30 novembre 2007

IL TELEFONO LA TUA VOCE...












DAL SITO WWW.ASROMAULTRAS.ORG

G8, le telefonate intercettate di Colucci:
«Manganelli è arrabbiato, dice di andarci giù forte»
L'irruzione alla Diaz
GENOVA - Ci sono molte espressioni forti nelle intercettazioni delle telefonate dell'ex questore di Genova, Francesco Colucci, attribuite al capo della Polizia Antonio Manganelli nei confronti dei magistrati genovesi e soprattutto contro Enrico Zucca, titolare con Francesco Cardona Albini dell'inchiesta sull'irruzione della polizia nella scuola Diaz nei giorni del G8 di Genova, in cui sono imputati 29 poliziotti.
In seguito all'avviso di garanzia ricevuto da Colucci a fine maggio scorso, l'ex questore di Genova riferisce a un funzionario del ministero dell'Interno: «Il capo della polizia (Manganelli) è arrabbiato per l'accaduto e ha detto che devono andarci giù di forza». Colucci, sempre parlando di Manganelli con un altro interlocutore, riferisce che il capo della polizia avrebbe detto che «devono fare un'azione comune per essere pesanti contro i magistrati». In una telefonata del 24 maggio scorso tra Colucci e Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova - il cui testo è stato riportato dal Manifesto - Colucci confidava: «Manganelli stamattina m'ha detto: "dobbiamo dargli una bella botta a 'sto magistrato" (Enrico Zucca), mi ha accennato che già qualcuno sta pigliando delle carte non troppo regolari».
Negli ambienti della Procura si sottolinea che la prassi dei vertici di polizia, secondo quanto emerso dalle intercettazioni telefoniche, sarebbe proprio questa: non solo commenti più o meno pesanti degli imputati contro i magistrati, ma pressioni e suggerimenti da parte dei capi. Un presunto malcostume che sarebbe evidenziato anche in una telefonata tra l'indagato Spartaco Mortola e Maddalena, ispettore inviato a Genova dal ministero per indagare sulla sparizione delle due molotov, prova regina contro i poliziotti nel processo Diaz. In una telefonata, Maddalena riferisce infatti a Mortola (che aveva il telefono sotto controllo per quell'inchiesta) tutto quanto aveva saputo dai magistrati e nel corso delle indagini in questura. Nell'inchiesta per la sparizione delle molotov, che procede nella massima segretezza, per ora è ndagato un artificiere per falsa testimonianza.
L'Italia tuttavia credo sia (Birmania a parte) l'unico Paese dove il capo della Polizia è proprio Manganelli e il vice capo di gabinetto del Ministero dell'Interno è De Gennaro e nessuno ha il coraggio di dire nulla...

IL LINGUAGGIO DEL MURO

DAL SITO WWW.ASROMAULTRAS.ORG

scritto da Elisa


Ultras, il linguaggio del muro
C’è chi si pronuncia, e chi fa silenzio, o aspetta nel silenzio che dovrebbe parlare dopo fatti tristi, aiutandosi con le scritte sui muri.
C’è chi parla, aggrappandosi a ipotesi di verità, come quando finiamo nelle strettoie delle storie – quando le storie ci rimbalzano dietro alle spalle, sospingendole in avanti ma impedendo di guardarsi bene addietro – che pretendono una soluzione valida, almeno per qualche giorno.
C’è chi medita, anche se ormai non è il tempo di meditare, i fatti traslocando veloci, qua il pensiero deve correre come un pixel di immagine replicato all’infinito su internet, dove le cariche della polizia vanno più lente dei suoni e dei colori impressi su un telefono cellulare, e poi inviati al mondo sommerso ed emerso, con un titolo semplice più di ciò che trattiene, come "Gabbo vive" oppure "Vendetta per Gabbo".
Linguaggio facile e immediato, e dietro il facile e l’immediato un complicato latente compromesso tra razionalità del buon governo e volontà di leggere i fatti, anche dietro lo schietto muro vergato da uno, due o tre parole che ci fanno paura, che neghiamo alla vista, che ci vedono tirare avanti, senza nemmeno pretendere di coprirle quelle scritte, sospirando nell’italietta stanca delle guardie e dei ladri, delle domeniche sante e dei teppisti in vista, mentre si parla di ciò che ci manca abusandone nelle parole; perché oggi, i valori e gli ideali, sembrano mancarci e ce ne facciamo un gran dolore.
Il primo grande tafferuglio che dovrebbe imbarazzare gli editoriali dei giorni successivi agli scontri di qualche domenica fà, è proprio un paradosso di linguaggi che va al di là dei fatti, e ne palesa l’incoerenza rispetto alle parole, che si compongono in quotidiane scritte sui muri, democraticamente in ogni quartiere.
Parole come identità, compagno, fratello, onore, lotta, rivolta, eversione, guerra, vendetta.
Perché chi scrive le parole sui muri (o meglio, qualcuno tra chi scrive, perché lo spirito di emulazione crea volenterosi replicanti delle intenzioni…) , ai valori e agli ideali crede, o si ostina a crederci, e fa propria una lotta che va ben al di là della cornice di uno stadio, o di un tombino divelto davanti alla questura.
Gli ultras oggi comunicano attraverso muri, blog o altro, comunque realtà di messaggi criptati quanto basta da non risultare accessibili ai massmediologi di turno, ma che raggiungono chiunque, come chiunque oggi può essere un ultras arruolato, potenziale dirottatore di corsie preferenziali per pulmann speciali, ma più spesso attivo innamorato della propria terra, incosciente quanto basta per spendere troppo soldi per organizzarsi una trasferta del Gragnano, non un delinquente ma un patriota della propria frazione d’Italia, da portarsi con orgoglio, mano sul cuore come quando un buon italiano sente il suo inno.
Perché l’Italia è un meraviglioso paese di frazioni e campanilismo, proloco e santità, e tanti generi di delinquenza che non ci permetterebbero di definire con un solo termine gli ultras, una legione che oggi sarebbe abbastanza numerosa da essere un partito politico, se solo non esistessero appunto, le frazioni e non si potesse proprio concepire una qualche lega, che so, tra laziali e napoletani.
Eppure, l’eccezione c’è stata, evidente e quanto mai sottolineata dai funerali di un ultras (poi spacciato a livello televisivo come tifoso, giusto per rendere la verità più semplice da raccontarsi in buoni e meno buoni) in cui bandiere contro bandiere, sciarpe contro sciarpe, l’identità ultras veniva rinnovata sotto colori differenti, non più diversi, che scrivono assieme "i colori ci dividono, la mentalità ci unisce".
Già, mentalità.
Ultras, dalla parola francese, ultra royal, gli ultra realisti, i fautori del terrore bianco del post termidoro rivoluzionario, sono una compagine che ama definirsi legione, e cita Sparta e i 300 di Leonida, forse non ama troppo il calcio di adesso, ma ama scendere "sul campo", calpestarlo con i piedi che camminano al ritmo dei cori, e preferibilmente voterebbe Forza Nuova per un senso di patriottismo ed onore che crea i fratelli, i compagni, quelli a cui intitolare uno striscione, se sono come i caduti, come Gabbo, quando "lo hanno sparato", anche a Napoli.
Perché quando l’immagine salta dai canoni, e al posto di una porta gonfiata da un gol arrivano i fuochi e le camionette dei celerini assaltate, e invece dei volti sorridenti le facce coperte a mò di Diabolik, e arriva la guerriglia, la questione dovrebbe allargarsi al linguaggio, che impone la rilettura dei fatti, insieme alle parole, quelle scritte sui muri.
Dovremmo ascoltare il silenzio degli arrabbiati che non concedono interviste e che per loro "i giornalisti sono infami", distinguendo i differenti tratti di una "delinquenza" che ci sembra sempre tutta uguale, eppure a volte per chi la professa è rivendicazione su un ordine costituito subito ma non riconosciuto, non solo nel perimetro dello stadio, ma anche nella lotta contro carovita e i celerini che sparano al posto di blocco e l’aereo presidenziale per Mastella al gran premio.
E’ la lotta di chi sta contro, contro da posizioni differenti,da ingegnere a operaio, a elettricista a studente, da aspirante avvocato a disoccupato, da donna a uomo, perché il sessismo in questo caso lo abbiamo lasciato da qualche parte.
Stare contro è uno slogan che cattura più del populismo poco accattivante della classe politica, stare contro è più allettante di uno scudetto, quasi più allettante dello stare allineati in fila a una linea telefonica, per partecipare ad un gioco a premi in televisione.
Gli ultras di oggi, sono un movimento trasversale di persone quanto mai differenti tra loro, per lavoro e status sociale, piuttosto giovani (e anche questo dovrebbe dar da pensare..) e orgogliosi di appartenere a una casta "pericolosa" e combattente, fieri di stare fuori dai meccanismi di potere, e ben lontani dal concepire una guerriglia legata solo alle squadre di calcio, per chi vince o chi perde, arbitro cornuto e scazzottate della domenica.
Vi è molto di più, una radicalità che sfoggia lo stare contro come dimensione globale di una risposta a temi generali, che individua un concetto errato dello stato dell’ordine, e che pensa di esistere con diritto e di subire boicottaggi e ingiustizie, mentre, come mi diceva un vivace ultras napoletano "a noi la mondezza ci arriva al culo".
Ed è con questo "stare contro" che dobbiamo fare i conti, uno "stare contro" contro il quale non basterà impedire trasferte, aumentare le scorte dei celerini, e diffidare per un labiale scortese; non basterà nemmeno la commozione rispetto a un fatto triste, come la vicenda di Gabbo, non basteranno gli arresti e i commenti sui delinquenti guerrieri, se non ci si porrà davanti a uno slogan urlato su un muro pensando, davvero, a chi sono e che vuole davvero, la frange degli ultrà royale".

DOPING ASSASSINO



Da ilcassetto.it

Vittime del doping?

Calciatori che si ammalano e muoiono per patologie sospette. I casi più eclatanti, da Taccola a Beatrice, da Saltutti a Signorini



Non è stata dimostrata nessuna correlazione tra doping e malattie quali morbo di Gerigh (Sla) e leucemia. Nella storia recente del calcio italiano ci sono però troppi casi sospetti, troppi atleti che si ammalano improvvisamente di patologie gravissime. Alcuni sono morti, altri convivono con menomazioni molto gravi. In molti casi sono loro stessi o i loro familiari ad avanzare sospetti sui tanti medicinali assunti durante la carriera.

