30 luglio 2007

Ci risiamo

Ci risiamo, ancora i campionati devono cominciare e già si verificano episodi di violenza. Il difensore del Potenza, formazione di C1, Luigi Cuomo, neo-acquisto, è stato aggredito da alcuni tifosi calabresi a San Gregorio Magno, in provincia di Salerno dove la squadra si trova in ritiro. Unica "colpa" del giocatore è quella di essere un ex giocatore del Melfi. L'increscioso episodio ha provocato l'annullamento della partitella in famiglia programmata nel pomeriggio e l'annuncio di dimissioni da parte del presidente del Potenza Postiglione.

Nuove Brigate Rosse

MILANO - Dalle critiche alla Balzerani fino all'attenzione per gli stadi italiani, indicati come luoghi per reclutare adepti, passando per il G8 «dove c'era anche l'ispettore capo ucciso a Catania, Filippo Raciti». C'è un po' di tutto nella relazione consegnata ai pm sulle intercettazioni ambientali dei 17 terroristi arrestati nel procedimento milanese sul Partito comunista politico-militare. Intercettazioni che confermano l'attitudine «movimentista» della Seconda posizione delle Br.

LE CRITICHE ALLA BALZERANI - Nel corso delle loro conversazione gli arrestati criticano una «tipa» che si è incontrata di recente con Maria Fida Moro e che potrebbe essere l'ex Br Barbara Balzerani. La figlia dello statista ucciso aveva dato infatti parere positivo alla libertà vigilata dell'ex Br. Alfredo Davanzo, ritenuto dagli inquirenti uno dei leader del gruppo, il 10 febbraio scorso «afferma di aver visto il film «La classe operaia va in Paradiso» con Volontè e lo commenta descrivendo alcune scene». Accenna quindi «a un documento che ha letto e che contiene testimonianze operaie che trova bellissime. Accenna a compagni romani, ex MPA (Movimento per l'Autonomia), che ha visto recentemente e gli hanno parlato di una specie di convegno ricostruttivo degli anni '70, che sarebbe in preparazione». Sempre secondo la ricostruzione fatta dalla Digos, Claudio Latino dice invece di aver saputo che «una tipa (la Balzerani appunto), di cui non ricorda il nome, si sarebbe recentemente incontrata con Maria Fida Moro. Sembra che commentino negativamente questa circostanza». Latino racconta inoltre di aver visto solo su una rivista, Oggi o Gente, che a Milano sono stati diffusi dei volantini a firma Br contro la Banelli e il pentitismo. Davide Bortolato, invece, fa cenno alla notizia, apparsa tempo fa sul Gazzettino, secondo cui «in Veneto vi sarebbe un brigatista sardo che prima sarebbe stato in Toscana e poi si sarebbe spostato in Veneto».

GLI STADI COME LE MOSCHEE - L'aspetto «movimentista» appare evidente anche in altre intercettazioni. Nella relazione gli agenti della Digos scrivono che Alfredo Davanzo «parla delle immagini della festa di S Agata a Catania» e, con Claudio Latino e Davide Bortolato, discute «dell'episodio dell'uccisione del poliziotto (l'ispettore capo Filippo Raciti), commentando negativamente le notizie sugli innumerevoli arresti e perquisizioni che ne sono seguiti». Davazo «ritiene che vi sia stata una rivolta generale contro gli «sbirri» anche da parte dei «fasci» che avrebbero preso subito le distanze». Latino considera «che il casino è venuto fuori per il lancio di lacrimogeni, finiti, forse per errore, all'interno dello stadio, determinato, però, da incidenti all'esterno. Sempre Davanzo «paragona la situazione dello stadio a quella delle banlieues e sottolinea l'esistenza di una violenza poliziesca insopportabile». Per Latino, invece, «lo stadio, nel clima di dispersione avanzante, sia diventato un luogo di aggregazione e di espressione del disagio sociale da cui partono le lotte e ritiene che sia la stessa cosa che succede agli islamici per la moschea». Latino riferisce poi un discorso fattogli da tale da Shoukry, secondo il quale «la moschea, essendo unico luogo di aggregazione per gli islamici, diventa anche per i laici centro propulsore delle proteste e delle lotte». Tutti ironizzano poi sulle «espressioni dell'integralismo cattolico accennando al culto di S.Antonio da Padova e di Padre Pio», mentre Latino sostiene che «lo sbirro morto è uno di quelli che era impegnato al G8 di Genova».

