19 novembre 2007

Il Paese sperduto

di ILVO DIAMANTI



Scontri fra ultras e polizia
GLI italiani marciano, con passo sicuro, verso la secessione. Però non mirano a dividere il Paese, il Nord dal Sud, come volevano (e ancora vorrebbero) i leghisti. Gli italiani, invece, sembrano pronti a realizzare la secessione da se stessi. Inseguendo, con pari intensità e determinazione, obiettivi opposti.
Senza provare disagio, senza sentirsi dissociati. In particolare, appaiono impauriti dalle minacce alla sicurezza della comunità. E al tempo stesso indulgenti, verso chi li commette. Soprattutto quando il responsabile "appartiene" alla comunità stessa. Quando è "uno di noi".

Gli italiani. Temono gli stranieri. Considerano gli immigrati un pericolo per l'ordine pubblico (quasi il 50%, sondaggio Demos per UniPolis). Guardano con sospetto i romeni, i rom, gli slavi, i maghrebini e i cinesi. Ne valutano in modo severo le componenti e i comportamenti devianti. Invocano per essi "tolleranza zero". Espulsioni immediate, anche dentro i confini dell'Unione Europea. Eppure "tollerano", ben al di là dello zero, gli "ultrà". Da molto tempo. Vi si sono assuefatti. Trovano inaccettabili (giustamente) gli episodi di violenza e di illegalità quotidiana commessi dagli immigrati. Ma sono indulgenti verso gli squadristi che, ogni domenica, saccheggiano gli autogrill, danneggiano i vagoni dei treni su cui viaggiano (senza biglietto), lasciano macerie al loro passaggio nelle città in cui si recano. E poi si fronteggiano, negli stadi ma soprattutto fuori; esibendo cartelli su cui campeggiano slogan infami; che fanno provare vergogna solo a leggerli.

Gli ultrà. Che, domenica scorsa, hanno interrotto partite (com'era già avvenuto a Roma, tre anni fa), assalito posti di polizia, aggredito giornalisti, ridotto in stato di assedio interi quartieri della capitale. Verso di loro la maggioranza degli italiani chiede comprensione. E indulgenza. Come mostra un sondaggio condotto da Demos, nei giorni scorsi, su un campione rappresentativo della popolazione. Di fronte alle proteste e alle violenze dei tifosi, avvenute dopo la morte di Gabriele Sandri, il 38% degli italiani afferma che "sono sbagliate e vanno fermate con l'uso della forza". Una frazione minima, prossima al 2%, le considera "giuste". Mentre una larga maggioranza (56%) pensa che le violenze, per quanto "sbagliate", vadano comunque "comprese".

Qui non interessa sollevare altra indignazione, verso comportamenti che, evidentemente, non indignano. Neppure esprimere indignazione verso la mancanza di indignazione verso atti che invece la meritano. È nota, d'altronde, la crescente difficoltà di indignarsi, che attraversa la nostra società. La continua ascesa della soglia di tolleranza. Quando il "colpevole" è uno di noi. Vogliamo sottolineare, invece, l'incoerenza, di questo atteggiamento. La "morale ambigua" che anima i sentimenti degli italiani verso gli "altri", ma anche verso se stessi.

Nonostante le polemiche seguite ai tragici fatti di domenica scorsa, la polizia risulta l'istituzione di gran lunga più stimata dagli italiani. Nei loro confronti esprime, infatti, fiducia il 73% degli intervistati. Più di quanta ne riceva ogni altro riferimento associativo e istituzionale. Compresi i più "considerati". Dal Presidente della Repubblica, alla Chiesa, al volontariato. La polizia, "nonostante" le polemiche e le critiche cui è stata sottoposta negli ultimi tempi, continua a godere di grande credito sociale. Perché rispecchia la "domanda di sicurezza" dei cittadini. Ne riflette le paure e le inquietudini. Da ciò il paradosso, l'ossimoro. Impauriti e indulgenti verso i violenti. Dalla parte dei poliziotti ma comprensivi con gli ultrà che li attaccano. Inflessibili contro le illegalità, ma disponibili a "dialogare" con coloro che le commettono. Dentro e fuori gli stadi.

Questa "dissociazione" appare particolarmente acuta tra i più giovani. Il 75% di coloro che hanno meno di 25 anni, infatti, esprime condanna e, al contempo, comprensione verso le violenze degli ultrà. Il 5% le condivide. Ma oltre la metà dei giovani (il 54%, per la precisione) dichiara grande fiducia nelle forze dell'ordine.

Nei sentimenti umani, tuttavia, l'incoerenza, più che un'eccezione, è una regola. Provare, al tempo stesso, paura e attrazione, desiderio e repulsione, odio e amore, disprezzo e ammirazione: non è raro. Il problema sorge quando queste antinomie vengono "ammesse" ed espresse in modo così aperto. Quando l'incoerenza viene riconosciuta e accettata senza disagio. Quando, anzi, appare quasi "normale".

L'incoerenza come diritto. Regola. Adottata in molte altre occasioni. Che ci "legittima" a considerare l'allungamento dell'età pensionabile una necessità ineludibile. Salvo schierarsi, senza se e senza ma, contro ogni riforma che vada in questa direzione.
Che ci spinge ad approvare ogni legge che liberalizzi le professioni, riduca le barriere al mercato dei servizi e del lavoro. Salvo, poi, opporsi, quando tocca la "nostra" professione, la "nostra" lobby, il "nostro" gruppo di interesse. In pratica: sempre, comunque e dovunque. Visto che quasi tutti gli italiani hanno in famiglia qualcuno che appartiene a un ordine, una professione, una corporazione, un club.

Allo stesso modo, quasi tutti fra noi hanno in famiglia un "tifoso". Magari non "ultrà". Ma, comunque, contagiato da sentimenti ultrà, contro amici, familiari, conoscenti e non. Tifosi di altre squadre. Nella vita quotidiana. Perché siamo un popolo di tifosi. Sempre pronti a issare la nostra bandiera. A cantare il nostro inno. Per rivendicare il nostro "frammento" di identità e di interesse.

Noi italiani. Un popolo di tassisti, farmacisti, notai, commercialisti, autotrasportatori, avvocati, veneti, romani, siciliani, interisti, bianconeri, milanisti, laziali, romanisti. Disposti a mettere da parte le nostre divisioni faziose quando di fronte c'è il "nemico Pubblico". Lo Stato. A cui chiediamo, tuttavia, di difenderci. Da noi stessi. Dalle nostre reciproche minacce.

Noi italiani. Invochiamo l'ordine e pratichiamo l'anomia. Rivendichiamo sicurezza ma siamo comprensivi con chi la minaccia. Siamo inflessibili con gli "altri" e con gli "stranieri", ma indulgenti con noi stessi. Abbiamo pochi valori e poche regole comuni. In rapido degrado. Ogni casta, ogni tribù, ogni clan, ogni contrada, ogni famiglia usa la propria bussola etica. Di cui modifica i punti cardinali, in modo disinvolto. A seconda del momento e della necessità. Siamo il Paese dell'Assoluto Relativo. Dalla parte dei poliziotti ma non contro gli ultrà. Inflessibili e indulgenti al tempo stesso. Vogliamo la tolleranza zero. Virgola cinque.
Per questo, a volte, anzi: sempre più spesso, ci capita di provare malessere. Difficile non sentirsi confusi - e un po' infelici - se i confini del paesaggio etico si perdono.

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