I calciatori colpiti da Sla
Il morbo di Gerigh (Sla) ha colpito diversi calciatori che, in epoche diverse, hanno militato nel campionato italiano: Rino Gritti, Franco Tafuni, Piergiorgio Corno, Maurizio Vasino, Luca Pulino, Lauro Minghelli, Adriano Lombardi, Giuliano Taccola, Mauro Bicicli, Guido Vincenzi, Ernst Ocwirk, Gianluca Signorini (nella foto), Fabrizio Gorin, Adriano Longoni. Ma si sa per certo che ci sono altri calciatori ammalati.

Adriano Lombardi ricorda: Ci facevano delle iniezioni di corteccia surrenale dopo la partita, oppure il lunedì o il martedì, per favorire il recupero. Qualche volta ce la somministravano anche via flebo, ma non c 'era nulla di strano o di nuovo. Tutte le squadre, all'epoca, facevano queste cose... Posso solo dire che all'epoca il 'Cortex' era molto comune, un ricostituente che davano anche ai bambini .


Le morti “strane”: il caso Fiorentina
Tra i giocatori della Fiorentina dei primi anni Settanta, tre sono morti e altri cinque hanno patito malattie gravi. Il centravanti Nello Saltutti è morto d’infarto il 28 settembre 2003, a 56 anni. Il difensore Ugo Ferrante è morto il 29 novembre 2004, a 59 anni, per un carcinoma spinocellulare alle tonsille. Il centrocampista Bruno Beatrice è morto il 16 dicembre 1987, a 39 anni per una leucemia linfoblastica acuta. Il terzino Pietro Longoni, oggi 62enne, è costretto su una sedia a rotelle da una vasculopatia cardiaca. L’ala destra Mimmo Caso è guarito da un tumore al fegato. Il numero dieci Giancarlo Antognoni, è sopravvissuto a un’improvvisa crisi cardiaca che lo ha colpito il 1° novembre 2004. Giancarlo De Sisti nel 1984, a 41 anni, ha sofferto di un raro ascesso frontale al cervello provocato da un’infezione batterica. Nel 2000 il portiere Massimo Mattolini è stato sottoposto a un trapianto di rene. È proprio Mattolini ad attribuire queste malattie alla dosi massicce di Micoren (un cardiotonico vietato ai sensi delle legge antidoping 376/2000) e Cortex (che potenzia i muscoli e permettono di sopportare meglio la fatica) assunte da buona parte di quella squadra viola.

Bruno Beatrice
La vedova di Beatrice racconta: ''Dal ritiro Bruno mi faceva sempre telefonate chilometriche, roba di tre quarti d'ora. Solo che mentre parlava se ne stava attaccato alle flebo. Io ero perplessa, gliene facevano in continuazione, durante la settimana, prima della partita, dopo la partita, ma lui mi diceva di stare tranquilla, che erano cose normali. Tanto normali che la domenica sera e ancora il lunedì non riusciva a dormire, nel letto era tutto un tremore, uno scatto di nervi e di muscoli che mi ricordavano gli spasmi dei polli dopo che gli hanno tirato il collo. E lui ancora a rassicurarmi, a dirmi che erano le vitamine che aveva preso e che doveva smaltire. Ma non dimenticherò mai che nell'incavo del braccio sinistro aveva tre buchini violacei ormai perenni. Quelle erano le 'prove' delle flebo che gli facevano quando giocava al calcio''.

Nello Saltutti
La moglie di Nello Saltutti ha ricordi simili: “La morte di mio marito è stato un fulmine a ciel sereno, in quegli anni gli hanno dato qualcosa e non si sapeva esattamente di cosa si trattava, perché non c'era la conoscenza di adesso. Anche loro non sapevano quello che prendevano. Dopo il 1998 ci siamo chiesti se quelle erano vitamine oppure no. Il lunedì andavano in infermeria e facevano delle cure ricostituenti. Cosa gli veniva somministrato lo sanno solo il massaggiatore, il dottore e l'allenatore di allora. Mio marito mi diceva che lui non aveva bisogno di fare flebo perché stava bene.

Giuliano Taccola
Taccola giocatore della Roma, morì nel 1969 dopo una trasferta a Cagliari. La vedova Marzia Nannipieri, in causa da trent’anni con Figc e Roma, è convinta che Taccola sia stato ucciso dal doping.

I miracolati
L’ex calciatore e ora allenatore Giovanni Galeone ha dichiarato: “Mi ritengo un miracolato. Con tutti i prodotti che ho assunto a vent'anni devo essere contento di essere vivo”.. Gli ha fatto eco Aldo Agroppi: “Sono fortunato. Soprattutto se venisse dimostrato il legame tra la Sla e certi farmaci che ci venivano somministrati, per esempio Micoren e Cortex. Eravamo molto giovani e molto ignoranti. Ci fidavamo ciecamente di chi ci dava queste sostanze, convinti che fosse per il nostro bene”. Giovanni Ziviani, ex compagno di squadra di Gianluca Signorini (ucciso dal morbo di Lou Gehrig), in un'intervista ha dichiarato: “Il doping vero e proprio nel calcio è iniziato con l'arrivo dei preparatori del ciclismo e dell'atletica, intorno alla metà degli Anni 80. Chissà che cosa succederà tra vent'anni ai ragazzi che oggi vengono riempiti di eritropoietina e ormoni della crescita”.

Il caso Manfredonia
Il 30 dicembre 1989, durante Bologna-Roma, il giallorosso Lionello Manfredonia è colpito da un infarto. Si salva solo perché a Bologna (unico caso nelle serie A di allora) c’è sempre un’ambulanza a bordo campo per le emergenze. Manfredonia è costretto ad abbandonare il calcio, ma il suo infarto desta molti sospetti.



Sull'argomento puoi leggere:
Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano, Calzia Fabrizio; Castellani Massimiliano. Euro 14,50

MORTI SOSPETTE: L'ALTRO CALCIO CHE UCCIDE


Ancora una vittima del Morbo di Gherig (conosciuto anche come SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ancora una morte sospetta per un calciatore che per tanti anni ha vissuto nel calcio professionistico. Questa volta si tratta dell'ex capitano dell'Avellino Adriano Lombardi scomparso questa mattina all'età di 62 anni. Nato a Ponsacco in provincia di Pisa, Lombardi è stato uno degli artefici della miracolosa promozione in Serie A della formazione irpina nel 1979.
Domenico



di seguito il testo della drammatica intervista rilasciata da Lombardi a Repubblica il 14/02/2003

Ho giocato con Tardelli e Vierchowod, ma adesso non ce la faccio nemmeno a
grattarmi la testa. Lo devo chiedere alle mie bambine. Ho fatto i corsi di
allenatore con Lippi e Scoglio, ma ora non riesco più a girarmi nel letto. Lo
devo chiedere a mia moglie. Ho giocato 500 partite di campionato, quasi tutte
con la fascia da capitano, ora non posso giocare più a niente, nemmeno a
vivere. Sono un altro calciatore condannato dal morbo di Gehrig, come
Signorini, morto l'anno scorso a 42 anni, come Minghelli, che ha 30 anni e come
me è sulla sedia a rotelle".

Adriano Lombardi muove ancora un po' le mani. Ma solo un po'. "L'ultima volta
che ho preso in braccio mia figlia, mi è caduta, è stato mesi fa. Non riesco
più a stringere nulla, questa malattia si mangia i muscoli. Mi sono accorto che
qualcosa non andava quando non ho più avuto la forza di farmi la barba. Ma
tutto è cominciato due anni fa, con dei crampi pazzeschi in tutto il corpo, mi
facevano male anche le costole. Così sono andato al neurologico di Napoli, dove
mi hanno tenuto in ballo per dieci mesi, senza dirmi niente. Poi ho visto il
povero Signorini in tv, e quella sera andando a letto ho pensato: anch'io ho
quella cosa lì. Ho chiamato a casa sua, ho parlato con la moglie, mi ha detto
che Gianluca era sempre stanco, che non parlava, che non deglutiva, che la
malattia si poteva diagnosticare, c'era un esame da fare. Sono andato dal
professor Silani, mi ha messo aghi ovunque, potenziali evocati, così si chiama
l'esame. In tre giorni ho avuto la risposta: morbo di Gehrig, Sla, sclerosi
laterale amiotrofica. Ma non l'ho detto a nessuno. Sono uscito dall'ospedale di
Milano e appena sono salito in treno mi hanno chiamato per offrirmi la panchina
del Campobasso. Sul momento ho pensato: perché no? Poi mi sono detto: ma dove
vado? Cammino a fatica, non riesco a vestirmi. Così ho trovato una scusa".

Lei ha smesso di giocare nell'83. Quasi vent'anni fa.
"Sì a 38 anni, dopo 18 campionati, l'ultimo a Como, ho fatto anche una stagione
in Svizzera, un ambiente tranquillo, pagano bene, ma non è calcio. E poi sono
razzisti, se non parlavi in tedesco i giornalisti non ti stavano a sentire,
anzi per protesta abbandonavano la sala-stampa. Io ho cominciato presto a
giocare a calcio, sono nato a Ponsacco, in provincia di Pisa, nel '45, facevo i
sacrifici per andare ad allenarmi a Pontedera, 60 chilometri tra bici e
corriera, a 19 anni arrivai nel settore giovanile della Fiorentina, niente
prima squadra, c'era Chiappella come allenatore e in campo gente più brava di
me, Chiarugi, De Sisti, Merlo. Così cominciai a girare l'Italia: a Cesena in C,
a Empoli, a Lecco, a Como, a Rovereto, a Piacenza, a Perugia, ad Avellino
giocavo con Roggi, con Montesi, che sul calcio diceva delle cose terribili ma
vere, e che in campo dava l'anima, con Galasso che era di Lotta Continua. Come
allenatori ho avuto Bersellini, Marchioro, Marchesi. In serie A ho segnato tre
gol, a Tancredi, Piotti e Bordon. Ero soprattutto un organizzatore di gioco. Ma
sono diventato famoso perché nella partita Milan-Avellino, nel 1978, avevo
dimenticato i documenti, e l'arbitro Mattei fu inflessibile. Disse che non mi
conosceva e mi fece accomodare in tribuna. Il giorno dopo alcuni giornali
riportarono le foto di tutte le volte in cui Mattei mi aveva arbitrato".

Ha avuto incidenti seri in carriera?
"No. Nessuna operazione. Ginocchia a posto. Ho avuto fratture alle caviglie, ho
portato il gesso. Ho preso molti antidolorifici e antinfiammatori, allora si
usava il Voltaren, mi hanno fatto flebo, questo sì, ma non solo a me. Dicevano
che erano acqua e zucchero, mi sono fidato, cosa ci fosse dentro non so. Non ho
sospetti, non ho dati che mi dicano che questa malattia è professionale. Ma il
mondo del calcio è l'unico che conosco, m'imbarazza chiedere, non voglio
privilegi, ma se devo, preferisco rivolgermi ad un ambiente che conosco e che è
stato la mia vita".