DS E ANARCHICI - Ovviamente ce n'è anche per i Ds, sui quali gli indagati non ci vanno giù leggeri: «Non si dicono comunisti e si chiamano amici e non più compagni», spiegano. E ancora, sono «imperialisti e si sono rinnovati e rifondati in varie salse». I tre sottolineano anche «le contraddizioni della sinistra colpevole di fare favori ai padroni».
Infine gli anarchici del centro sociale Panetteria Okkupata. Davanzo «accenna a soggetti anarcoidi» e Latino «commenta che i Panettieri vanno sempre d'accordo con loro e che seguono lo schema «anarco-comunista», precisando che ci sono delle contraddizioni ultimamente con i Panettieri a Milano». La persona di comune conoscenza di chiama Pasquale e sarebbe «un anarchico, ma che dal punto di vista della disciplina è più comunista di altri». I Panettieri, però, per Latino hanno «sempre avuto, anche quando erano nelle BR, questo atteggiamento sbagliato di stare in disparte, di non inserirsi nella dialettica politica e di non dire quello che realmente pensano».

29 luglio 2007

Ultras?

Al termine dell'amichevole Pisa-Cosenza (sospesa sul risultato di 1-1) rissa collettiva con tutti i giocatori coinvolti. L'episodio scatenante e' accaduto al 12' del primo tempo, al momento del vantaggio su calcio di rigore dei calabresi. Uno scambio di battute tra il portiere del Pisa Padelli e il centravanti Ambrosi, dopo che l'arbitro aveva fatto ripetere il primo rigore, e' stato all'origine del parapiglia. (28/7/2007) (Spr)

28 luglio 2007

San Briatore

BARI - Putin, San Nicola, Napolitano e ora Briatore. Qual è il filo (bianco)rosso che unisce questi personaggi? La richiesta avanzata loro dai tifosi del Bari di acquistare la società. L’ultima missiva è stata inviata con raccomandata da un responsabile della associazione Barintesta al proprietario del Billionaire, per invitarlo ad investire nel calcio in Italia e in particolare nel capoluogo pugliese, dopo che in passato era circolata la voce che il manager Renault volesse comprare il Chelsea in Inghilterra.
Questa ennesima manifestazione di un gruppo di tifosi baresi è l’indice dell’insoddisfazione nei confronti delle politiche di rafforzamento dell’As Bari: alle cessioni di Scaglia e Carrus, pilastri delle ultime tre stagioni, sono seguiti gli acquisti degli stranieri Donda (argentino) e Sergeant (belga), ritenuti inadeguati per un progetto ambizioso da una gran parte di tifosi baresi.
Di sicuro ai contestatori dell’As Bari non manca l'originalità: negli ultimi sei mesi hanno srotolato uno striscione di cinquanta metri davanti al presidente russo Putin (per invitare imprenditori russi ad acquistare la squadra), un nuovo immenso telo per chiedere aiuto a San Nicola durante la festa patronale, hanno realizzato un irriverente cambio di toponomastica nel centro cittadino (invaso di cartelli agli angoli delle strade con scritto 'via Matarrese da Barì), scritto una lettera al presidente della Repubblica, Napolitano e ora una nuova epistola all’ex fidanzato di Naomi Campbell.

ULTRAS UNO STILE DI VITA

Ultras, hooligan, tifoso, fan, supporter: una selva intricata di termini, un coacervo fobico di vecchi e nuovi significati in cui sopravvive il sensazionalismo dei mass media e dell'approssimazione culturale e linguistica, della modificazione semantica e ideologica.
Una breve storia del fenomeno per comprendere al di là del pregiudizio.

di Domenico Mungo

I recenti, drammatici, turbolenti e controversi, fatti di Avellino nei quali ha perso la vita il giovane tifoso napoletano Sergio e numerosi tutori dell'ordine sono rimasti feriti in seguito ad una azione violentissima da parte dei supporters napoletani, scatenando i mass media e l'opinione pubblica nel solito gioco della caccia alle streghe, hanno riproposto il tema della violenza negli stadi. Prima conseguenza: l'inasprimento delle norme repressive attraverso la promulgazione di un Decreto Legge ad hoc, che si è andato ad affiancare alle già draconiane disposizioni speciali quali la Da.spo - volgarmente detta diffida a frequentare le manifestazioni sportive da parte dei rei di atti di violenza - e soprattutto ad un pensiero dominante che vede nella fenomenologia in questione un problema di ordine pubblico e non il fenomeno culturale - sottoculturale? - e antropologico che in realtà è.
In Gran Bretagna - madre putativa del fenomeno legato alla violenza e alla devianza sociale attorno al football - così come in Italia, l'unica risposta a fronte di qualsivoglia tipo di turbolenza calcistica si è storicamente concretizzata attraverso la repressione, la strategica eliminazione del grande gruppo ultras, quello egemone sulla curva, che mira ad assicurare l'ordine pubblico scardinando di conseguenza l'ordine interno e le forme di auto-organizzazione proprio delle curve, che sfuggono periodicamente al controllo dello Stato.
Sono queste le cosiddette T.A.Z., Zone Temporaneamente Liberate, secondo la definizione dell'antropologo dissidente americano H.Bey, ovvero dei luoghi fisici dove la presenza dell'autorità verticale - dall'alto - viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti. In parole povere delle aree metropolitane (vedi i centri sociali autogestiti, o i grandi happening musicali giovanili) o luoghi altri come le curve, dove non esistono i medesimi vincoli del rispetto delle leggi che regnano invece in tutta la società, in cui quindi le norme di comportamento individuale e collettivo sono determinate da fattori interni e particolari.
Nelle curve esiste quindi non soltanto l'aspetto virulento che si autorappresenta attraverso la violenza domenicale negli stadi e fuori - autogrill, stazioni, parcheggi, raduni ecc. -, ma esiste anche una insospettabile forma perversa, e discutibile quanto si vuole, di alternativa allo stato delle cose precostituito tipico della società contemporanea che si manifesta attraverso un aspetto esteriore che è il rito delle coreografie, degli striscioni, dei cori e di tutto ciò che è lo spettacolo degli spalti, ma anche attraverso una precisa codificazione di linguaggi e forme di pensiero e aggregazione.
Chi è allora l'Ultras? Nell'intrecciarsi delle risposte emergono tutte le contraddizioni proprie del mondo del calcio, sport popolare per eccellenza ma anche sinonimo del massimo esempio di commercializzazione, industrializzazione e spettacolarizzazione dell'evento sportivo: buoni e cattivi, ultras violenti e tifosi genuini, vittime e carnefici involontari.

Il modello inglese
Innanzitutto bisogna ricordare, come un'avvertenza, che le caratteristiche storiche, culturali, folkloristiche e sociali del calcio britannico ha matrici e radicamenti sostanzialmente diversi da quello mediterraneo e del caso italiano in particolare.
John Williams in una serie di studi sociologici della seconda metà degli anni 80, anni in cui l'Inghilterra usciva dal dramma dell'Heysel (Bruxelles 29 maggio 1985, prima della finale di CoppaCampioni Juve - Liverpool, gli hooligans assaltano il settore dei tifosi italiani più mansueti, il panico provoca la fuga degli italiani. 39 morti fra calpestati e vittime del crollo del muretto del Settore Z) e stava ripiombando in quello di Hillsborough (a Sheffield nel 1989, 96 tifosi del Liverpool morirono soffocati, calpestati e schiacciati contro le recinzioni del settore a loro riservato per l'enorme pressione di coloro che erano stati fatti entrare sulle terraces da un servizio d'ordine in tilt), diede una chiave chiarificatrice del successo che le normative anti-hooligans hanno ottenuto in Inghilterra.
Innanzitutto una politico-sociale, che identificava l'ascesa del fenomeno calcistico e del tifo estremo di pari passo con il consenso popolare per il Partito Laburista che identificava nella società civile britannica l'apoteosi di quella working class (classe operaia), della quale il gioco del calcio era emblema. Il declino dei labour e la presa del potere della Thatcher contraddistinse quindi una forzatura repressiva e normalizzatrice di un fenomeno che era anche, inconsapevolmente politico.
Sotto la Thatcher non interessava tanto salvare il calcio, quanto reprimere la violenza: schedature, convogli blindati, settori transennati ed ingabbiati, esplosioni sottocutanee di violenza esportata all'estero al seguito dei bianchi e repressione aggirata in patria con l'espediente dei mob, degli Intercity squad, degli appuntamenti fuori dallo stadio, nelle periferie e nei campi dove regolare conti e rivalità, quindi non un successo della legge ma un sommergere la verità fuori dal fuoco dei riflettori. Teniamolo a mente.
Con la caduta del governo Thatcher, in seguito a tragedie immani come quella di Sheffield o di Bradford (55 tifosi arsi vivi in un incendio delle tribune in legno del fatiscente impianto dell'800 nel 1985, due settimane prima di Bruxelles) dovute non alla furia degli hool ma alle inadeguatezze e negligenze strutturali degli impianti, si pensò che taluni impedimenti nello scorrere del pacifico e sacro sabato, potessero essere ovviati con la cultura della sicurezza.
Eliminazione delle barriere con il campo, steward e non poliziotti a controllare i comportamenti individuali, maggiore sensibilizzazione dei giovani, trasformazione degli impianti in centri di ritrovo e intrattenimento extracalcistico (musei, bar, fans shop etc.), televisionizzazione immanente del fenomeno calcio. E l'hooliganismo pare essere magicamente scomparso dal mondo del pallone d'Albione. Anzi i comportamenti esemplari dei tifosi inglesi non appena dopo la riammissione in Europa dal bando post-Heysel, fece si che la Uefa premiasse i sudditi di Sua Maestà con gli Europei del 1996 che si svolsero senza gravi incidenti.
In realtà si era semplicemente trasformato il calcio dall'emblema della working class in prodotto ad uso e consumo della middle class, cioè quell'ampia fascia di benestanti che potevano permettersi i costi elevati dei settori numerati e tutto il corollario di merchandise e imbecillario assortito del perfetto tifoso mansueto e colorato. Oggi le ondate di moral panic (cioè le grandi campagne di demonizzazione artefatte e gestite dai media a seconda delle contingenze) hanno cessato di esistere in Inghilterra per quanto riguarda gli hooligans e si sono trasferite da noi creando il feticcio dell'ultras.

