17 novembre 2007

"Gli ultrà dell’iperumano". Intervista a Toni Negri.

"Ero in Argentina, mi arriva un Ansa sul telefonino. Scontri tra tifosi di Juve e Lazio: un morto, dice. Il giorno dopo leggo sul giornale che è stata un uccisione a freddo fatta da un poliziotto. Matto, evidentemente.
E’ capitato altre volte, ma perchè lo devi nascondere?". Parliamo di calcio con Toni Negri, in un bar del centro di Roma. O almeno avremmo voluto parlare di Nereo Rocco, del catenaccio e di Gianni Brera, caposaldi del calcio secondo il professore. Ci arriveremo più avanti.
Continuiamo: "Questo avviene dopo alcune settimane in cui c’è l’odio della piazza sostenuto dal potere contro i poveri rom, dentro questa civiltà generalizzata. Tu puoi chiamare il dottor Sottile con l’oppurtunismo che ha sempre caraterizzato la sua carriera, la sua vita accademica, a sporcarsi le mani con una faccenda di questo genere?
Intendiamoci, io non penso che quel tifoso morto sia una provocazione o chissà cosa. Ma è il frutto di un clima infetto che domina questo paese. Questa è la realtà, o almeno è questo il mio sentimento.
Parliamoci chiaro: neppure nell’estrema sinistra c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di dire "io sono rom" una settimana fa. Questa è la vergogna.
Abbiamo un presidente della camera che non ha detto niente di fronte a questa cosa. E’ il clima che abbiamo in questo paese di merda. Cosa vuoi che c’entri Materazzi, poverino, o Totti così delicato.

Qual è il tuo pensiero sulla cultura ultras?
Io ricordo bene I furiosi, il libro di Balestrini fatto alla fine degli anni ’70, che era già una registrazione della violenza diventa endemica in questi gruppi e che stava sempre più aumentando. Non pretendo che la genesi di questi gruppi corrisponda a quello che sono diventati, né credo che il rapporto sociale sia esplicativo di tutto, e neppure che la semplice giustificazione sociale sia di per sé sufficiente, ecco.
Però è vero che quel tipo do oltranzismo tifoso aveva un po’ il sapore delle droghe fuori misura. Ha coinciso con quella fuga dal reale che è derivata dalla repressione e ho come l’impressione che nei gruppi ancora esistenti, per quel poco che conosco, ci sia ancora questa specie di ferita iniziale.

Rispetto alla politica.
Certo. Poi credo che da parte delle società di calcio ci sia una responsabilità specifica, non possono lavarsene le mani. E infine mi fa orrore il fatto che i giocatori, con i loro tatuaggi e tutto il resto, replichino la simbologia dei tifosi.

In effetti l’altro giorno su "Liberation" hai dato a Materazzi del fascista.
L’han presa male tutti e mi dispiace. In realtà ho preso Materazzi a esempio di un tipo di gioco che mi dà fastidio. Ma non l’ho fatto perchè sono di fede milanista. Era un tentativo di capire perchè il gioco del football si sia così omogeneizzato rispetto a schemi che sono così ripetitivi...

Cioè parlavi di calcio, non di politica.
Capisco anche che per dire queste cose bisognerebbe fare un lavoro alla Gianni Brera, cioè entrare nei ritmi atletici, nel modo in cui si cibano, nel modo in cui sono serviti.
L’altro giorno guardavo sul Corriere una fotografia della Fiorentina, e mi sono trovato a contare 23 giocatori e 15 tra preparatori e allenatori. Cioè ogni giocatore ha quasi una persona che lo segue professionalmente. Il che evidentemente non è più soltanto professionismo, c’è un surplus di tecnica.
In effetti, come si fa a reggere tre incontri a settimana? Siamo una struttura che non è più quella nella quale chiunque con strumenti normali, intellettivi, affettivi, immaginativi può partecipare al calcio. Diventa una cosa sovrumana, iperumana. Credo che questa forma di tifo totalmente esasperato sia un tentativo di imitazione di questo tipo di calcio.

Cioè sono tutti Gladiatori, in campo e sulle curve.
Spesso le terminologie sono introdotte dal cinema americano. Sono le favole della fine del mondo, o della ripetizione storica. C’era qualcuno che diceva: oggi è più facile pensare alla fine del capitalismo, dell’ordine sociale presente. Cioè c’è questa specie di atteggiamento escatologico...

Ma parlando di calcio, e di calcio moderno ripetitivo. Da dove nasce tutto? Forse da Sacchi e dal tuo Milan, che replicavano il calcio totale?
Io ho sempre fatto questo discorso sul football: noi padovani legati per antica alleanza al Milan, siamo gli inventori del catenaccio. E il catenaccio è la grande costruzione dell’opreraio massa. Invece il gioco totale all’olandese è il passaggio al sociale, l’inizio del cognitivo. Ma queste sono banalità!