Per le cure si è rivolto anche all'estero?
"Sì a Pittsburgh, mi hanno detto che potevano solo confermare la diagnosi.
Prendo il Rilutek che dovrebbe ritardare l'effetto degenerativo. E' una
malattia subdola, perché quando ti manda avvisi è troppo tardi. Da giugno ad
oggi mi ha ammazzato, non riesco a piegare la mano destra, non riesco a
chiudere la sinistra. I muscoli diventano insofferenti, hanno contorsioni, si
muovono da soli, il termine è fascicolazione. Mi sono anche rivolto alla
dottoressa Letizia Mazzini a Torino, che sperimenta il trapianto di cellule
staminali. Però in questo momento tutto è sospeso. Dico la verità, io sono
pronto a fare qualsiasi cosa mi propongano. Tre mesi fa ho guidato l'auto fino
in Calabria, è stato il mio ultimo atto di indipendenza. Da allora non esco più
di casa, sono prigioniero della malattia, della carrozzella, di un'abitazione
che devo modificare perché ormai non riesco più a muovermi. L'ultima volta che
ho provato ad entrare nella vasca da bagno da solo mi sono rotto una costola.
Luciana, mia moglie, è convinta che certe analisi fatte sei anni dopo aver
smesso di giocare, evidenziavano qualcosa che non andava".

Come ha dato la notizia ai suoi figli?
"Ai tre più grandi, a Filippo e ad Andrea che sono gemelli e hanno 31 anni, a
Paola che ne ha 29, ho detto le cose chiaramente. Sono figli della mia prima
moglie, morta a 42 anni di un tumore che dal seno era arrivato al cervello.
Anche se non stavamo più insieme, sono andato ad assisterla, perché lei me lo
aveva chiesto. E non dimenticherò mai, quando ormai non riusciva più a
respirare, i suoi occhi dilatati, che quasi uscivano fuori dallo sforzo. Ho
paura, so che mi aspetta la stessa fine, pensavo di essere uno che ha forza e
coraggio, che riesce a tenere la testa insieme, invece non va così. Hanno paura
anche loro, i miei ragazzi, che hanno già perso la mamma".

Lei ha anche due gemelle di quattro anni.
"Sì, Sara e Mara, che ho avuto da Luciana, la mia seconda moglie, che ha 14 anni
meno di me. Se chiedo aiuto, se ne ho diritto, è soprattutto per loro, per non
ridurle a fare le mie schiave. Finora non ho mai dato notizia della mia
malattia perché non volevo essere un caso pietoso, ma adesso non ho più tempo.
Questa malattia ti mangia in fretta, come farò con il computer quando non
muoverò più le dita? Dove e con che cosa passerò i miei giorni? Nella mia
carriera ho guadagnato e non ho buttato via i soldi, ma adesso ho bisogno di
una gestione diversa della mia vita, da solo non ce la faccio più".

E' un caso che il morbo di Gehrig stia attaccando i calciatori? Si parla di 13
morti e di altri 32 affetti dalla malattia?
"Vuole sapere se la causa è il doping? Non lo so. Io per conto mio non mi sono
mai dopato. Ho avuto un compagno che una volta mi disse di aver preso una
pasticca, visto che la partita era molto importante, credo avesse preso una
sostanza eccitante. Io vengo da una famiglia di sport, mio padre giocava
centravanti, fu squalificato per cinque anni perché picchiò un arbitro che gli
aveva annullato un gol. Siamo gente di campo, piena di difetti, ma non da
doping. Le città che da allenatore ricordo con più piacere sono Giarre, dove
andavo sempre a pescare e Trieste dove in certi bar i vecchi andavano a giocare
a dama e a parlare di letteratura. E io stavo lì ad ascoltare. Ma adesso non ho
più tempo".

GABRI MIT UNS part II


CATANESI IN SILENZIO


CURVA NORD
MERITATE IL NOSTRO SILENZIO !!

Rieccoci nel nostro STADIO, dopo mesi di PROCLAMI dei FALSI MORALISMI, nell’anno in cui la poltrona della lega e occupata da un certo “MATARRESE” personaggio del quale e inutile fare l’elenco delle malefatte; negli anni in cui ai veri tifosi vengono fatte DENUNCE e date DIFFIDE per 5 anni, ARRESTI INGIUSTIFICATI restrizioni per le trasferte ecc.
E chi commette reati “OMICIDI” resta libero indisturbato e continua la sua vita come se niente fosse.
Etichettati come ‘TERRORISTI ASSASSINI, EMARGINATI SOCIALI”, noi ci definiamo ULTRAS.
Gente che della propria passione ne ha fatto una ragione di VITA.
Ora che hanno trasformato una passione in una forma di repressione costringendoci a dare addirittura a chiedere il permesso per entrare i nostri colori, adesso anche ad imporre ai tifosi, a NOI, di NON portare il SOSTEGNO per i nostri colori e la nostra passione a seguito della amata squadra .
La sciarpa, i colori, il nome di CATANIA, quella sciarpa che abbiamo portato con onore ovunque e difesa da chiunque……
Se questo e` quello che vogliono, noi siamo pronti a dirgli di NO!
Quale e` la differenza tra giocare in campo neutro e giocare nel nostro stadio senza colori o tifo?
Oggi per 90 minuti, NON CANTEREMO e come dall`inizio dell`anno non esporremo né striscioni né bandiere né sciarpe.
Resteremo in silenzio, cosi da far provare cosa voglia dire uno STADIO come vogliono loro, questi falsi MORALISTI che si sono proclamati veri tifosi del Catania, PRONTI AD ATTACCARE NOI ULTRAS.


CATANIA CURVA NORD
ONORE AI DIFFIDATI

Taranto senza tifosi in Toscana


Sarà giocata senza tifosi del Taranto la gara della Sangiovannese al Fedini di domenica prossima dopo le decisioni dell'Osservatorio che ha vietato la trasferta in Valdarno ai tifosi pugliesi. Per la squadra di mister Tedino la gara contro i rossoblu è la verifica importante dopo il pari nel derby, il tecnico può recuperare Varriale ma perde Cesaretti per squalifica. Probabile l'impiego di Furlanetto dal primo minuto, da verificare l'utilizzo di una punta come Elia o Menichini dall'inizio.

Taranto senza tifosi al seguito domenica prossima allo stadio Fedini. La squadra rossoblu di mister Cari affronterà quindi la Sangiovannese senza l'apporto dei propri supporters fermati dalle decisioni dell'Osservatorio, ma ben altri sono i problemi della compagine jonica partita con propositi sicuramente diversi e che ora veleggia addirittura ai margini della zona play-out. In settimana la società del presidente Blasi ha esonerato il direttore sportivo Evangelisti e lo stesso tecnico rossoblu sembra legato a filo doppio al risultato di domenica per garantirsi il futuro sulla panchina del Taranto. Per gli azzurri di Bruno Tedino la sfida contro i pugliesi, terzultimo impegno del girone di andata, rappresenta la prima fondamentale verifica dopo il rinfrancante uno a uno di Arezzo e il tanto atteso gol esterno. La rete su calcio piazzato contro gli amaranto ha permesso a Baiano e compagni di sfiorare il colpaccio nel derby ma soprattutto di trovare nuovo slancio dopo troppe trasferte concluse con buone prestazioni ma a mani vuote. Per mister Tedino ora è tempo di tirare le somme e capitalizzare al massimo la spinta psicologica del derby. Assente sicuro Cesaretti per squalifica, contro il Taranto domenica il tecnico friulano potrebbe riproporre Furlanetto che ha recuperato dall'infortunio, ma dovrà valutare anche la possibilità di dare più peso al reparto offensivo inserendo magari dal primo minuto Elia o lo stesso Menichini.

LA PIADINA ROMAGNOLA



Il tam tam di ‘radio ultras’ lo aveva già divulgato su internet, probabilmente anche documentato con immagini filmate coi telefonini. Tra riminesi e cesenati il sabato del derby c’era stata, eccome, la resa dei conti. La polizia era arrivata, è vero, aveva sequestrato una montagna di bastoni, catene, cinture e caschi, ma solo dopo il primo scontro durato dai 10 ai 20 minuti durante il quale si erano affrontati una cinquantina di riminesi con un gruppo, forse anche più numeroso, di cesenati.
Erano state botte da orbi e ora gli investigatori della Digos hanno trovato 5 dei coinvolti negli scontri perchè, malridotti, erano andati a farsi medicare. Per non farsi trovare si erano sparpagliati tra gli ospedali di Bellaria, Santarcangelo, Rimini e Riccione. Sono tutti molto giovani, hanno tra i 18 e i 22 anni, parte studenti e parte lavoratori, sono 4 suppoter del Rimini e uno, di Bellaria, del Cesena.
Tutti e cinque ora sono stati denunciati per rissa e lesioni in concorso e anche per porto abusivo di oggetti atti ad offendere, ma la loro posizione potrebbe anche aggravarsi. Il questore Antonio Pezzano infatti è convinto di trovarsi di fronte ad una vera e propria associazione per delinquere forse impegnata anche in fini eversivi dell’ordine. Ipotesi che sarà vagliata dal pm Paola Bonetti, titolare dell’inchiesta sugli scontri avvenuti sabato 10 novembre sulla spiaggia libera di Igea Marina, un’ora e mezzo dopo la fine della partita al Neri, terminata 4 a 1 per il Rimini.
«All'interno della logica della curva riminese, ci troviamo di fronte ad una vera e propria organizzazione — ha detto Pezzano — con un capo e una seria divisione dei compiti. Abbiamo chi organizzava trasferte, chi si occupava di reperire le armi, chi organizzava le aggressioni, chi le minacce. Insomma ci sono tutti gli elementi per configurare l’associazione a delinquere che mira a turbare l’ordine pubblico».
A casa dei cinque denunciati è stata trovata una montagna di materiale fra ‘trofei’ sottratti ai cesenati e materiale da ‘guerriglia’. Tra di loro c’è uno che si è rotto un braccio, un altro che si è fratturato un polso nel tentativo di coprirsi la testa, un altro ancora che si è dovuto far ricucire la fronte. Tre di loro avevano già un decreto di allontanamento dagli impianti sportivi per 3 anni, che ora è stato allungato a 5 con l’obbligo di doppia firma in questura, prima e dopo la partita. E 5 dispositivi di allontanamento dagli stadi per 5 anni anche per i cinque fermati nei pressi della spiaggia di Bellaria sabato 10 novembre subito dopo gli scontri, quando i poliziotti sequestrarono bastoni, manganelli, spranghe chiodate e pesanti cinture borchiate.
A casa dei cinque indagati per la mega rissa fra le due tifoserie (anche se forse non è il termine giusto), sono state trovate sciarpe e bandiere bianconere strappate come ‘trofei’ ai tifosi cesenti e poi fumogeni, bombolette spray, tirapugni, catene, 48 bastoni di plastica dura, e poi felpe con cappuccio dei gruppo ‘Falange d’assalto’, ‘Linea Gotica’ e ‘Fab Armi’. Poi passamontagna, guanti, caschi e persino una rassegna stampa sulle gesta violente del gruppo.
«Il materiale — ha spiegato Marcello Pedrotti, titolare della Digos — era tutto confezionato in sacchi omogenei, pronti per essere utilizzati. Si trovavano sotto i letti, ma anche negli armadi, nelle cantine. Abbiamo sequestrato i telefonini degli indagati per vedere se sono stati filmati gli scontri e poi moltissimo materiale anche informatico che dobbiamo ancora prendere in esame. Abbiamo anche appreso che lo scambio di filmati con gli scontri era molto ambito».
I poliziotti verificheranno anche se i protagonisti della ‘guerriglia’ siano in contatto con gruppi eversivi anche perchè sembra accertato «che le cellule ultras — per dirla col questore — sono tutte filiali di un’unica società madre». Lo scontro di Igea è stato ovviamente segnalato all’organismo di polizia dell’Osservatorio del Viminale per la sicurezza.

