29 novembre 2007

ALLO STADIO LA PASSIONE NON CAMBIA di Domenico Mungo


Riporto di seguito, rivisto e ridotto, un mio articolo pubblicato qualche anno fa su un magazine nazionale che analizzava il lavoro di Daniele Segre che abbiamo fin qui ripercorso attraverso le foto e gli articoli contemporanei alla sua diffusione negli anni 70. Con questo articolo concludiamo questa cavalcata amarcord all'interno di una documentaristica sociale, politica e di costume che purtroppo è andata scemando nelle vibre dei giovani video e filmakers di oggi. Sarebbe bene riscoprire questa capacità tutta neorealistica di leggere la realtà che ci circonda. Sarebbe opportuno, per capire senza molte pregiudiziali perbeniste, cosa si muove dietro quelle bandiere, quei fumoni e quegli striscioni. Augurandoci di avervi fatto un gradito dono.
Ragazzi di stadio, ragazzi di vita...
Domenico



Daniele Segre, giovane sociologo torinese, nella scia della miglior tradizione dell’inchiesta neo-realistica nel 1979 realizza un documentario e un libro “Ragazzi di Stadio” ( Edizioni Mazzotta, 1979. Milano), raccolta di parole, sensazioni, sogni dei primi ultras torinesi: granata e bianconeri. È il sequel di un cortometraggio intitolato Il Potere deve Essere Bianconero, realizzato poco prima dallo stesso Segre e che racconta i preparativi di un derby dei giovani ultras bianconeri. Poi l’idea abbracciò anche gli ultras del Toro e il set naturale era la città stessa, con le sue contraddizioni, con le sue unicità.
Era, Torino, uno dei laboratori ideali in cui svolgere uno studio del genere: metropoli industriale del Nord, fortemente caratterizzata dall’immigrazione-deportazione degli anni 60, altrettanto fortemente politicizzata e teatro di scontri sociali epocali, con due squadre di calcio fortissime e antiteticamente rappresentative. Il Toro dei gemelli e di Radice, il Toro dell’ultimo tricolore, anima popolare e operaia di Torino, i vecchi piemontesi e i giovani extraparlamentari che fondano gli Ultras Granata e dominano sugli spalti e talvolta in campo lo strapotere della Juventus. La Juve: simulacro del potere e dell’arroganza, paradossalmente sostenuta da migliaia di operai e immigrati meridionali; nelle vittorie della squadra del padrone la redenzione sociale di un’intera generazione di sfruttati. Nascono i Fighters (da un’idea di Beppe Rossi, indimenticabile leader di una curva Filadelfia distante anni luce da quella attuale, anglofilo e ammiratore del tifo d’oltremanica) sulle ceneri della militante Autonomia Bianconera, il cui simbolo era il pugno chiuso a stringere una chiave inglese intondato nella stella a cinque punte. In realtà il libro fu una conseguenza editoriale e sociale promossa dal Comune di Torino che trasformò il documentario filmato da Segre prima in una indimenticabile mostra fotografica allestita nell’avveniristico scenario di Italia ’61, a Torino nel 1980, e poi, appunto, in un testo ormai irreperibile. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperire una copia della cassetta, ci siamo rituffati indietro di ventanni, pasolinianamente alla ricerca di quei volti, di quei suoni, di quelle parole di un’Italia che non c'è più, ma con la quale la nostra memoria e le nostre vite devono ancora, quotidianamente, fare i conti.
La prima sequenza, girata nel Luna Park del parco della Pellerina, con la corsa fra le squadre di calcio in un padiglione, qualità video e suono pessima. Che emozione, come il fruscio della puntina sul vinile…come ascoltare un disco dei Pink Floyd in cui è immortalata per sempre la Kop del Liverpool che intona “You’ll never walk alone”.
I volti e le parole che diventano testimonianza storica. Uno spaccato sociale e psicologico forse ingenuo ma incomparabile: gli anni 70 di P.P.P. Studenti, operai, disoccupati delle periferie metropolitane contraddistinti dal “cioè” verdoniano, più che un intercalare un segno dei tempi. Emergono, palesi, le differenze sociali e culturali fra le due tifoserie. Gli juventini legati alla squadra come feticcio, totem da venerare e idolatrare in nome delle vittorie, dei calciatori già superstar, attesi all’uscita del Combi per farsi autografare il diario con le figurine. La Juventus da sostenere, ma che prende le distanze dai suoi tifosi più caldi e li abbandona a se stessi. “ Chi me lo fa fare di andare, che ne so, fino a Milano, litigare con la tipa, prendere le botte per la Juve e poi la società che non ci aiuta per le trasferte, non ci da contributi per fare le coreografie del tifo, non ci difende quando facciamo casino…e allora uno si rompe il cazzo e non viene più allo stadio in mezzo a noi e la domenica se ne va al cinema o a ballare in discoteca.” Dichiarano alcuni degli