26 novembre 2007

RAGAZZI DI STADIO, RAGAZZI DI STRADA di Domenico Mungo




La sottocultura ultras in Italia ed in Europa ha rappresentato e continua a rappresentare il fenomeno giovanile di aggregazione più consistente, radicato, trasversale e significativo degli ultimi trent’anni.
Nata in concomitanza con i grandi movimenti giovanili internazionali degli anni 60 e 70, ne ha ereditato molte caratteristiche fisiologiche ed identitarie per poi trasformarsi nei decenni in virtù delle mutazioni interne alla società civile e all’esponenziale crescita del fenomeno del business attorno al mondo del calcio.
Una forza in grado di coagulare migliaia di giovani (ma il dato anagrafico non è pregiudiziale in quanto nelle curve tifano giovani e meno giovani), di mobilitare coscienze e rinfocolare passioni e impulsi altrove sopiti.
Una realtà in grado di equilibrare le diversità sociali ed economiche equalizzandole su parametri di trasversalità, riscrivendo al proprio interno gerarchie e regole.
Un alveo all’interno del quale si sono radicati approfondimenti e studi sociali, in cui numerosi frequentatori e attivisti hanno maturato una propria coscienza culturale, artistica, politica e sociale in grado di rappresentare una via di redenzione e di uscita dall’empasse che i vincoli fortemente gerarchicizzati della società contemporanea aveva stabilito, sfornando generazioni di scrittori, designer, registi e studiosi che proprio nell’humus del movimento ultras e controculturale in generale affondano le radici della propria formazione.
Ovviamente come tutti i grandi movimenti controculturali, marginali ed endemici, anche il movimento ultras presta il fianco a numerose contraddizioni, a paradossi e incongruenze evidenti, a degenerazioni e derive pericolose e ingestibili quali la politicizzazione, la commercializzazione, la violenza irrazionale e vandalica e la creazione di gruppi di potere ed interesse.
Sovente soggetta alla spettacolarizzazione e alla banalizzazione da parte dei media e alla demonizzazione delle istituzioni e dell’opinione pubblica, la cultura ultras è incorsa in erronee generalizzazioni che ne hanno vanificato un’analisi corretta dal punto di vista sociologico e culturale, oltre che una oculata rilettura politica, storiografica e storica necessaria alla comprensione ed eventualmente alla risoluzione delle problematiche.

ULTRAS ANNO ZERO
Percorsi di analisi e conoscenza

Alla luce degli ultimi episodi di cronaca in Italia ed in Europa che hanno innalzato il livello di allarme sociale e di repressione nei confronti di qualsivoglia manifestazione di esistenza riconducibile al mondo ultras, è necessario condurre una riflessione e un’analisi approfondita delle diverse valenze e testimonianze che da tale realtà sono state derivate.
La Cultura Ultras si rappresenta attraverso molteplici forme:
da quella movimentistica legata alle metodologia di comunicazione tradizionale mutuata dai grandi movimenti d’aggregazione di massa- politici, sociali, etnici- quali ritualità, liturgie, striscioni, cori, fanzines autoprodotte, adesivi, sciarpe, slogans, manifestazioni di piazza, scioperi del tifo, boicottaggi, difesa della territorialità simbolica e fisica, esaltazione dei propri valori, delle proprie origini, della propria identità cittadina, regionale, morale etc. a forme più raffinate, circostanziate e contestualizzate come romanzi, saggi, riviste specializzate, film, documentari e canzoni.
Il movimento ultras ha subito le trasformazioni della società civile in cui si è incubato, rivelandosi di volta in volta specchio fedele delle tensioni e delle mutazioni della società stessa. Una interessante cartina di tornasole che, se adeguatamente interpretata, può essere una chiave di lettura esauriente della società italiana ed europea degli ultimi trent’anni.

Ed è questo, secondo noi, l'enorme malinteso in cui i media, l'opinione pubblica e anche una componente autolesionista del movimento, continua a precipitare: il voler ridurre la fenomenologia sociale e culturale che gravita attorno agli ultras ad una mera degenerazione di carattere delinquenziale, violento e attentatore della quiete pubblica. Sarebbe invece opportuno avvicinarsi a questa realtà con una approccio differente, per esempio sensibilizzando le medesime istituzioni e i media che dovrebbero attivarsi in virtù del loro patrocinio morale e materiale rigurdo tutto ciò che è sociale, organizzando eventi e situazioni pubbliche in grado di relazionarsi a questo fenomeno con la medesima dignità fenomenologoica con la quale si trattano altri aspetti delle aggregazioni sociali e culturali che attanagliano la società occidentle contemporanea. Le Banlieues in fiamme, le provincie dell'impero in fermento, gli stadi che esplodono, le strade in rivolta sono solo differenti aspetti di una unica matrice: il disagio di quest'epoca.
Domenico

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