23 SETTEMBRE

Continuano gli strascichi degli scontri, ormai tristemente famosi, tra tifosi genoani e sampdoriani, avvenuti prima del Derby della Lanterna dello scorso 23 settembre. Nel corso delle indagini della Digos è stato denunciato per rissa un 36enne chiavarese; gli è stato imposto anche il divieto di accedere alle partite, con l'obbligo della firma in commissariato.

ATALANTINI NO NELLA NORD, SI A TORINO...


Niente Atalanta-Napoli per i tifosi bergamaschi della nord. Gli abbonati della curva nord, squalificati fino al 31 marzo dopo gli incidenti di Atalanta-Milan nel giorno della morte di Gabriele Sandri, non potranno assistere alla partita. Il club bergamasco ha richiesto di traslocare i 3.995 tifosi nella curva Sud, ma dall’Osservatorio del Viminale non sono arrivate indicazioni in merito.
I sostenitori nerazzurri non potranno nemmeno acquistare biglietti per altri settori, perche` i tagliandi sono nominativi e potrebbero decidere di seguire la partita dal piazzale antistante la Nord. In curva Sud troveranno posto i bambini delle societa` gemellate e degli oratori, ospitati gratis dalla squadra. A Bergamo non ci saranno nemmeno i tifosi napoletani: l`Osservatorio ha vietato loro la trasferta.
Per le gare del 9 dicembre Juventus-Atalanta e Livorno-Roma, invece, l’Osservatorio ha deciso che non ci saranno restrizioni per i tifosi ospiti. L`Osservatorio ha ritenuto inoltre di non dover promuovere ulteriori provvedimenti, pur mantenendo un attento controllo anche sui comportamenti delle tifoserie, e in particolare di quelle di Inter, Lazio, Catania, Torino, Sampdoria, Reggiana, Rimini, Ancona, Sambenedettese e Ternana.

LETTERA DAL CARCERE



SC, a Regina Coeli per l'assalto alla caserma di via Giudo Reni, scrive alla madre: "L'unica cosa che avevo in comune con quei ragazzi sono il dolore per Gabriele e il tifo"

"Cara mamma, l'unica cosa che avevo in comune con tanti ragazzi era il dolore perché uno di noi era stato ucciso, il dolore per la morte di Gabriele: non capisco cosa voglia dire terrorismo, conosco solo il tifo". E' uno dei passaggi della lettera scritta dal carcere di Regina Coeli da SC, uno dei tre tifosi arrestati l'11 novembre scorso dopo gli scontri avvenuti a Roma con l'assalto alla caserma di polizia di via Giudo Reni, all'indomani della morte di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente della polizia stradale.

LA DIFESA - L'avvocato Eugenio Dainone, difensore di SC- a cui la procura ha contestato anche l'aggravante del terrorismo - insieme con i legali di altri due tifosi arrestati (il difensore del quarto arrestato ha rinunciato) hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame che decidera' domani sulla richiesta di scarcerazione.

VIOLENZE E DOLORE - "L'unica cosa che avevamo in comune con gli altri ragazzi - scrive SC in una lettera ai genitori - era solo il dolore: Gabriele era un ragazzo e io sono un ragazzo, lui era un tifoso e io sono un tifoso. Tutto qui: io non conosco nessuno e non mi sono organizzato con nessuno".

"INNOCENTE"- Sono qui in pena - si legge ancora nella lettera - perché mi vogliono accusare di tante cose di cui non capisco nulla: forse la mia unica colpa è quella di non essere rimasto a casa, ma chi poteva immaginare che sarebbe accaduto quello che poi è successo".
"Quel giorno - scrive ancora SC - mi ero recato in piazza Euclide per partecipare ad una fiaccolata in memoria di Gabriele. Poi vedendo che la fiaccolata non avrebbe avuto piu' luogo, sono andato via e sono transitato davanti allo stadio Olimpico per prendere l'autobus che mi avrebbe condotto verso casa. Sono sceso davanti allo stadio Flaminio e dopo una decina di minuti mi sono trovato in mezzo agli scontri, ma io, ripeto, non ho fatto niente".

L'APPELLO - SC conclude la lettera con un appello: "Ai tifosi vorrei dire che e' inutile sfogare la rabbia in questo modo. Il dolore per Gabriele lo dobbiamo tenere stretto nei nostri cuori: ciao Gabriele, sei anche tu nel paradiso insieme ai nostri eroi e ai nostri miti. Non ti dimenticheremo mai".

29 novembre 2007

SCRIPTA MANENT

NAPOLI SOLIDALE



A volte le immagini valgono più di mille parole...
D.

ALLO STADIO LA PASSIONE NON CAMBIA di Domenico Mungo


Riporto di seguito, rivisto e ridotto, un mio articolo pubblicato qualche anno fa su un magazine nazionale che analizzava il lavoro di Daniele Segre che abbiamo fin qui ripercorso attraverso le foto e gli articoli contemporanei alla sua diffusione negli anni 70. Con questo articolo concludiamo questa cavalcata amarcord all'interno di una documentaristica sociale, politica e di costume che purtroppo è andata scemando nelle vibre dei giovani video e filmakers di oggi. Sarebbe bene riscoprire questa capacità tutta neorealistica di leggere la realtà che ci circonda. Sarebbe opportuno, per capire senza molte pregiudiziali perbeniste, cosa si muove dietro quelle bandiere, quei fumoni e quegli striscioni. Augurandoci di avervi fatto un gradito dono.
Ragazzi di stadio, ragazzi di vita...
Domenico



Daniele Segre, giovane sociologo torinese, nella scia della miglior tradizione dell’inchiesta neo-realistica nel 1979 realizza un documentario e un libro “Ragazzi di Stadio” ( Edizioni Mazzotta, 1979. Milano), raccolta di parole, sensazioni, sogni dei primi ultras torinesi: granata e bianconeri. È il sequel di un cortometraggio intitolato Il Potere deve Essere Bianconero, realizzato poco prima dallo stesso Segre e che racconta i preparativi di un derby dei giovani ultras bianconeri. Poi l’idea abbracciò anche gli ultras del Toro e il set naturale era la città stessa, con le sue contraddizioni, con le sue unicità.
Era, Torino, uno dei laboratori ideali in cui svolgere uno studio del genere: metropoli industriale del Nord, fortemente caratterizzata dall’immigrazione-deportazione degli anni 60, altrettanto fortemente politicizzata e teatro di scontri sociali epocali, con due squadre di calcio fortissime e antiteticamente rappresentative. Il Toro dei gemelli e di Radice, il Toro dell’ultimo tricolore, anima popolare e operaia di Torino, i vecchi piemontesi e i giovani extraparlamentari che fondano gli Ultras Granata e dominano sugli spalti e talvolta in campo lo strapotere della Juventus. La Juve: simulacro del potere e dell’arroganza, paradossalmente sostenuta da migliaia di operai e immigrati meridionali; nelle vittorie della squadra del padrone la redenzione sociale di un’intera generazione di sfruttati. Nascono i Fighters (da un’idea di Beppe Rossi, indimenticabile leader di una curva Filadelfia distante anni luce da quella attuale, anglofilo e ammiratore del tifo d’oltremanica) sulle ceneri della militante Autonomia Bianconera, il cui simbolo era il pugno chiuso a stringere una chiave inglese intondato nella stella a cinque punte. In realtà il libro fu una conseguenza editoriale e sociale promossa dal Comune di Torino che trasformò il documentario filmato da Segre prima in una indimenticabile mostra fotografica allestita nell’avveniristico scenario di Italia ’61, a Torino nel 1980, e poi, appunto, in un testo ormai irreperibile. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperire una copia della cassetta, ci siamo rituffati indietro di ventanni, pasolinianamente alla ricerca di quei volti, di quei suoni, di quelle parole di un’Italia che non c'è più, ma con la quale la nostra memoria e le nostre vite devono ancora, quotidianamente, fare i conti.
La prima sequenza, girata nel Luna Park del parco della Pellerina, con la corsa fra le squadre di calcio in un padiglione, qualità video e suono pessima. Che emozione, come il fruscio della puntina sul vinile…come ascoltare un disco dei Pink Floyd in cui è immortalata per sempre la Kop del Liverpool che intona “You’ll never walk alone”.
I volti e le parole che diventano testimonianza storica. Uno spaccato sociale e psicologico forse ingenuo ma incomparabile: gli anni 70 di P.P.P. Studenti, operai, disoccupati delle periferie metropolitane contraddistinti dal “cioè” verdoniano, più che un intercalare un segno dei tempi. Emergono, palesi, le differenze sociali e culturali fra le due tifoserie. Gli juventini legati alla squadra come feticcio, totem da venerare e idolatrare in nome delle vittorie, dei calciatori già superstar, attesi all’uscita del Combi per farsi autografare il diario con le figurine. La Juventus da sostenere, ma che prende le distanze dai suoi tifosi più caldi e li abbandona a se stessi. “ Chi me lo fa fare di andare, che ne so, fino a Milano, litigare con la tipa, prendere le botte per la Juve e poi la società che non ci aiuta per le trasferte, non ci da contributi per fare le coreografie del tifo, non ci difende quando facciamo casino…e allora uno si rompe il cazzo e non viene più allo stadio in mezzo a noi e la domenica se ne va al cinema o a ballare in discoteca.” Dichiarano alcuni degli esponenti dei Fighters, mentre in un prato delle Vallette preparano la coreografia per il derby. Gli stessi che avevamo sorpreso nella loro sede durante un vero e proprio “collettivo” che decideva l’ideazione delle coreografie. Ingenuità creativa, ma grande fantasia e pochi mezzi:” Allora prendiamo undici conigli, li tingiamo di granata, li leghiamo tutti insieme e gli attacchiamo un cartello con scritto ultras e poi li liberiamo in campo e li facciamo correre verso la Maratona, mentre dietro, la Filadelfia tira su gli sciarponi bianconeri e i piatti di plastica, che ne so 1000 bianchi e 1000 neri, in balconata e accendiamo i fumogeni e cantiamo tutti, così un bel casino e i granata si incazzano mentre noi cantiamo conigli!” Candella , Beppe Rossi sono le voci e i volti di quella Filadelfia. Un Beppe Rossi infatuato del tifo d’oltremanica, commosso mentre nel monolocale che divide con Teresa, la sua compagna, fa ascoltare al ricercatore il frastornante cantare all’unisono dei Reds, inciso in “Dark side “ dei Pink Floyd: “ vedi è così che intendo fare il tifo, io. Tutti insieme a cantare, con le sciarpe su, per tutta la partita, senza guardare al risultato, per la squadra. Senti che roba, ti vengono i brividi..io quando vado in Filadelfia m’incazzo perché qui da noi non c’è questa MENTALITA’ (!), noi siamo la squadra, noi siamo i suoi tifosi e dovremmo cantare sempre, nel bene e nel male..come fanno i granata”. “vedi, una volta avevamo pensato di andare dagli ultras, un gruppetto di noi di dieci, venti. Li prendiamo per il culo e scappiamo. Intanto un gruppo di noi di cinquanta, cento persone nascosti dietro le viette, non appena arrivano i granata gli saltano addosso. Ma alla fine sono scappati anche quelli che erano nascosti ad aspettare gli ultras, capisci che così è difficile…”. Ma il linguaggio sgrammaticato, balbettante, visibilmente emozionato al cospetto della telecamera si scioglie in presa di coscienza, primordiale, del ruolo che i tifosi caldi andranno ad avere da li in avanti nella società dello spettacolo. Si rendono conto della risonanza che i conflitti domenicali iniziano ad avere sui giornali e in televisione. Evidente risulta la diversità delle due tifoserie, quando la telecamera di Segre entra nel covo degli Ultras Granata. Anche qui un “collettivo” che decide modalità e coreografie, ma ci sembra più cosciente collettivamente del proprio ruolo, elemento che sul versante bianconero era a pannaggio forse del solo Beppe Rossi. La presenza attiva e importante delle ragazze nel direttivo degli UG è un elemento fortemente innovativo per un mondo sessista e “MACHISTA” come quello del calcio. Ciro, Joe, Fausto, “Margaro”, le Girls preparano il derby, ma affrontano anche la realtà. E’ Margaro che spiega cosa vuol dire essere ultras del Toro:” io andavo allo stadio a vedere il Toro da gagno (in torinese ‘da bambino’, nda) insieme a mio padre, in distinti. Però guardavo verso la curva, dove c’erano i Fedelissimi, il primo club organizzato dei tifosi del Toro, ed ero affascinato dal loro modo di guardare la partita, di sostenere la squadra, di vivere il Toro sette giorni su sette. Allora è normale che quando sono cresciuto e non andavo più con mio padre, allo stadio mi mettevo in mezzo a quelli che facevano il casino. E allora dopo un po, queste centinaia di ragazzi, giovanissimi che seguivano il Toro in curva, andavano in trasferta compatti per evitare le botte dai gruppi di quelle città dove gli ultras c’erano già da qualche anno, si vedevano in fabbrica, al bar, in piazza e allora nascono gli ultras del Toro. Ci stacchiamo dai Fedelissimi e facciamo a modo nostro. I cori, i tamburi, gli striscioni, le sciarpe, i fumogeni..si c’è anche la violenza. Le tipe ci aiutano molto, nell’organizzazione del tifo, è logico che quando c’è da fare a botte stanno un poco in disparte- cazzo dici,oooohhh, disappunto delle ragazze presenti- comunque lo sappiamo che se spacchiamo qualcosa o ci scontriamo coi gobbi o con gli altri tifosi, il lunedi sul Tuttosport c’è scritto degli incidenti e non del nostro tifo, incessante, per 90 minuti (presa di coscienza, ci pare, nda)”. L’inconfondibile scenario della ferrovia che costeggia via Giordano Bruno, cuore pulsante di Mirafiori, tangente alla leggenda del Filadelfia, è il prato dove gli ultras disegnano gli striscioni, inchiodano bare di legno con i colori bianconeri, progettano cazzi giganti da tirare su con i palloncini, srotolano enormi tazebao con scritto:“ si scrive Juve si legge merda”. I Fighters alle Vallette, il quartiere dormitorio, il ghetto dove furono confinati i meridionali ‘deportati’ per lavorare alla Fiat, preparano le loro coreografie, similmente ingegnose e povere come quelle dei granata. Sono vestiti nello stesso modo: chiodi di pelle, eskimo, jeans strettissimi o a zampa d’elefante, la sciarpa della squadra al collo sempre. Che sia granata o bianconera è lo stesso. La politica:” Quelli del Toro sono quasi tutti compagni. E’ vero, i primi tempi, i capi facevano il saluto romano, facevano i fasci, e i ragazzini li imitavano. Ma poi io – è Margaro degli UG che parla- che ero amico dei compagni e dei fasci ho detto che la politica era meglio tenerla fuori dalla curva. Certo ognuno ha le sue idee, ma allo stadio c’è solo il Toro. Ti dirò, i miei vorrebbero che mi sistemassi, un lavoro fisso, la famiglia. Però sanno che quello che faccio, lo faccio per il Toro, e sono contenti ”. Anche Beppe Rossi concorda:” Fare il fascio fa figo, ma poi tutti noi, o la maggior parte lavora in fabbrica, capisci…” . Passamontagna, pugni chiusi, saluti romani, P38. E’ i 1979, non dimentichiamolo. Ma la testimonianza più pregnante, più efficace, più ponderata e significativa è quella che lascia un giovanissimo, ma già corpulento Joe, che seduto sui gradoni del mitico Filadelfia ti parla della leggenda granata, della ‘Fossa’ del Fila, e di come gli ultras siano i figli di quella leggenda, di quell’orgoglio che si scatenava al ‘trillar di tromba’. Ma ti parla anche dei primi scontri:” l’anno scorso andiamo a San Siro, contro l’Inter. Eravamo un bordello, ultras ma anche club e gente normale. Quelli dell’Inter iniziano a sfotterci, Toro merda, bastardi, conigli. Boh, noi non li cagavamo, ma quando questi hanno iniziato a cantare Superga, a infamare i nostri morti vedi tutta la gente del Toro, gli ultras ma anche i vecchi dei club, che fanno il giro del secondo anello e entriamo in curva nord, ed è un bordello, con quelli dell’Inter che scappano e volano giù dai gradoni. Poi il giorno dopo leggi ‘guerriglia allo stadio’. Per quanto ne so io la guerriglia è altra roba, chessò quando lanci le molotov e fai casino in piazza per esempio”. Ma Joe è uno che lavora a Mirafiori, in Fiat, reparto presse. Joe sa cosa vuol dire faticare, lottare per i propri diritti. Joe ha una coscienza di classe. E’ attivo politicamente, disegna vignette per il giornale del sindacato, si interessa di quello che succede intorno ed ha la coscienza critica per verificare le ingiustizie, le ghettizzazioni, le superficiali denigrazioni dei media. “Non credo di essere un disadattato perché vado allo stadio con gli ultras. Non credo di essere un violento, o perlomeno non diverso dalla società in cui vivo. Quelli che non si picchiano allo stadio lo fanno in discoteca o per un parcheggio”. E’ il giorno del derby. Quelli della Juve che scendono dal tram numero 10, davanti Porta Susa e timidamente lanciano i cori, quasi con sussiego, con imbarazzo. Quelli del Toro che “rondano” alla ricerca dei gobbi, li avvistano in corso Agnelli e quelli a gambe levate “ gli ultras, via via…”. Interno stadio. Piove, come quasi sempre negli anni settanta. Due curve stracolme all’inverosimile. Passano i carabinieri e giù fischi ed insulti, Il nemico comune per le curve, già negli anni 70. La messa pagana dei granata, con un sacerdote in sciarpa viola che benedice il cadavere della goeba, il megacesso con le gambette bianconere a fianco al mitico testone del toro sulla pista di atletica del Comunale. Bare e croci. Fumoni a barattolo appesi a bastoni ed aste, estintori, bandieroni, razzi da segnalazione navale (il dramma di Paparelli sarà di poco successivo alla realizzazione del documentario, nda), bandieroni e voce, tanta voce. “Merde siete e merde resterete. Toro, Toro vaffanculo. Gobbi di merda, voi siete gobbi di merda. Juve,juve. Toro, Toro.” La città scende in campo, le formazioni, le squadre escono dal tunnel, inizia la partita. Ma questa è tutta un’altra storia. “Allo stadio la passione non cambia”. Pier Paolo Pasolini [ riflessioni dopo aver visto una partita allo stadio]. “Il Caos” n. 1, 4 gennaio 1969.

PAGLIACCIATA ALL'ITALIANA

Bigliardi, ex col cuore diviso fra Atalanta e Napoli, non si spiega la chiusura delle curve bergamasche: "Una pagliacciata all'italiana"
Domenica pomeriggio il Napoli farà visita all'Atalanta, in una gara che promette spettacolo. Radio Marte ha pensato bene di intervistare un ex delle due squadre, Tebaldo Bigliardi.

"Domenica avrò il cuore diviso a metà - ha detto - Ho vissuto annate importanti a Napoli e un bel fine carriera a Bergamo. Tiferò al 50 per cento per tutt'e due. Sono molto contento di come stiano andando in campionato, non me l'aspettavo, ma ora credo che Atalanta e Napoli possano continuare su questi binari fino alla fine".

Questa partita avrà però un neo: le due curve dell'Azzurri d'Italia saranno chiuse... "E' un'altra pagliacciata all'italiana - ha commentato Bigliardi - Sono decisioni che non risolvono il problema. Penalizzano solo i veri tifosi e le società. Per risolvere la violenza nel calcio ci sono esempi importanti in Europa sul come agire, non credo che le soluzioni adottate in Italia siano quelle migliori".

ROMANITA'


I tifosi della Curva Sud hanno deciso di non entrare domenica allo stadio in occasione di Roma-Udinese. La motivazione che ha spinto i tifosi organizzati della Roma verso questa presa di posizione è, soprattutto, la sensazione che "si stia dimenticando" la morte di Gabriele Sandri, "superata e sepolta da un sistema deviato che salvaguarda se stesso ed i propri interessi a discapito di tutto il resto".