esponenti dei Fighters, mentre in un prato delle Vallette preparano la coreografia per il derby. Gli stessi che avevamo sorpreso nella loro sede durante un vero e proprio “collettivo” che decideva l’ideazione delle coreografie. Ingenuità creativa, ma grande fantasia e pochi mezzi:” Allora prendiamo undici conigli, li tingiamo di granata, li leghiamo tutti insieme e gli attacchiamo un cartello con scritto ultras e poi li liberiamo in campo e li facciamo correre verso la Maratona, mentre dietro, la Filadelfia tira su gli sciarponi bianconeri e i piatti di plastica, che ne so 1000 bianchi e 1000 neri, in balconata e accendiamo i fumogeni e cantiamo tutti, così un bel casino e i granata si incazzano mentre noi cantiamo conigli!” Candella , Beppe Rossi sono le voci e i volti di quella Filadelfia. Un Beppe Rossi infatuato del tifo d’oltremanica, commosso mentre nel monolocale che divide con Teresa, la sua compagna, fa ascoltare al ricercatore il frastornante cantare all’unisono dei Reds, inciso in “Dark side “ dei Pink Floyd: “ vedi è così che intendo fare il tifo, io. Tutti insieme a cantare, con le sciarpe su, per tutta la partita, senza guardare al risultato, per la squadra. Senti che roba, ti vengono i brividi..io quando vado in Filadelfia m’incazzo perché qui da noi non c’è questa MENTALITA’ (!), noi siamo la squadra, noi siamo i suoi tifosi e dovremmo cantare sempre, nel bene e nel male..come fanno i granata”. “vedi, una volta avevamo pensato di andare dagli ultras, un gruppetto di noi di dieci, venti. Li prendiamo per il culo e scappiamo. Intanto un gruppo di noi di cinquanta, cento persone nascosti dietro le viette, non appena arrivano i granata gli saltano addosso. Ma alla fine sono scappati anche quelli che erano nascosti ad aspettare gli ultras, capisci che così è difficile…”. Ma il linguaggio sgrammaticato, balbettante, visibilmente emozionato al cospetto della telecamera si scioglie in presa di coscienza, primordiale, del ruolo che i tifosi caldi andranno ad avere da li in avanti nella società dello spettacolo. Si rendono conto della risonanza che i conflitti domenicali iniziano ad avere sui giornali e in televisione. Evidente risulta la diversità delle due tifoserie, quando la telecamera di Segre entra nel covo degli Ultras Granata. Anche qui un “collettivo” che decide modalità e coreografie, ma ci sembra più cosciente collettivamente del proprio ruolo, elemento che sul versante bianconero era a pannaggio forse del solo Beppe Rossi. La presenza attiva e importante delle ragazze nel direttivo degli UG è un elemento fortemente innovativo per un mondo sessista e “MACHISTA” come quello del calcio. Ciro, Joe, Fausto, “Margaro”, le Girls preparano il derby, ma affrontano anche la realtà. E’ Margaro che spiega cosa vuol dire essere ultras del Toro:” io andavo allo stadio a vedere il Toro da gagno (in torinese ‘da bambino’, nda) insieme a mio padre, in distinti. Però guardavo verso la curva, dove c’erano i Fedelissimi, il primo club organizzato dei tifosi del Toro, ed ero affascinato dal loro modo di guardare la partita, di sostenere la squadra, di vivere il Toro sette giorni su sette. Allora è normale che quando sono cresciuto e non andavo più con mio padre, allo stadio mi mettevo in mezzo a quelli che facevano il casino. E allora dopo un po, queste centinaia di ragazzi, giovanissimi che seguivano il Toro in curva, andavano in trasferta compatti per evitare le botte dai gruppi di quelle città dove gli ultras c’erano già da qualche anno, si vedevano in fabbrica, al bar, in piazza e allora nascono gli ultras del Toro. Ci stacchiamo dai Fedelissimi e facciamo a modo nostro. I cori, i tamburi, gli striscioni, le sciarpe, i fumogeni..si c’è anche la violenza. Le tipe ci aiutano molto, nell’organizzazione del tifo, è logico che quando c’è da fare a botte stanno un poco in disparte- cazzo dici,oooohhh, disappunto delle ragazze presenti- comunque lo sappiamo che se spacchiamo qualcosa o ci scontriamo coi gobbi o con gli altri tifosi, il lunedi sul Tuttosport c’è scritto degli incidenti e non del nostro tifo, incessante, per 90 minuti (presa di coscienza, ci pare, nda)”. L’inconfondibile scenario della ferrovia che costeggia via Giordano Bruno, cuore pulsante di Mirafiori, tangente alla leggenda del Filadelfia, è il prato dove gli ultras disegnano gli striscioni, inchiodano bare di legno con i colori bianconeri, progettano cazzi giganti da tirare su con i palloncini, srotolano enormi tazebao con scritto:“ si scrive Juve si legge merda”. I Fighters alle Vallette, il quartiere dormitorio, il ghetto dove furono confinati i meridionali ‘deportati’ per lavorare alla Fiat, preparano le loro coreografie, similmente ingegnose e povere