il creare una zona sperimentale, almeno a Genova, in cui persone normali e civili, esseri umani dotati di vera intelligenza (che non perdono col fischio d’inizio), uomini e donne appassionati, possano esultare, gridare e soprattutto divertirsi uno a fianco all’altro?

Perché lo sport, originariamente, era puro divertimento.

Nel 2009, posso vedere le 6 Nazioni di rugby abbracciata a un Gallese o una Irlandese, senza avere paura di essere picchiata, senza essere accusata di voler far rissa.

Mentre questo derby dovrò rinunciare a vederlo perché "si sa", tra l’odio e l’amore vince l’amore: e allora tutti al pub, sperando non volino i bicchieri.

Grazie per l’attenzione,

Margherita Mereto Bosso

1 commento:

Anonimo ha detto...

Veramente un articolo interessante! Comunque si scrive "forze" dell'ordine!!! Ciao genoana!!!! (un saluto anche al tuo "bel" ragazzo!!)
hahahaah
una tifosa