IL TESTO DEL VOLANTINO DELLA SUD

"Tifoso della As Roma, Ultras della Curva Sud, semplice utente di questo calcio industria o illuso e romantico sostenitore di un ideale e di uno stile di vita, a te rivolgiamo queste righe per spiegare il perchè, domenica prossima in occasione di Roma -Udinese, la Curva Sud dovrà rimanere vuota di passione e di persone.
La morte di Gabriele Sandri sembra si stia dimenticando, superata e sepolta da un sistema deviato che salvaguarda se stesso ed i propri interessi a discapito di tutto il resto.
Tutto viene e sarà stravolto, distrutto e ricostruito con l' unico obiettivo di essere strumento per i classici e soliti giochi di potere;
è quello che sta accadendo, ora come sempre.
In un paese dove " la legge è uguale per tutti ", ma non tutti sono uguali davanti alla legge, siamo ancora una volta spettatori di una nuova ingiustizia e, di vederci ennesimamente puntati contro i
riflettori di un opinione pubblica strumentalizzata da stampa, massmedia e lobby di potere.
L' Ultras va eliminato, perchè le curve sono oasi di pensiero libero e non omologato, in una società vuota di valori e lobotomizzata; sono un terreno non ancora massificato ed instradato nei soliti binari degli interessi, un terreno che non fa certo comodo a chi tutto controlla.
C' erano una volta le coreografie, i colori, le bandiere e gli striscioni, ricordi di una curva che ci hanno accompagnato da sempre e che oggi con tutta questa repressione diventeranno sempre più ricordi sbiaditi.
Da qui oggi nasce la nostra riflessione e presa di coscienza che ci porta a rimanere fuori, non solo dalla Curva ma anche da questo stato di cose; ed è quello che chiediamo ad ognuno di voi, di riflettere, ricordare e iniziare a comportarsi come ognuno ritiene più giusto in un momento decisamente delicato.
Non ci troverete fuori i cancelli della Sud domenica, perchè a qualcuno farebbe comodo dire che la nostra prepotenza ha lasciato la curva vuota e, per non far parlare ancora chi dovrebbe una volta tanto nella vita farsi da parte, almeno ora.
L' unica possibilità per salvare la propria dignità e i propri diritti, passa attraverso la scelta di ognuno di noi che siamo allo stesso tempo complici e vittime di questo circo, che lasciato solo è destinato ad estinguersi.
L' appuntamento è domenica alle 14 al Circo Massimo con sciarpe e bandiere uniti nel pensiero, nella passione e negli ideali per tifare la nostra Roma........visto che di circo si parla.
CHE OGGI LO SPETTACOLO ABBIA INIZIO...
MA SENZA DI NOI!

I GRUPPI DELLA SUD"

LIBERTA' DI ESPRESSIONE?


La Curva Nord “Maurizio Alberti” intende precisare i fatti incresciosi accaduti sabato a Verona: come largamente preannunciato, siamo entrati mezz'ora prima dell'inizio partita e abbiamo attaccato uno stendardo (“giustizia per gabriele” - piccolo e non autorizzato) e abbiamo incominciato ad intonare i nostri cori. L’intenzione era di cantare fino al fischio di inizio per poi rimanere in silenzio per 90 minuti. Ad un certo punto abbiamo visto decine di celerini in tenuta anti-sommossa sbucare dalle entrate della curva al grido: “o levate lo stendardo per Gabriele o carichiamo tutta la Curva”. In quel momento in curva c'erano anche bambini, donne e anziani… Per evitare un massacro ed evitare di essere strumentalizzati proprio nel giorno del silenzio per Gabriele, abbiamo levato lo stendardo e siamo usciti dallo stadio. Chiaramente la notizia a carattere nazionale non è stata riportata e poco anche a carattere cittadino. Per noi invece questo fatto è gravissimo e siamo convinti che se non avessimo levato lo stendardo e la celere avrebbe caricato si sarebbe parlato di tafferugli procurati dagli ultras pisani, di terrorismo e di attacco alle forze dell'ordine. PER UNA VOLTA abbiamo preferito andar via piuttosto che essere strumentalizzati proprio nel giorno del ricordo di Gabriele Sandri e piuttosto di vedere la testa della gente spaccata per aver commesso “il gravissimo reato” di aver chiesto giustizia per un ragazzo assasinato da un colpo di pistola alla testa. Siamo veramente stanchi di questi soprusi e siamo nauseati da tutta questa ipocrisia. NON BISOGNA CHIEDERE IL PERMESSO A NESSUNO PER CHIEDERE GIUSTIZIA PER UN RAGAZZO MORTO A 26 ANNI IN QUELLE TRAGICHE CIRCOSTANZE... GIUSTIZIA PER GABRIELE

Curva Nord “Maurizio Alberti”- Pisa

PALADINA DELL`IPOCRISIA


"Mi sembra che la signora Marisa Grasso abbia un presenzialismo eccessivamente marcato, farebbe bene a parlare di meno". Non usa giri di parole l'amministratore delegato del Catania, Pietro Lo Monaco, per commentare le dichiarazioni della vedova dell'ispettore capo di polizia Filippo Raciti.

La signora Grasso, che domenica non andrà allo stadio a vedere Catania-Palermo per "non subire altro dolore" e perché la "città non ha rispettato la memoria" di suo marito "non intitolandogli lo stadio come meritava per non dimenticare", aveva prospettato l'ipotesi di vietare il derby "non ai tifosi rosanero ma a quelli etnei, per una questione di giustizia: la soluzione equa sarebbe stata quindi di farlo disputare a porte chiuse".

"Non capisco le valutazioni della signora Raciti - aggiunge Lo Monaco -: se il Viminale ha deciso di fare giocare la gara a porte aperte è perché i tifosi del Catania hanno dimostrato di essere rispettosi delle regole. Certo, dispiace che non si siano anche i tifosi del Palermo, ma se il Viminale ha deciso così a noi sta bene comunque. Sono certo che domenica i nostri tifosi daranno comunque un ennesimo esempio di grande civiltà".

ULTRAS O STEWARD?


«Che figlio di p..., pezzo di m...». Sugli spalti alla fine di una partita di pallone questi sono vocaboli di ordinaria rabbia dei tifosi contro l'arbitro che non ha fischiato un rigore o che non ha convalidato un gol alla squadra del cuore. Già rabbia dei tifosi. Se però queste parole le pronunciano gli steward, gli addetti alla sicurezza all'interno dello stadio, la cosa allarma un po'. È successo a Genova sabato scorso. Rosetti ha appena fischiato la fine di Genoa-Roma con i giallorossi vincitori nel finale grazie a un gol di Panucci. La sua direzione di gara è stata infelice tra un rigore non assegnato alla Roma ed un fuorigioco inesistente fischiato al Genoa. Quando Rosetti si incammina nel tunnel mobile che porta agli spogliatoi, succede il misfatto. I due steward, due piccoli imprenditori che da 15 anni fanno le maschere al Luigi Ferraris di Genova, pronunciano quelle che il giudice sportivo Gian Paolo Tosel definisce «espressioni ingiuriose» nei confronti dell'arbitro. Roberto Rosetti sente tutto e annota.

E così quegli insulti si trasformano in una multa alla società rossoblù: 4mila euro. E così i due, descritti come persone pacifiche, sono stati allontanati dal servizio e dalla prossima partita casalinga non saranno più allo stadio. «Non si possono permettere comportamenti di questo tipo» ha dichiarato Alessandro Zarbano, amministratore delegato del Genoa, società che, come altre in Italia da qualche tempo ha a disposizione un gruppo di steward già formati per essere del tutto operativi nell'anno nuovo.

VERSILIANI D'ACCIAIO


Il presidente del Viareggio e gli ultras oggi non seguiranno la squadra a Lucca, dove alle 14,30 giochera' la gara di ritorno dei sedicesimi di Coppa Italia.

Nei giorni scorsi infatti su indicazioni dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive il prefetto di Lucca, Carmelo Aronica, aveva disposto il divieto della trasferta ai tifosi del Viareggio disponendo la chiusura del settore ospiti allo stadio Porta Elisa. Il presidente Stefano Dinelli ha invitato i suoi tifosi ad usare il buonsenso e cosi' per dare l'esempio oggi ha deciso di rimanere a casa. Gli ultras che in un primo momento volevano seguire la squadra ugualmente, occupando i posti della tribuna, hanno deciso invece di ritrovarsi allo stadio dei Pini in gradinata ascoltando la partita per radio.

INTER...TRISTI


Chiusura del settore ospiti per i tifosi nerazzurri dello stadio Artemio Franchi per Fiorentina-Inter di domenica 2 dicembre: lo ha stabilito stasera il prefetto di Firenze, Andrea De Martino, sulla base delle valutazioni espresse dall'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. "Il trasferimento della tifoseria nerazzurra a Firenze - si legge in una nota della prefettura - è stato giudicato rischioso per motivi di ordine pubblico a causa dei ripetuti incidenti e i comportamenti violenti di cui si sono resi protagonisti gruppi di sostenitori interisti nel campionato in corso e nei precedenti tornei, anche lungo i percorsi delle trasferte. Su 19 incontri monitorati sono rimasti coinvolti in otto episodi che hanno determinato gravi turbative".

Il settore dello stadio vietato alla tifoseria ospite, secondo quanto previsto dal prefetto, potrà essere utilizzato dalla Acf Fiorentina, d'intesa con il Comune di Firenze, per famiglie, scolaresche, ragazzi delle scuole calcio e anziani. I biglietti della partita saranno messi in vendita esclusivamente nella provincia di Firenze, al di fuori della quale sarà vietata la diffusione attraverso i circuiti telematici. Sarà possibile acquistare un solo biglietto per spettatore e vietata la cessione dei tagliandi.

28 novembre 2007

Poliziotti

Gli agenti elvetici intendono approfittare dell'esperienza fatta dai loro colleghi in occasione della Coppa del mondo dello scorso anno

In vista del Campionato europeo di calcio del 2008, poliziotti svizzeri e tedeschi si sono esercitati insieme in questi giorni per la prima volta. Gli agenti elvetici intendono approfittare dell'esperienza fatta dai loro colleghi in occasione della Coppa del mondo dello scorso anno.

Le operazioni si sono svolte nei pressi della citta di Lahr, nel Land del Baden-Württemberg. In totale, 46 poliziotti hanno partecipato alle esercitazioni che erano incentrate sull'idenificazione e l'arresto degli hooligans, hanno dichiarato il governo del Land e la Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali della Svizzera (CCPCS). È stato inoltre sottoposto a prova il controllo di gruppi di tifosi su treni e autobus.

