24 novembre 2007

Il calcio minore, immune dalla violenza

Leggo un titolo, uno dei tanti che appaiono, purtroppo, dopo le partite di calcio: “Pugni tra adulti durante una partita di ragazzini”. Per la cronaca il fatto è accaduto a Manoppello, ma la violenza purtroppo è di casa negli stadi, a tutti i livelli, dalla A fino alle gare di ragazzini. Lo stadio è diventato un luogo di sfogo per odi e cattiverie accumulate durante la settimana di lavoro, un luogo di “liberazione” dalle frustrazioni della vita, del lavoro e dalle incomprensioni familiari. Un luogo dove si cerca con la violenza, gli insulti, le parolacce di riconquistare il primato della propria vita messa in discussione dalla società, dagli amici e dai nemici.

L’aggravante nel caso di Manoppello da cui sono partito è dato dalla presenza di minori, arbitro compreso, visto che aveva solo 16 anni; bella figuraccia dei genitori! La cosa che mi chiedo è se davvero così vogliono educare i propri figli. Il fatto poi ancor più sconcertante è che quella partita era iniziata con un minuto di silenzio per commemorare il tifoso laziale che ha lasciato la sua vita in un area di servizio. Davvero proprio in questo modo intendevano onorarlo? Una scazzottata per dire no alla violenza? E’ questo l’esempio da dare al mondo giovanile del calcio? Le vittorie si dovrebbero ottenere con un gioco leale, con un confronto secondo i crismi delle regole sportive e non con la violenza, le intimidazioni, gli accordi sotto banco, la corruzione. Certo è lontana e forse improponibile la regola decubertiana che vuole che sia importante partecipare, più che vincere, ma bisogna rendersi conto che ignorandola totalmente come si fa oggi, e ribaltando i valori legati allo sport, si uccide la stessa idea che regge questa attività umana. Certi personaggi, come quei genitori che si sono esibiti a Manoppello, dovrebbero vergognarsi e stare lontano dai campi di gioco che inquinano con il loro incivile comportamento. Per quel che riguarda i ragazzini, che nella richiamata occasione di Manoppello per le intemperanze dei propri dirigenti e genitori hanno dovuto addirittura sospendere la partita (perché l’arbitro, un ragazzino come loro, era fuggito negli spogliatoi), vorrei consigliare loro di rigiocare quell’incontro, magari in modo amichevole e sportivo, per dare la giusta lezione ai grandi e unirsi poi, come accade nel rugby normalmente, per un “terzo tempo”, magari in pizzeria, dedicato alla cordialità e all’amicizia nel nome del vero sport.

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