Beh se ne può parlare.
Vebè, funzionano in qualche maniera come paradigmi di comprensione se non di spiegazione, genealogici pittosto che strutturali.
Ma io mi ricordo quand’ero piccolo, saltavo le reti all’Appiani e andavo a vedermi il Padova con Blason, Scagnellato. L’allenatore era Rocco, c’era Hamrin ormai invecchiato in attacco, ed era veramente un gran bel gioco.
Ma era quello che Gianni Brera ha sempre esaltato, un gioco da zappatori, contadini. Il calcio dei poveri.

Brera ricordava anche una memoria di tricea, di guerra, di Resistenza.
Non solo. Era un momento in cui il rugby si conosceva soltanto nel Vento. C’era il Rovigo, c’era il Padova Petrarca, il Treviso senza Benetton, e altre squadrette.
Poi arriva il cambio: arrivano i poliziotti, le Fiamme Oro, che vincxono una serie di campionati. Sono gli stessi che vanno a picchiare Genova, fanno gli scontri su Tambroni del luglio ’60. Prima erano imbattibili. Erano imbattibili sul campo e nelle piazze. E lì le prendono, finalmente.
Contemporaneamente il calcio decade. Decade anche il rugby. C’è il passaggio di Rocco al Milan, e qui comincia il trionfo e la fine del catenaccio.

Un’idea alla quale sei legato. Un po’ come all’operaio di massa...
Stamattina ad un convegno Mario Tronti diceva che dopo l’operaio massa non esiste più lavoro, ma qualcosa che non si riesce più a capire cosa sia. Certo: il lavoro si modifica. Ma se Tronti avesse studiato un po’ meglio il calcio, avrebbe capito.
Ecco gli splendidi olandesi che giravano, giravano e ad un certo punto non li trovavi più: non c’era un terzino, non c’era un’ala, non c’era un centravanti.
C’erano tutti, da tutte le parti, in ogni momento. Gli schemi del calcio totale, erano delle nuove geometrie nelle quali singolarità e insieme riuscivano a funzionare.

Ma insomma, tornando a Sacchi e a Berlusconi, non si può negare che questo tipo di modernità in Italia l’abbiano portata loro.
Se la volete mettere in questi termini è vero. Sacchi traduce il calcio totale e Berlusconi vince le elezioni sulla base della conoscenza della pubblicità. Capisce che cos’è la piccola industria, vende pubblicità, trasforma la pubblicità in comunicazione reale sulla quale investe il suo potere.
Ma cosa vuoi farci? Essere tifoso è una malattia. Non è che puoi responsabilizzare me o qualsiasi altro tifoso del Milan di aver partecipato in maniera creativa a una cosa di questo genere.
Siamo stati delle vittime. Mio padre era milanista, quindi in casa si era milanisti. Siccome abitavo a Padova, andavo all’Appiani.

Mai partecipato a scazzottate allo stadio?
Solo una volta, con i veneziani. Ma gliene avevamo dati 8 di gol. Dopo il terzo tutto lo stadio urlava e quattro! E cinque! E sei! Allora questa banda di gondolieri si è incazzata ed è finita a pugni.

Una leggenda vuole invece che tu abbia partecipato alla fondazione di uno dei primi gruppi ultras, le Brigate Rossonere…
Chi c’entrava veramente era Franco Tomei, che lavorava con la Comune di Dario Fo. E lui cominciò alla fine degli anni ’60 ad organizzare questi gruppi. Andavano allo stadio e si chiamavano Brigate Rosse prima di tutto, poi Rossonere.

Alla fine degli anni ’60…
Dieci anni prima delle Brigate Rosse. E la cosa si impiantò in alcuni quartieri. Cominciavano a mettere i colori su alcuni caffè. Poi credo che loro abbiano avuto rapporti con la dirigenza del Milan, per i biglietti. Con loro un paio di volte sono entrato gratis allo stadio.
All’epoca l’unico dibattito che si faceva era quello sugli abatini. Una definizione che le Brigate rifiutavano fino in fondo.

Per Rivera e contro Brera
E contro Mazzola

In nome di un calcio di fantasia, invenzione.
Forse anche in questa maniera si è avuto il passaggio al nuovo calcio. Io sono molto poco convinto che sia stato Sacchi. Sacchi era veramente un gran chiacchierone.
E comunque è fuori dubbio che l’ultimo campionato del Mondo è stato il più brutto di tutti. Il gioco si è irrigidito. Era un brutto gioco.

Pare di capire che il calcio sta bene lì dov’è.
In fondo perché riportare il calcio alla noiosità dei nostri discorsi professionali?
E’ come leggere della poesia. Io i libri di poesia, invece di metterli in biblioteca li metto sul comodino perché la poesia mi serve per addormentarmi. Ma mi serve per addormentarmi perché mi riposa, non perché mi addormenta.
Il calcio dev’essere questo. E’ un ludus. Quando perde la sua natura ludica siamo fottuti. Non abbiamo più niente ch eserve per divertirci, per radio. E’ difficile fare questi discorsi.

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