(CALCIOPRESS) Taranto e calcio moderno
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Tra i tanti se lo è chiesto anche Raymond Carver, scrittore statunitense da molti considerato minimalista ma in realtà uno dei più grandi innovatori del linguaggio narrativo di fine novecento. Lo ha fatto in un suo libro, pubblicato nel 1981, che ha questo titolo così intrigante.
C’è ancora qualcuno che se lo chiede, nel pianeta calcio italiano? Parrebbe di no davanti ai dilanianti divieti emanati a getto continuo da Casms, Osservatorio, Prefetture e istituzioni varie. Si continua a dare pervicacemente vita a un balletto di veti incrociati (in certi casi incomprensibili, quando non pretestuosi) che sembrano avere il solo scopo di ostacolare, in tutti i modi possibili, la mobilità dei tifosi. E di impedirne, con un’intensità che sta diventando incontenibile, l’ingresso negli stadi.
Il fatto è che il calcio ha finito da un pezzo di essere una festa ovvero uno spettacolo sportivo. Che si dovrebbe vivere da vicino, per goderlo fino in fondo. E’ stato trasformato, viceversa, in una sorta di oggetto misterioso e virtuale. Inabile a trasmettere quei trasalimenti che solo uno spettacolo dal vivo sa e può offrire.
I tifosi sono costantemente alla sbarra. Giudicati da organismi che applicano le leggi in modo talora criptico. Seguendo i crismi di una peculiare, apparentemente ottusa, difformità. Il loro destino è affidato a gelidi e burocratici bollettini che, con triste cadenza settimanale, distribuiscono a destra e a manca divieti che stanno affossando il sistema.
Prendiamo i sostenitori del Taranto, paradigma di questo paradosso. Abbiamo già trattato in una precedente riflessione a voce alta le penose vicende cui devono sottostare in rapporto alla infinita indisponibilità dello Iacovone. Ebbene, agli storpi grucciate. Non solo domenica non hanno potuto assistere alla gara interna con il Foligno, ma il Casms ha deciso che non potranno seguire la loro squadra neppure nella trasferta di Benevento. E così i tifosi rossoblu continuano a essere tenuti (proditoriamente?) lontani dalla loro squadra del cuore. Ciò che alimenta un disincanto ormai prossimo al disimpegno.
I sostenitori jonici incarnano il paradosso dei paradossi del calcio moderno e dello stato di crisi perenne entro il quale sono state inopinatamente cacciate le (controllabili e non certo oceaniche) tifoserie della negletta Lega Pro. La serie professionistica, tra tutte, più colpita da questi provvedimenti-monstre. Una categoria la cui (già scarsa) visibilità si affida, e non poco, all’evento domenicale. Destinata ad evaporare, se le si sottrae anche questo.
Di cosa parliamo, dunque, quando parliamo d’amore? Restando al calcio, che ha costruito la sua meritata fama proprio sulla fede incontaminata e perenne dei tifosi per le maglie, parliamo di tradimenti e di mistificazioni che calano dall’alto come mannaie. Chi continua a prendere (troppo alla leggera?) decisioni di questa portata, non si rende forse conto che manipola un'azienda speciale. La più speciale di tutte, perché si fonda sulla passione. Se la passione viene meno, l’impalcatura crolla. E’ davvero questo che vuole il presidente della Lega Pro di Firenze, Mario Macalli?
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