Politica e storia
Fine anni ottanta, la riorganizzazione passa dalle curve degli stadi. Poi gli anni '90, col Congresso di Fiuggi (gennaio '95) che battezza la trasformazione in partito costituzionale, per quanto non tutti gli esponenti di An amassero quella metamorfosi. E infine, l'oggi, fatto di postfascisti diventati berluscones e ora liofilizzati nel Pdl, alleati leghisti e ultrafascisti che convergono da anni nel blocco amalgamato dal Cavaliere
Prima dello sdoganamento berlusconiano, segnato dal plauso alla candidatura di Fini a sindaco di Roma e dal successivo accordo elettorale alle politiche di marzo ‘94, il Msi era un partito di presenza nostalgica che raccoglieva un milione e mezzo di voti, oscillando fra il 5.9% del 1987 e il 5.3% del '92. L'identità neofascista restava invariata ma apparentamenti come quelli col Front National di Le Pen, con tanto di gemellaggi nei comizi fra Nizza e Roma, rappresentavano più una ricerca di partner per uscire dall'isolamento in patria e in Europa che un reale futuro. Quello scambio conduceva il partito verso un'area di ultradestra segnata da programmi xenofobi e razzisti di foggia magari diversa dagli abiti steieranzung di Heider, ma della medesima stoffa. Fini che indossava cravatte, prima in regimental italico poi mondanamente variopinte anche quanto comiziava davanti a camerati guarniti di caschi, bastoni e pistole, soffriva nel vedere il Msi costretto a banchettare solo in certe giunte locali. La grande politica costituiva l'ambizione del segretario e di diversi esponenti del partito. Berlusconi, nuovo uomo forte della scena italiana, lo intuisce e trasporta la famiglia missina nel Palazzo.
A fine Ottanta gli scontri e le uccisioni con gli avversari di sinistra scemavano e accanto a talune conferme di legami fra estremismo nero e malavita non si verificarono particolari ritorni violenti. Il neofascismo s'apprestava a perseguire due strade per nulla contraddittorie. Da una parte si riorganizza fuori dal Msi con molteplici sigle (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, Azione Sociale, poi La Destra), dall'altra tiene i piedi nella casa originaria avviata a continue trasformazioni, magari organizzandosi in corrente alla maniera della 'Destra Sociale' del già rautiano Alemanno. I due percorsi come per il passato non si contrappongono. Le curve degli stadi sono state il primo laboratorio per una nuova ondata squadrista che ha lì stabilito enclavi in cui la società civile e politica permettevano quello che non doveva essere tollerato. Dagli atti teppistici, agli scontri fra tifoserie, a gemellaggi in base a coloriture politiche delle curve conquistate sempre più dalla marea nera che saluta a braccio teso, urla ‘Boia chi molla' e ‘Sigh Heil'. Lì si srotolano striscioni con croci uncinate e celtiche, rune, aquile fasciste, bandiere del Terzo Reich e l'intera simbologia del nazifascismo pre e postbellico.
Pensare che gli spalti della domenica potessero diventare uno "sfogatoio" che non avesse riscontro nella vita sociale è stato l'ennesimo errore tattico della politica democratica che ha lasciato adolescenti imberbi in balìa della propaganda eversiva di nuovi caporioni. Costoro comprendevano come la platea andasse ben oltre le decine di migliaia di giovani assiepati sugli spalti. Il romano Maurizio Boccacci, ad esempio, leader del disciolto (in applicazione della legge Mancino) Movimento Politico Occidentale, dal '93 al '97 ha lavorato a un meticoloso piano di reclutamento negli stadi e lo ha ampliato superando schemi vecchi come le curve nere dei Boys interisti o degli Irriducibili laziali. La passione calcistica diventava un pretesto utile a intercettare ogni domenica, per nove mesi l'anno, una marea di ragazzi, e attraverso simboli e comportamenti orientarne un numero crescente verso l'ideologia fascista. Due strumenti del disegno erano: creare incidenti che aggregano giovani eccitati dal vitalismo della violenza, unire le curve e le piazze in base a vicinanza di fede politica più che calcistica.
A questo sono servite le svastiche su bandiere di Roma, Lazio, Inter, Milan e decine di club le cui curve nere mimano rivalità nel pallone ma di fatto si ritrovano e si sostengono. I morti si spostano in questi luoghi, è il caso della drammatica fine di Vincenzo Spagnolo accoltellato da un sedicenne intento a imitare un capo branco famoso nell'uso delle lame. Ma poi tornano a insanguinare le strade visto che il rinnovato neofascismo dà rapidamente dannati frutti con decine e decine di aggressioni e anche assassini come testimoniano gli omicidi di Cesare Dax e Renato Biagetti. Boccacci non è l'unico, gli si è affiancato Giuliano Castellino creando con lui Base Autonoma. In tempi più recenti lo squadrismo curvaiolo con Daniele Pinti di Forza Nuova, Francesco Ceci, Marco Turchetti (nella cui auto viaggiava Gabriele Sandri durante la tragica trasferta con la rissa itinerante nell'autogrill dell'A1 e la sua uccisione da parte di un agente di Ps) vede gli ultras di destra implicati in nuovi agguati a colpi di catene e coltello, come negli anni Settanta.
A Milano sono attivi Luca Cassani, Alessandro Pozzoli, Giancarlo Cappelli, Giancarlo Lombardi, Alessandro Todisco, nomi sconosciuti ai più che si raccordano con politici minori della destra eversiva e istituzionalizzata. Trovano in "Ambrosiana skinheads" e negli "Hammerskin" il brodo primordiale per un'infiltrazione capillare e accettata dalla società calcistica presieduta dall'illuminato ma tanto chiacchierato Massimo Moratti. E anche benedizioni e appoggi di politici locali di Alleanza Nazionale: Alberto Bozzoli, Carlo Fidanza e Roberto Jonghi Lavarini, come ben chiarisce Saverio Ferrari in "Dove batte in cuore nero" su Osservatorio Democratico delle Nuove Destre. Altre calamite usate dal postfascismo verso i giovani sono i punti aggregativi. Sperimentali continuano a essere Roma (Casa Pound, Foro 753) e Milano (Cuore Nero) dove si riciclano avanzi del mai morto cameratismo stragista. E' il caso degli uomini dei Nar, Dimitri e Adinolfi, e di Terza Posizione Piso, quest'ultimo recentemente promosso coordinatore laziale del Pdl. La lista di attivisti e fatti che riporta un dossier ("L'organizzazione di An. Foro 753") pubblicato da Indymedia è ampia.
E' grazie al passaporto democratico offerto unilateralmente agli alleati missini che Forza Italia crea quel Polo che raccoglie l'eredità del crollo dei partiti principi delle tangenti: Psi e Dc. I missini non credono ai loro occhi quando nel giro di ventiquattro mesi le percentuali elettorali salgono di otto punti. Col Congresso del gennaio '95 avevano bagnato nell'acqua di Fiuggi (secondo una rèclame anni Sessanta capace di donare vent'anni di meno) la propria trasformazione in partito costituzionale, per quanto non tutti gli esponenti amassero quella metamorfosi. Si registravano parecchie resistenze nel tagliare radici non solo da parte di chi porta nel cognome il dna fascista e di chi si sente ancora "ragazzo di Salò", parecchi big di Alleanza Nazionale in parecchi dichiarano di avere, non solo per età anagrafica, il Ventennio nel cuore. A offrire sponda politica a memorie e riproposte "ideali" contribuiva il neopresidente della Camera, il diessino Violante, che nell'ufficialità del discorso del suo insediamento sostenne la necessità di comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò.
La politica italiana, investita dal disegno berlusconiano della grande destra e dalla revanche d'un revisionismo storico che ossessivamente imponeva una rilettura riabilitativa del regime di Mussolini, trova in queste aperture linfa vitale. In questi anni si assiste al paradosso dei postfascisti che a parole si defascistizzano e col proprio leader prendono distanze dal passato: nel '95 approvando un emendamento contro razzismo e antisemitismo, nel '99 con la visita di Fini al campo di Auschwitz, seguita quattro anni dopo a quella in Israele. Ma dentro Alleanza Nazionale e nelle aree di riferimento persistono inquietanti esaltazioni del passato, cui seguono i servizi apologetici su gerarchi e Regime divulgati in tivù da ex giornalisti dell'organo di partito traslocati nelle strutture televisive di Stato. E ancora con le dichiarazione dei controllori politici (Storace, Landolfi) della stessa pubblica informazione, e di un ministro della Repubblica (La Russa) che nella celebrazione dell'8 settembre rilancia il paragone fra i combattenti della libertà e i saloini collaboratori dei nazisti. E' la fase in cui gli aennini hanno fatto seguire alla patente democratica consegnatagli da Berlusconi il desiderio di rivalsa verso gli orientamenti dello Stato puntando a svuotarlo dei tratti antifascisti, secondo il vecchio refrain missino e poi dell'estremismo fascista di "guardare oltre".
La divulgazione fra l'asettico e l'apologetico del fascismo con una ricaduta sulle mode giovanili fra le quali l'uso di gadget nostalgici, non è ormai esclusiva degli ultras da stadio, inizia a radicarsi nei comportamenti comuni con il culto del capo, il disprezzo per i deboli, la ‘tolleranza zero' verso stranieri e diversi, e aperti toni di razzismo e xenofobia. Di essi il maggiore divulgatore, accanto all'estremismo destorso, è la Lega Nord, partito non a caso vezzeggiato da Berlusconi e incredibilmente tollerato nei comportamenti anticostituzionali dagli avversari. Come per il Msi del dopoguerra e An, la Lega usa la pratica dell'entrismo: stare nelle istituzioni, dai piccoli comuni al Parlamento, e sfruttarle per i propri interessi. Ma sul ‘chi usa chi?' la risposta appare chiara da tempo. Postfascisti diventati berluscones e ora liofilizzati nel Pdl, alleati leghisti e ultrafascisti convergono da anni nel blocco autoritario amalgamato dal Cavaliere. A cementarlo la conservazione d'un sistema classista, supportato anche dall'interclassismo degli interessi corporativi e minuti. Pur con le modifiche formali la storia si ripete: poteri forti e politici - incarnati dal leader populista con velleità bonapartiste - e alleati servitori. Nel cantiere dell'Italia autoritaria i prossimi passi, fra consenso e mancanza di alternative, sono la riscrittura della Costituzione e l'attacco al Parlamento. I nostalgici vecchi e nuovi gioiscono, la cosa sa tanto di Ventennio.
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