17 novembre 2007

Regno ultras

di Maurizio Bonanni

Chiamatelo “regno ultras”. Quello, cioè, della violenza cieca di gente che vive e si muove con la testa all’ingiù. Facile, quindi dire, nel loro caso: “gli sale il sangue al cervello”. Semmai, c’è da chiedersi “quale” cervello? Credevamo di essere alla II Repubblica e invece siamo tornati indietro, alla monarchia (sebbene si debba parlare del “regno dei cretini”, come sostiene qualcuno) degli “ultras” che dettano legge dentro e fuori gli stadi. Fosse un problema solo di chi tira lavandini divelti contro i reparti antisommossa della polizia, bhe’ in questo caso non vi sarebbero grandi differenze con i “black-block”, i quali si ammantano dell’ideologia no-global, ma si pongono gli stessissimi fini dei loro compaesani scassatutto tifosi da stadio. In entrambi i gruppi prevale esclusivamente la voglia di far casino, di menare le mani tra opposte tifoserie e, quando è possibile, di scagliarsi tutti insieme contro il nemico comune: “la gente in divisa” (non importa se questurino, carabiniere o finanziere). Domanda: si tratta di una botta di follia collettiva, molto grave, ma passeggera? Nemmeno per sogno.

Noi veniamo da una storia unitaria tale nella forma (Garibaldi, Mazzini, la Carboneria, i re santi che hanno fatto l’unità d’Italia, etc.) ma assolutamente non vera nella sostanza. L’unità forzata della seconda metà dell’800 fu il coronamento di un sogno di potere di un’élite intellettuale, innanzitutto, e poi di principi e re che, per convenienza politica e strategie di conquista, costituirono una nazione, mettendo insieme tanti staterelli. Ma non fu un movimento di popolo che, a quanto pare, stava benissimo anche sotto il Papa Re. Per inciso, oggi, a ben vedere, dò ragione a malincuore agli anti-risorgimentali. Se lo Stato Pontificio avesse mantenuto il suo potere temporale, amministrando le più importanti e ricche regioni centrali italiane, a quest’ora avremmo conservato intatto un immenso patrimonio storico-culturale, immobiliare ed etico-culturale unico al mondo. E, noi romani, saremmo stati ricchissimi “senza” palazzi ministeriali, né periferie post-industriali da megalopoli, dissestate, disastrate, prive delle infrastrutture più elementari, nate nel più completo disordine e caos urbanistico. Ce li vedete voi i Papi del Rinascimento e del Barocco autorizzare un simile scempio? Chiusa parentesi.

Ripercorriamo un attimo la storia delle cento città (già forti ed autonome alla fine del Medio Evo!), dei campanili, degli orgogli para-nazionalistici degli ex sudditi delle Due Sicilie, del regno sabaudo, etc.: pensate davvero che tutto quel retaggio storico si sia dissolto con la bacchetta magica, per effetto della riunificazione nazionale (forzata)? No: etnicamente, noi italiani siamo sempre restati con un profilo “tribale”. Dopo le due guerre mondiali questa identità si è mimetizzata, come un fiume carsico, assumendo di volta in volta aspetti mutevoli, prima para-ideologici, nelle mille correnti e rivoli delle fazioni politiche e partitiche, poi nella società del benessere e del disimpegno con la radicalizzazione delle tifoserie, dietro il cui comodo schermo opera indisturbata l’antica violenza tribale, contraffortata da innumerevoli complicità a tutti i livelli della comunicazione di massa, dove nessuno, da decenni, a quanto pare, dice la cosa che appare evidente anche ad un marziano: il confinamento della marginalità giovanile nell’angusto recinto del tifo violento fa comodo al sistema, “è” una creatura del (direi pianificata dal) sistema stesso.

Basta chiedersi, infatti: se non ci fosse, quali vie, o canali di sfogo percorrerebbe quel fiume di violenza distruttiva, oggi contenuta all’interno della tifoseria calcistica? Perché la “divisa” è il nemico comune? Semplice: rappresenta la figura del “guardiano” che fa rispettare un’unità ed un’autorità nazionale che nessuno sente propria, verso cui una grande maggioranza stenta o, esplicitamente non intende identificarsi. Vi ricordate, per caso il Wall Street Journal - proprio lui, il più famoso quotidiano economico del mondo occidentale - che pubblicò in terza pagina, all’inizio degli anni ’90, lo scandalo emerso quando Radio Radicale aprì le linee a chiunque avesse qualcosa da dire e ne venne fuori un fiume inarrestabile di odio, tra sudisti e nordisti, tra milanesi e romani, etc., etc., in una catena quasi senza fine, che restituiva dell’Italia uno spaccato drammatico di totale divisione etnico-linguistica all’interno di un Paese che la retorica nazional-popolare voleva “unitario”.

E qui, effettivamente, entrano in gioco pesantemente i poteri pubblici. Facile criticare il capo della polizia per aver voluto una reazione a “bassa intensità”, da parte dei suoi, in occasione dei recenti scontri con gli ultras neo-eversori. Se le Br “sparavano alla divisa e non all’uomo”, che cosa sarebbe accaduto in Italia se Amato avesse seguito Cossiga, sparando ad altezza di ultras sugli assaltatori di caserme e posti di polizia? Sarebbe stata, forse, legittima difesa da parte di uno Stato che non viene riconosciuto da tanti, troppi suoi cittadini? Fate un po’ voi… Intanto - si fa per dire - godiamoci l’impazzimento di questo sistema di convivenza (in)civile.

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