27 ottobre 2007

Garrone

MARCO ANSALDO
Presidente Garrone, è proprio vero come ha detto Abete che stiamo andando verso la normalizzazione degli stadi?
«A me non sembra che l’aria sia cambiata così tanto. Mi dica lei se è molto normale perquisire a quel modo le signore di una certa età che si presentano ai cancelli con la sciarpa al collo. Oppure costringere la gente perbene a code lunghissime per ritirare un biglietto o per entrare nello stadio».

Però nel confronto con la passata stagione c’è un calo fino all’80 per cento degli incidenti e dei feriti. Non è un risultato importante?
«Si sta facendo moltissimo per riportare la sicurezza, tuttavia qualcosa non mi convince».

In che senso?
«Succede nel calcio come in altri settori del Paese. Ad esempio si fa la guerra all’abusivismo per cui se devi spostare una finestra in un palazzo ci vogliono chili di carta bollata e anni di tempo per ottenere i permessi ma i controlli sulle case abusive sono blandi e continuano a costruirne. Così sta succedendo nel calcio. Per fare osservare le regole si pesa soprattutto su chi già le rispettava».

Però in questo modo si effettua anche una scrematura più attenta sugli ultrà.
«Io preferisco parlare di violenti perché gli ultrà sono ancora un’altra cosa: nella Samp ce ne sono tantissimi che vengono allo stadio per tifare e non per creare problemi. Anche quelli coinvolti negli incidenti prima del derby erano gruppetti di violenti che hanno fatto della partita un’occasione per scontrarsi e menare le mani».

Va bene, però esistono.
«E li conoscono benissimo. Non credo che sarebbe così difficile bloccarli e tenerli lontano dal calcio: qualcuno è stato fermato con le diffide però in due mesi di campionato ci sono stati incidenti, risse, agguati e domenica scorsa a Cagliari è scoppiato un petardo in faccia a un giocatore. Segno che i petardi entrano insieme a certa gente e in questo non è cambiato molto. La mia sensazione è che a rimetterci finora siano stati soprattutto i tifosi perbene e non i violenti che rappresentano forse lo 0,5 per cento dei frequentatori di uno stadio. Per questo non condivido l’idea che si stia andando verso la normalizzazione».

Qual è il pericolo?
«Che ci si illuda di aver sconfitto i violenti e che si scoraggi le gente perbene, cioè la quasi totalità dei tifosi, a frequentare gli stadi: noi dobbiamo lavorare per avvicinarli e non per allontanarli».

Matarrese dice che d’ora in poi è l’Osservatorio a dover decidere le restrizioni, togliendo spazio alle iniziative dei prefetti. E’ una chiave accettabile?
«Con Matarrese sono spesso in disaccordo e lo sono anche in questo caso. Mi sembra che il polso di una città lo abbia il Prefetto più che un organismo centralizzato: lui conosce i problemi, i personaggi, ha una frequentazione diretta degli inquirenti e di quella «intelligence» indispensabile per prevenire gli incidenti. Insomma credo che quando un Prefetto si muove lo faccia su informazioni sicure e di prima mano».

Non c’è il rischio di una eccessiva disparità di trattamento, tra i Prefetti più rigidi e quelli più permissivi?
«E’ possibile ma credo che tra loro ci siano sufficienti canali per consultarsi e per rendere più omogenee le loro iniziative pensando alla città e all’evento che devono tutelare».

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