Durante l'EURO 2008, alcuni poliziotti tedeschi verranno in Svizzera a dare una mano ai loro colleghi elvetici. Durante il mondiale del 2006 in Germania, 25 poliziotti elvetici si erano recati in Germania. L'esperienza era stata giudicata positiva.

Genoani scarcerati e giornalisti rosicanti

La giustizia sportiva italiana sembra proprio non volerne sapere di condannare gli atti di violenza nel mondo calcistico. Questo pomeriggio altri due tifosi del Genoa, Stefano Montaldo e Fabio Praticò, fermati lo scorso 23 settembre per gli incidenti avvenuti prima del derby contro la Sampdoria, sono stati scarcerati con l’obbligo di firma quotidiano dal lunedì al venerdì, mentre per sabato e domenica l’obbligo è di firmare due volte al giorno in concomitanza delle partite di calcio. Altri due ultrà si trovano agli arresti domiciliari.

Perugini a casa

Sulla base delle analisi dell'Osservatorio del Viminale, il prefetto di Potenza ha deciso la chiusura del settore ospiti dello stadio 'Viviani' per la gara di serie C1 Potenza-Perugia, in programma domenica prossima. Inoltre, il prefetto dispone la vendita dei biglietti esclusivamente nella provincia di Potenza, con conseguente divieto di diffusione e vendita attraverso i circuiti telematici al di fuori della stessa, l'acquisto di un solo tagliando per ciascun acquirente e il divieto di cessione sia dei tagliandi che degli abbonamenti.

Siamo tutti sospettati

Andrea Cortellessa

Presentando il «pacchetto sicurezza» all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, il ministro dell’Interno Giuliano Amato disse che non occorreva «tirare in ballo la filosofia». Ma che ne pensano i filosofi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Agamben, uno tra quelli che più ha riflettuto sui dispositivi della politica.

Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».

Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»

Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»

Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»

Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».

CHI E'
Il fiosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapportitra filosofiae politica. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.
La Stampa, 27 novembre 2007, p. 45

ANNO DOMINI 1978 parte 3^


Continua il nostro amarcord negli anni 70, attraverso il lavoro del regista e sociologo torinese Daniele Segre e gli articoli dell'epoca che ne parlarono diffusamente.

Ultras, perchè
Articolo di: Bruno Perucca / La Stampa

Data pubblicazione: 15.11.1978


Testo dell'articolo:
In qualche capannone abbandonato, in qualche prato di periferia. gli «ultras» bianconeri e granata stanno preparando striscioni, croci, teschi, inventando nuovi slogans, preparando i piani di battaglia per il derby di domenica, il rito triste, soprattutto triste, di qualche centinaio di giovani che prendono la strada del Comunale avvolti da sciarpe colorate alzate sul viso, sventolando stendardi con scritte irridenti all'avversario, gridando frasi di gratuita intonazione politica (un corteo di protesta è altra cosa, il «cuore» del gruppo è più che sano) sta per ripetersi.
Non si accorgeranno, o fingeranno di non vedere, quando provocatori di professione si mischieranno a loro, accenderanno fuochi polemici, getteranno in campo il primo mortaretto. Ed i provocatori potranno innescare altre micce prima e dopo la gara, come alla fine di Juve - Milan quando vennero rotti i vetri a decine di pullman. Non saranno neppure troppo disturbati, ben prima dell'altra domenica si era avuta l'impressione che stadio e dintorni siano considerati una palestra di sfogo, persino utile, anche da chi dovrebbe sorvegliare. Si agitino attorno a piazza d'Armi, quando arriveranno in centro avranno esaurito la carica rabbiosa.
Questa rappresentazione di violenza gratuita. di pazzia collettiva almeno per chi osserva i gruppi dall'esterno, ce l'ha ricordata Daniele Segre, ex atleta (salto triplo), giovane regista, autore di un film documentario che l'Assessorato allo Sport di Torino ha sottoposto al giudizio di un gruppetto di addetti ai lavori, in previsione di una azione di informazione e educazione da tenersi nelle scuole e nei quartieri. Con fedeltà cronistica e notevole abilità nel filmare e soprattutto nel montaggio, Segre ha offerto uno spacco non marginale di vita cittadina. Il giovane regista non sarà rimasto troppo deluso se i giudizi (non sui lavoro. ma sull'opportunità di diffonderlo per iniziativa comunale, sui possibili effetti) non sono stati del tutto favorevoli
La sua intenzione è quella di sottolineare la condizione di vita in cui maturano certi sfoghi, di spiegare la necessità di molti giovani di trovare un «momento» comune, di avere un motivo per riunirsi e fare qualcosa, non importa cosa, è apparsa evidente, ma la forza delle immagini ha violentato i propositi di Daniele Segre, per offrire soprattutto un documento amaro, drammatico, di un certo tipo di comportamento in una delle due curve del Comunale.
"Il potere dev'essere bianconero" (questo il titolo del film, tratto da uno slogan gridato e scritto dal gruppo) ha pre¬o in esame la curva Filadelfia ma è chiaro che la scelta non influisce minimamente sul fatto di costume. anche se - questo é stato uno dei motivi di perplessità - il necessario distacco critico non è garantito da tutti i possibili spettatori di domani. Sull'altra curva, la Maratona, il discorso è lo stesso, i colori non incidono sulla sostanza. Se è drammatico che la solitudine cui la città moderna costringe molti giovani si annulli illusoriamente in manifestazioni collettive insulse, è tragico che - come ha spiegato Segre - i protagonisti si siano già visti sullo schermo, in visione privata, con unanime soddisfazione. Nessuna vergogna, quindi, la certezza che "è giusto così".
Qui sta il nocciolo del problema che gli «ultras» riproporranno domenica. Escludendo i provocatori di professione, i giovani che gridano parolacce ed imbrattano i muri di scritte oscene pensano di «non avere altri mezzi per esprimersi". Lo stadio come palestra di violenza, il segno della P.38 con le dita, le parole scandite su ritmi presi a prestito dalla politica debbono far meditare, non soltanto indignare. «Non ho fatto un film sul calcio ma sulla condizione di certi giovani, ha spiegato Segre, e non era neppure necessario. Il fatto che questi ragazzi non se la prendano magari contro i giocatori milionari, dimostra la completa confusione delle loro idee. Si intruppano in un .partito granata o bianconero. per fare qualcosa insieme, per sentirsi forti. Conoscere la situazione é importante, per cercare di porvi rimedio. Sostenere che "nulla hanno a che fare col calcio" è la verità, dire "sono delinquenti" è troppo facile.

Passaporto elettronico

Sarà realizzato ad Arzano e sperimentato, a partire da dicembre, allo Stadio Friuli di Udine, il passaporto che permetterà ai tifosi l’accesso agli stadi. La card conterrà un microprocessore e un’antenna per la trasmissione dei dati in radio-frequenza (RF-Id - Radio Frequency Identification). La notizia è stata data ieri ad Arzano in occasione dell’inaugurazione della nuova fabbrica Gep, la prima in Italia e una delle quattro nel mondo in grado di produrre i semi-lavorati (paper-lam) per la realizzazione dei passaporti elettronici.
di Sabrina Milano
Parte a dicembre dallo stadio Friuli di Udine e durerà fino alla fine del campionato di calcio la sperimentazione del PassaSport: un passaporto per l'accesso agli stadi dedicato al tifoso, contenente un microprocessore e un'antenna per la trasmissione dei dati in radio frequenza. Un esperimento d'attualità che si collega alle iniziative messe in atto per scoraggiare la violenza negli stadi e quindi alla necessità di controllare in qualche modo gli accessi. Franco Soldati, presidente dell'Udinese, e Paolo Pepori, amministratore delegato di Gep, hanno siglato l'accordo ad Arzano in occasione dell'inaugurazione della nuova fabbrica Gep, che opera nel campo della tecnologia e della sicurezza alla presenza del ministro delle Riforme e dell’Innovazione nella Pubblica Amministrazione Luigi Nicolais e del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino (vedi riqadro in pagina).
"Da sempre - afferma Soldati, che ha anche mostrato un prototipo del passaporto - la nostra società è in prima linea quando si tratta di innovazione tecnologica applicata al mondo del calcio. E' un progetto interessante. Come Udinese abbiamo accolto favorevolmente questo tipo di sperimentazione, ritenendola utile in prospettiva per migliorare e ottimizzare l'accesso allo stadio dei nostri tifosi".
"Sono convinto - ha aggiunge Paolo Pepori, amministratore delegato di Gep - che un uso appropriato della tecnologia debba semplificare e, dove possibile, rendere più sicura la vita del cittadino. Il PassaSport ne è un esempio. Utilizza, infatti, la stessa tecnologia del passaporto elettronico, garantendo lo stesso livello di sicurezza nella identificazione della persona e gli stessi dispositivi contro la falsificazione. Inoltre, rende più veloce e fluido l'accesso agli impianti sportivi".
L'accordo Udinese-Gep riguarda, inizialmente, la realizzazione in via sperimentale dei PassaSport per i giornalisti accreditati allo stadio Friuli. Uno dei varchi di accesso sarà attrezzato con un'apparecchiatura palmare dotata di antenna e radiofrequenza e un software di lettura. Il possessore dei PassaSport si presenterà al varco e il personale ad sdetto potrà rilevare in pochi secondi le generalità del proprietario e l'autenticità del documento. Ciò - è stato sottolineato - avverrà senza la necessità di inserire il PassaSport nel lettore ma semplicemente avvicinandolo attraverso la tecnologia di prossimità, a circa 20 centimetri. I risultati saranno un abbattimento dei tempi di accesso all'impianto, nonché un controllo più accurato dei frequentatori dello stadio.
I dati anagrafici necessari all'identificazione saranno inseriti nei PassaSport, "in assoluta sicurezza e con il consenso esplicito del tifoso", presso la nuova fabbrica di Gep e criptati, al fine di evitare la falsificazione e garantire la privacy del possessore.

Ultras come cavie

Roma - Le carceri scoppiano: i dati di aumento della popolazione carceraria tornano a preoccupare e il sindacato della Polizia Penitenziaria non ci sta. In un lungo approfondimento pubblicato sull'ultimo numero della rivista Polizia Penitenziaria - Società, Giustizia, Sicurezza si parla del braccialetto elettronico, unica vera e possibile soluzione, già usata in altri paesi, per garantire sorveglianza e monitoraggio alternativi alla reclusione tradizionale. Una misura potenzialmente utilizzabile in una miriade di casi.

dietro le sbarreNon è certo la prima volta che si sente parlare di braccialetto elettronico in Italia ma dopo le sperimentazioni del 2001 i progetti sono andati progressivamente disgregandosi. In realtà da novembre 2006 nessuno nel Belpaese utilizza questo dispositivo.

