31 gennaio 2009

COME "SALVARE" UNA SQUADRA DI CALCIO NEL NOME DEI TIFOSI: L’ESEMPIO DI SPAGNA E GERMANIA

Scritto da Federico Farcomeni

immagine_8.png“L’Italia, dove le donne si alzano presto la mattina per fare il sugo…”, diceva una pubblicità con la voce di un Englishman catapultato sulla Costiera Amalfitana. “L’Italia, dove gli uomini si alzano tardi per andare allo stadio”, parafraserei io al tempo d’oggi. E non solo. Il tifo, si sa, è un “morbo” che si è diffuso ormai tanti anni fa. La sua corsa irrefrenabile ha trapassato milioni di persone e già tante generazioni. Ma il problema di una sana convivenza tra utenti (tifosi) e prodotto (calcio inteso ormai più in senso economico che sportivo) si ripropone costantemente all’attenzione mediatica.
Come fare per proporre alla gente un prodotto più sano, in cui i tifosi possano liberamente rispecchiarsi e andarne fieri, anche se la squadra non è ai primi posti in campionato? Trasmettere il senso d’appartenenza (semmai ce ne fosse ancora bisogno)? Parzialmente giusto. Ma non basta.
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CHI SONO I SOCIOS?
La Spagna e la Germania ci propongono una soluzione ben definita: i “socios” e i “mitglied” (per convenzione e facilità di lettura li chiameremo solo “soci” nel corso dell’articolo). Barcellona e Bayern Monaco rispecchiano in pieno queste realtà che, non a caso, sono vincenti. I soci del club ricevono moltissimi vantaggi. Alla base c’è senza dubbio quello di poter assistere quasi sempre alle partite della propria squadra. Perché quasi? Semplice, perché il numero di soci eccede quello dei posti a sedere. Se dunque l’Allianz Arena ha una capienza di 69.901 posti e i soci sono oltre 130.000 la possibilità di andare allo stadio per tutti si riduce di molto (diventare socio del Bayern costa 25 euro all’anno fino ai 24 anni dopo i 64, e 50 euro per le persone tra i 25 e i 64 anni). Lo stesso dicasi per il Camp Nou, che ha una capienza di 98.772 spettatori e ben 162.979 soci (dato di inizio stagione). Dov’è allora il vantaggio se non risulterà spesso possibile andare allo stadio a vedere la propria squadra del cuore? Semplice. Diventando soci, oltre a godere di sconti esclusivi e della possibilità di avere il diritto per primi ad acquisire un biglietto per le trasferte più richieste (leggi anche Liverpool per i tifosi del Real Madrid, che hanno ricevuto in dotazione solo 2.400 tagliandi), si può partecipare attivamente alla vita del club e soprattutto si può influire in modo decisivo sulle sorti della propria squadra. Perché? Innanzitutto, ogni volta che c’è da eleggere un presidente, ci sono le elezioni. In un vero clima di campagna elettorale, un presidente promette un giocatore, un altro presidente ne promette un altro, e magari un altro presidente promette una nuova squadra. Poi, se le promesse non vengono mantenute, tempo pochi mesi e si va a casa (guardate il Real Madrid). Non vi sfugga che il presidente è anch’egli un socio e quindi, nella maggior parte dei casi, una persona che ha indiscutibilmente a cuore la squadra. Si vota per tutto e su tutto e tutti i soci hanno voce in capitolo.
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I VANTAGGI
La sostanza dunque è che la gente la finirebbe di lamentarsi e basta di come va la squadra, telefonando alle radio private o alle TV locali (per Roma sarebbe il tracollo da questo punto di vista), e cercherebbe piuttosto di dire la sua in società, dove ha la certezza di essere ascoltata. Fine dei lamenti inutili. Inizierebbero le proposte serie. Le persone, i tifosi, inizierebbero a vivere la squadra come qualcosa di proprio e non di qualcun altro…!

Può PRENDERE PIEDE UN MODELLO SIMILE IN ITALIA?
Con queste premesse, sarebbe possibile vivere una situazione del genere anche in Italia? Per le squadre più tifate probabilmente si. Quanti tifosi sono già rimasti fuori San Siro, l’Olimpico di Roma e di Torino, il San Paolo o il Franchi in occasione di partite di cartello, pur non essendo presente da noi il modello dei soci? In Italia esiste a malapena la prelazione per gli abbonati e neanche sempre viene rispettata. L’unica società che in parte sembra rispettare di più i tifosi è la Roma che, ad esempio, per le trasferte di Champions League, di volta in volta, stabilisce un criterio gerarchico che fa in modo che non rimangano tagliati fuori i tifosi più fedeli. E non avrebbe certo bisogno di fare passi di questo tipo dal punto di vista economico, visto il bacino di utenza di cui gode (stando alla classifica stilata dalla Nielsen tra il giugno ed il luglio 2008, i romanisti sono 2.943.000).

PERCHé C’è LA NECESSITA’ CHE PRENDA PIEDE?
Le frustrazioni a cui il calcio nostrano è abituato, cominciano a diventare obiettivamente troppe. Stadi insicuri e freddi, piste di atletica che impediscono la visuale e allontano i tifosi dalla propria squadra, decisioni avventate prese da presidenti a volte incompetenti che non ascoltano i tifosi, ma solo se stessi ed i propri interessi. Le conseguenze? Sono sotto gli occhi di tutti. Una frustrazione montante, che spesso sfocia in violenza, anche perché le persone non si sentono coinvolte, non si sentono parte di qualcosa. Quella violenza esprime tutta la loro voglia di esserci, di essere partecipi, di essere considerati.

A CHI NON FA COMODO?
Se ancora non si è arrivati a certe conclusioni, vuol dire che una soluzione del genere, non fa comodo a nessuno dei cosiddetti “potenti”. Le persone continueranno a barcamenarsi nel limbo del lamento, convinte di essere inutili e buone solo ad acquistare prodotti o biglietti che finanzino la società. Complimenti. Poi però non meravigliatevi se la violenza tornerà ad esplodere o le cose non cambieranno mai. Anzi, alzate il telefono e chiamate la radio di turno o scrivete un sms al giornale e lamentatevi. In fondo, questo mondo potrà andare ancora meglio senza di voi. Questo almeno vi dicono. Ma voi, ne siete convinti?

1 commenti:

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie