19 novembre 2007

La messa profana del "dio pallone"

di GABRIELE ROMAGNOLI
La messa profana del "dio pallone"
ROMA - L'ecumenismo: ovvero seguaci di diversi credi, ciascuno sotto le proprie insegne, protestando contro l'offesa alla comune pratica. La liturgia: ovvero la celebrazione ritualistica officiata in indumenti dalle tinte particolari, attraverso la ripetizione di formule, con il ricorso a parole come "fede", "sacrificio", "martirio" e atti significanti, il più toccante dei quali è la deposizione sul sepolcro di una stoffa sacra perché simbolica. La trascendenza: ovvero non è a uomini che questo tributo di popolo si rivolge, ma alla loro incarnazione in entità contraddistinte da termini solo apparentemente concreti: "la maglia", "i colori", "la bandiera", in realtà allusivi a qualcosa che va oltre il tempo e non ammette altro all'infuori di sé.

Tre indizi fanno una prova: qui e ora il tifo calcistico ha abbandonato la dimensione tribale (cara a Desmond Morris) per quella confessionale, da mimesi della guerra è divenuto mimesi della religione. E che poi possa produrre guerre di religione, va da sé. Tutti i sintomi erano presenti fin dall'inizio. Come alla religione, al tifo si viene educati. Si nasce in ambiente predisposto e la fede (giacché è proprio a questo termine che si fa riferimento, che si parli di cattolicesimo o della Sampdoria) non è quasi mai una scelta, ma un'attribuzione, per derivazione geografica o familiare.

Nasci in Egitto: sei musulmano o, in casi limite, cristiano copto. Nasci a Bergamo: sei dell'Atalanta oppure, per eredità paterna o eresia di comodo, del Milan. L'affiliazione ha una connotazione islamica: non consente la conversione. Si può smettere di praticare il tifo, diventare agnostici e passare la domenica al cinema, ma non è lecito cambiare curva. Ogni fede alimenta una propria mitologia di riferimento che viene trasmessa ai nuovi adedpti come un nient'affatto laico catechismo: la leggenda del "Grande Torino" martire, onorata con pellegrinaggi a Superga, quella del Bologna "che tremare il mondo fa" e (guarda caso il riferimento) "gioca come solo in paradiso" (allegoria d'angeli terzini, il cherubino Furlanis e il serafino Pavinato), quella del Milan di Arrigo Sacchi, devoto alla Trinità composta da Gullit, Van Basten e Rijkard (segue dibattito per stabilire se a quel punto il destino fosse predeterminato o ancora restasse spazio per il libero arbitrio, ovvero la residua rilevanza di Colombo e Massaro).

Troppo spesso scambiati per dei, i calciatori sono soltanto temporanei profeti della fede d'appartenenza. Venerati quando vestono la "maglia", i "colori, la "bandiera" possono essere lapidati (neppure troppo figurativamente) appena l'abbandonano. Il popolo non adora idoli, ma vestigia. Lo spogliatoio della squadra è il tabernacolo: sacro è qualunque cosa ne esca. Un qualsiasi Tonetto che gioca nel Lecce passa indifferente sul prato dell'Olimpico, ma diventa oggetto d'amore se lo fa vestendo l'altra maglia giallorossa.

Se ne deduce l'effetto di transustanziazione che quella stoffa ha agli occhi della curva. La quale, assisa o in piedi a seconda delle modalità prescritte, celebra il rito. Officia lo speaker: legge la formazione proclamando metà del nome del giocatore e aspettando la tonante risposta dei fedeli.

"Simoneeee...."

"Perrottaaa!!!!!!!!"

"Per i nostri fratelli che vivono nella pace eternaa...."

"Ascoltaci o Signore!".

Che di rito si tratti è evidente non solo ai sociologi più attenti, ma perfino al conduttore televisivo Marco Mazzocchi quando, commentando il fallimento dell'esperimento sincretico di Bonolis, che accostava sacro e profano in una messa cantata di due ore, chiosava: "Il cazzeggio va distinto dal momento liturgico della partita". E così sia.

Dalla religione il calcio desume anche la tendenza dogmatica: non solo il Papa è infallibile, anche Totti dice sempre la verità, a prescindere. Come la religione genera fondamentalismi, accompagnati da distinguo di circostanza ("non bisogna confondere l'Islam con un pugno di fanatici", "il cristianesimo con un gruppo di razzisti che impugna la croce", "il tifo con pochi facinorosi armati di coltello"). Ordina sacerdoti che perdono credibilità, predicano male e peggio razzolano, si lasciano corrompere da fin troppo resistibili tentazioni. Eppure sopravvive a ogni scandalo o degenerazione (il calcio scommesse e Calciopoli, come, d'altro lato, i preti pedofili e le collaborazioni con i regimi autoritari).

Entrambi si derubricano da "sogno" a "bisogno". Perdono le ali. Non si crede in quanto sfiorati dal soffio del Sovrannaturale o ad esso anelanti, ma per la necessità di avere un'identità da opporre alla complessità del mondo. Lo stesso per cui ci si schiera con la Lazio e gli Irriducibili, la Juventus e i Drughi. Che poi sia tutto fittizio e, alla lunga, fallimentare, poco conta. In quale altro ambito si sarebbe potuta invocare la "mano di Dio" a legittimare una irregolarità, ottenendo il plauso adorante dei seguaci?

Perfino l'appartenenza a uno stesso schieramento politico non avrebbe esentato dal pudore, se non dalla vergogna. Il calcio no. E' convinzione assoluta, sottomissione anche a ciò che non si comprende, abbandono a un destino condiviso evocato nelle strofe di una canzone comune a tutte le tifoserie: "Che sarà sarà/dovunque ti seguirem/comunque ti sosterrem? Che sarà sarà". Ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen.La messa profana del "dio pallone"

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