Si tratta invece, sostiene il sindacato SAPPE, di una misura che non solo viene utilizzata già in molti paesi, come USA e Olanda, ma che potrebbe almeno in parte svuotare le carceri, agevolare il lavoro delle forze dell'ordine e far recuperare efficienza agli stessi organi di polizia penitenziaria. "In Inghilterra - si legge sulla rivista - il braccialetto elettronico è stato sperimentato nel 1995 e dal 1997 in poi oltre 130mila persone hanno usufruito della detenzione domiciliare monitorata elettronicamente. Il dispositivo di controllo è stato poi adottato anche nei confronti degli hooligans sottoposti a diffida e, dal 2002, è stata estesa l'applicazione ai minorenni".
Il motivo è ovvio: l'evoluzione di questa tecnologia non solo permette di sapere se il soggetto è nel luogo dove è stato stabilito che debba trovarsi, ma anche di visualizzare e seguire i suoi spostamenti. Questo significa che possono essere sottoposti a braccialetto tutta una serie di detenuti che potrebbero muoversi in aree previste in sicurezza e che non potrebbero uscire da queste o dai percorsi preventivati. Una flessibilità di applicazione che, secondo la rivista, già porta all'estero enormi benefici. Il braccialetto, inoltre, non può essere rimosso senza far scattare un allarme ad hoc.

una cavigliera elettronica"Dal 2004 - ricorda l'approfondimento pubblicato dalla rivista sindacale - è stata avviata una sperimentazione per i casi di pedofilia e di violenza domestica. Sempre in Inghilterra è stata di recente annunciata la volontà politica di ricorrere ad un provvedimento di clemenza (indulto o amnistia) previa applicazione della sorveglianza domiciliare mediante braccialetto elettronico. La percentuale di successo della misura si è attestata intorno al 97 per cento e, attualmente, c'è una media di 13mila detenuti al giorno sottoposti al controllo".

"Questi dati - conclude l'articolo - dovrebbero essere più che sufficienti per indurre il nostro governo a rilanciare, da subito, l'applicazione di questo dispositivo di controllo".

E POI CI CHIEDONO PERCHE'...


Non vorremmo anche noi fare parte dei cori benpensanti che si indignano per queste notizie di cronaca che portano alla ribalta fatti di cui bisognerebbe vergognarsi. Però se consideriamo che una persona ubriaca che ammazza quattro ragazzi con un furgone , diventa testimonial di una linea di abbigliamento e contestualmente appare come ospite in discoteca a tremila euro a serata , ci auguriamo come minimo che i ragazzi della Curva Nord di Bergamo o quelli di Roma accusati di terrorismo e messi alla berlina dai media nazionali per giorni e giorni, entrino perlomeno a far parte dello staff di Amici di Maria De Filippi. O tempora o mores...attendiamo che Sundas venga a proporci, a Vincenzo e a me, di diventare tetimonial della linea Ultras ergo sum...
Domenico



Strage Appignano: Alessio Sundas, "Per Marco Ahmetovic anche serate in discoteca da 3.000 euro"


MILANO - "Ahemtovic firma gia' una linea di occhiali, profumi, orologi, pantaloni, e ha scritto il libro 'Anch'io sono un essere umano'." Alessio Sundas, l'agente di moda che ha scritturato il giovane rom che ubriaco uccise quattro ragazzi con il suo furgone, racconta in un'intervista all'agenzia Agr i suoi progetti. "Ho gia' richieste di chi lo vuole testimonial in discoteca. Lui prendera' 3000 euro e sara' proposto per queste serate con gli altri artisti che sono in esclusiva con la mia societa'." Sundas precisa anche i termini economici dell'accordo: "Ahmetovic ha un contratto di esclusiva con me di 40mila euro, diritti di immagine, ecc. Calcolate le spese si arriva a 50mila euro." "L'operazione pubblicitaria che coinvolge Ahemetovic e' nata mesi fa" dice Sundas. "Io ho fatto una scommessa: secondo me un personaggio che commette un reato puo' diventare una star. Per esempio a Perugia. Per Lumumba, che ora e' fuori dal carcere, si parla di un cd musicale. La strage di Erba... Lui (Azuz Marzuk, ndr), a cui hanno distrutto la famiglia, firma linee di abbigliamento e apre ristoranti. La Franzoni scrive libri e vuole soldi per andare ospite nei programmi televisivi." "E' l'opinione pubblica che lo vuole" conclude Sundas. "La televisione e' fatta di share. I giornali, se c'e' una notizia, la comprano." (Agr)

TREVIGIANI CATTIVONI

Vittime della violenza, a poche ore di distanza, un moldavo di 30 anni e un marocchino di 40. Quest’ultimo, clandestino, è stato espulso

L’aggressione a S.Leonardo, al bar «covo» dei tifosi legati a Forza Nuova.

Due stranieri picchiati nello stesso bar a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Un moldavo di 30 anni e un marocchino di 40 sono stati aggrediti sabato sera da un gruppo di ultrà del Treviso calcio. Ragazzi che alcuni testimoni hanno descritto simpatizzanti di gruppi di estrema destra come «Forza Nuova» e «Veneto Skinhead». I pestaggi sono avvenuti nel bar «Il Cicchetto» in piazza San Leonardo. Il più grave è stato il nordafricano che è stato costretto a presentarsi al pronto soccorso del Ca’ Foncello a causa delle lesioni riportate dal pestaggio. Nel bar sono arrivate due Volanti. Gli agenti hanno identificato i clienti del locale.
Dopo il pestaggio avvenuto venerdì sera al «Bottegon», sabato è accaduto nuovamente. Un gruppo di ultrà del Treviso calcio sono stati protagonisti di un vero e proprio pestaggio. Al «Bottegon» avevano preso di mira un ubriaco, sabato sera dentro il bar «Il Cicchetto», due stranieri. La loro unica colpa era di essere entrati nel bar «sbagliato».
Il primo allarme è scattato poco dopo le 21 quando qualcuno chiama il 113. Ha visto un gruppo di uomini picchiare un ragazzo. Quando la Volante arriva il moldavo trentenne ha il volto sanguinante, racconta cosa è accaduto, ma decide di non presentarsi al pronto soccorso. I poliziotti controllano i clienti, alcuni di loro sono volti conosciuti della curva del Treviso.
Passano due ore quando, poco dopo le 23, dallo stesso bar di piazza San Leonardo arriva una nuova richiesta di soccorso. C’è stato un altro pestaggio, ma questa volta la situazione è più grave. Un marocchino quarantenne, è stato malmenato dal solito gruppo di persone. Mentre viene portato al pronto soccorso, i poliziotti compiono un nuovo accertamento sui clienti presenti nel locale. Anche questa volta, sono quasi tutti legati all’estrema destra. I nomi di chi ha picchiato il marocchino non saltano fuori, ma sono in corso accertamenti per identificare i colpevoli.
Per il nordafricano poi oltre alle ferite riportate dal pestaggio, c’è stata anche un’altra conseguenza. Privo di documenti e già destinatario di un’ordine di espulsione, è stato arrestato. Della vicenda di sabato scorso si stanno occupando anche gli uomini della Digos che da tempo tengono sotto controllo il mondo degli ultrà e del tifo violento.
Proprio sabato sera 58 ragazzi che frequentano la curva del Treviso e che per mesi gli era stato vietato di rimettere piede in uno stadio sono tornati al Tenni. Erano i ragazzi che a Verona avevano tirato un petardo in un parco giochi per bambini e sotto una macchina che ha rischiato di saltare in arua.
Dalla fine della partita fino al pestaggio al bar erano passate soltanto poche ore. Tutto era filato liscio allo stadio, ma si sono sfogati più tardi. Una serata di divertimento senza violenza, evidentemente, è sempre più difficile

CARRARESI


Comunicato Curva Nord Lauro Perini

Anche noi come Curva Nord Lauro Perini aderiamo alla forma di protesta che è stata decisa, fra le altre, dagli incontri avvenuti a Milano. Questo perché riteniamo giusta una risposta Ultras al susseguirsi delle vicende iniziate dall'uccisione di Gabriele Sandri. Domenica mattina 11 Novembre 2007, infatti, un poliziotto uccideva con un colpo di pistola alla testa questo ragazzo, solamente perché partecipe di una presunta rissa (?!). Da questo purtroppo è scaturito, come sempre ormai succede, una condanna unanime da parte delle istituzioni (in primis dal nostro "carissimo" ministro Amato, già autore del precedente decreto assieme al ministro Meandri), dai vertici di polizia e dalla quasi totalità degli organi di informazione verso il mondo Ultras.

I fatti di quella mattina, avvenuti alle 9:00, sono stati volontariamente tenuti nascosti fino alle 13:00. Da subito si voleva far passare l'accaduto come accidentale (colpi sparati in aria) ed oltre a questo senza sospendere, come già avvenuto per il caso Raciti, le partite:

LA MORTE E' UGUALE PER TUTTI!

Questo ha fatto si che, dalla rabbia per questi assurdi e vergognosi comportamenti tenuti dalle istituzioni, avvenissero nel pomeriggio degli scontri a Bergamo, Taranto, Milano e a Roma in serata, dopo la conferenza stampa delle 19:00, in cui il questore di Arezzo (probabilmente pilotato dai vertici), senza il benché minimo umano rispetto per la vita spezzata, parlava ancora di colpi sparati in aria, quando la realtà dei fatti era già fin troppo chiara a tutti, cioè Omicidio!!!

Questi scontri sarebbero stati evitati dando chiaramente notizia immediata della verità, e trattando il poliziotto come qualsiasi cittadino, che invece è tuttora in libertà, senza essere mai stato sottoposto ad esami alcolemici e tossicologici subito dopo il fatto, come di consueto avviene in questi casi.

Forse tutto questo era proprio studiato e voluto...?!

Questa decisione allo sciopero del tifo oggi non va comunque ad intaccare la nostra mentalità Ultras, né a modificare il nostro giudizio su quelle tifoserie che continuano ad impugnare orgogliosamente le lame, a lucrare sul tifo e, e più recentemente, a sottomettersi per sporchi interessi alle autorizzazioni per striscioni, impianti audio e quant'altro.

Noi siamo contro a tutto questo da sempre, ritenendo proprio suddetti comportamenti, da parte di certe curve, il pretesto per le istituzioni di varare decreti anticostituzionali (vedi libertà di espressione scritta e verbale!!!) e conferire poteri speciali alle forze dell'ordine (vedi Daspo preventivi, sommari, arbitrari e ingiustificati!!!!!).


Non ci avrete mai come volete voi!!!

Curva Nord Lauro Perini