come quelle dei granata. Sono vestiti nello stesso modo: chiodi di pelle, eskimo, jeans strettissimi o a zampa d’elefante, la sciarpa della squadra al collo sempre. Che sia granata o bianconera è lo stesso. La politica:” Quelli del Toro sono quasi tutti compagni. E’ vero, i primi tempi, i capi facevano il saluto romano, facevano i fasci, e i ragazzini li imitavano. Ma poi io – è Margaro degli UG che parla- che ero amico dei compagni e dei fasci ho detto che la politica era meglio tenerla fuori dalla curva. Certo ognuno ha le sue idee, ma allo stadio c’è solo il Toro. Ti dirò, i miei vorrebbero che mi sistemassi, un lavoro fisso, la famiglia. Però sanno che quello che faccio, lo faccio per il Toro, e sono contenti ”. Anche Beppe Rossi concorda:” Fare il fascio fa figo, ma poi tutti noi, o la maggior parte lavora in fabbrica, capisci…” . Passamontagna, pugni chiusi, saluti romani, P38. E’ i 1979, non dimentichiamolo. Ma la testimonianza più pregnante, più efficace, più ponderata e significativa è quella che lascia un giovanissimo, ma già corpulento Joe, che seduto sui gradoni del mitico Filadelfia ti parla della leggenda granata, della ‘Fossa’ del Fila, e di come gli ultras siano i figli di quella leggenda, di quell’orgoglio che si scatenava al ‘trillar di tromba’. Ma ti parla anche dei primi scontri:” l’anno scorso andiamo a San Siro, contro l’Inter. Eravamo un bordello, ultras ma anche club e gente normale. Quelli dell’Inter iniziano a sfotterci, Toro merda, bastardi, conigli. Boh, noi non li cagavamo, ma quando questi hanno iniziato a cantare Superga, a infamare i nostri morti vedi tutta la gente del Toro, gli ultras ma anche i vecchi dei club, che fanno il giro del secondo anello e entriamo in curva nord, ed è un bordello, con quelli dell’Inter che scappano e volano giù dai gradoni. Poi il giorno dopo leggi ‘guerriglia allo stadio’. Per quanto ne so io la guerriglia è altra roba, chessò quando lanci le molotov e fai casino in piazza per esempio”. Ma Joe è uno che lavora a Mirafiori, in Fiat, reparto presse. Joe sa cosa vuol dire faticare, lottare per i propri diritti. Joe ha una coscienza di classe. E’ attivo politicamente, disegna vignette per il giornale del sindacato, si interessa di quello che succede intorno ed ha la coscienza critica per verificare le ingiustizie, le ghettizzazioni, le superficiali denigrazioni dei media. “Non credo di essere un disadattato perché vado allo stadio con gli ultras. Non credo di essere un violento, o perlomeno non diverso dalla società in cui vivo. Quelli che non si picchiano allo stadio lo fanno in discoteca o per un parcheggio”. E’ il giorno del derby. Quelli della Juve che scendono dal tram numero 10, davanti Porta Susa e timidamente lanciano i cori, quasi con sussiego, con imbarazzo. Quelli del Toro che “rondano” alla ricerca dei gobbi, li avvistano in corso Agnelli e quelli a gambe levate “ gli ultras, via via…”. Interno stadio. Piove, come quasi sempre negli anni settanta. Due curve stracolme all’inverosimile. Passano i carabinieri e giù fischi ed insulti, Il nemico comune per le curve, già negli anni 70. La messa pagana dei granata, con un sacerdote in sciarpa viola che benedice il cadavere della goeba, il megacesso con le gambette bianconere a fianco al mitico testone del toro sulla pista di atletica del Comunale. Bare e croci. Fumoni a barattolo appesi a bastoni ed aste, estintori, bandieroni, razzi da segnalazione navale (il dramma di Paparelli sarà di poco successivo alla realizzazione del documentario, nda), bandieroni e voce, tanta voce. “Merde siete e merde resterete. Toro, Toro vaffanculo. Gobbi di merda, voi siete gobbi di merda. Juve,juve. Toro, Toro.” La città scende in campo, le formazioni, le squadre escono dal tunnel, inizia la partita. Ma questa è tutta un’altra storia. “Allo stadio la passione non cambia”. Pier Paolo Pasolini [ riflessioni dopo aver visto una partita allo stadio]. “Il Caos” n. 1, 4 gennaio 1969.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

CHE COMMENTO POSSO POSTARE? HO VISSUTO QUEGLI ANNI E COME AL SOLITO CHI LI VIVE LI VEDE DIVERSAMENTE DA QUANTO SA FARE CHI LI RACCONTA. QUI SEMBRA CHE MARGARO SIA UN EROE: MA CHIEDETEGLI ADESSO QUANTE FUGHE HA FATTO ANCHE LUI!!! CHIEDETEGLIELO! GRANATA CONIGLI ALMENO IL 50% DELLE VOLTE. SI SMETTE DI FAR CAGATE SOLO QUANDO SI STA QUALCHE MESE IN GALERA, ECCO LA VERITA'!!!

Anonimo ha detto...

La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu

Anonimo ha detto...

Perche non:)

Anonimo ha detto...

"che fanno il giro del secondo anello e entriamo in curva nord, ed è un bordello, con quelli dell’Inter che scappano e volano giù dai gradoni"...... ma te lo sei sognato la notte con 42 di febbre??