Gli hooligans di casa nostra
La nascita dei primi gruppi ultras, dei primi collettivi di tifosi che mutuavano l'esperienza politica e l'attivismo sindacale delle fabbriche e delle università o, se di segno politico opposto, dalle organizzazioni giovanili della destra, traevano la propria linfa genetica da un humus altamente conflittuale e politicizzato, specchio delle tensioni di una società italiana che era uscita con le ossa rotte dalla prima e sconvolgente ondata di benessere economico (il famoso boom del decennio posteriore alla ricostruzione) dei primi anni '60. Una società italiana incapace di gestire quelle mutazioni di costume e di partecipazione alla politica, intesa come pratica quotidiana, che in quei pochi anni aveva esponenzialmente allargato la sua presenza nel tessuto connettivo della società stessa.
Quell'Italia dei "primi anni '70" non aveva ancora metabolizzato lo shock del '68 ed era colpevolmente inconsapevole nell'ignorare il clima degli anni di piombo che l'avrebbero dilaniata per tutto il decennio a venire. Ebbene, quelle primordiali aggregazioni spontanee di tifosi, per lo più composte da giovani e giovanissimi, ebbero l'innegabile merito di trasferire le proprie esperienze quotidiane nelle curve, istituzionalizzandosi paradossalmente in gruppi che via via iniziarono ad assumere caratteristiche più precise.
La scelta di alcuni nomi piuttosto che altri è altamente sintomatico. ULTRAS, BRIGATE, COMMANDOS, TUPAMAROS, SETTEMBRE, COLLETTIVO, ARDITI, GIOVENTU', FEDAYN, HELL'S ANGELS, REGIME, BOYS, FRONTE etc, scalzarono in breve tempo dalle gradinate e dalle curve i teloni con i colori sociali e con i nomi dei clubs intitolati al giocatore o al luogo di provenienza.
Questo avvenne principalmente grazie, dapprima, all'incosciente temerarietà dei primi pionieri che a proprio rischio e pericolo si misero in evidenza lanciando cori ritmati, introducendo tamburi e luminarie e provando delle embrionali coreografie fatte con pochi soldi e molta creatività, e iniziando a confrontarsi con le realtà omologhe che nascevano in altre curve di altre città, in maniera verticale da nord a sud. L'appartenenza dei primi ultras (che è la dicitura esatta, mentre ultrà è stata mutuata dai giornalisti da un contesto storico che è quello della Rivoluzione Francese per indicare i fedelissimi alla monarchia, nda) ad un medesimo contesto sociale o politico o di quartiere, cementava delle regole tacite ma ferree di rispetto e mutua reciprocità.
Innegabile che valori quali l'amicizia, il senso del gruppo, l'obbiettivo comune nel sostenere la squadra, l'entusiasmo portato dal sapere che si stava contribuendo ad edificare qualcosa che per la Penisola era un'assoluta novità, il difendersi tutti insieme in quelle trasferte già all'epoca a rischio per i più svariati motivi, contribuirono a stabilire i principi di quella che ai giorni nostri definiremmo "la Mentalità Ultras". Non secondario fu lo spirito emulativo suscitato dall'eco delle gesta compiute dagli hooligans d'oltremanica, tanto che l'Inghilterra divenne rapidamente meta di veri e propri viaggi-studio di alcuni dei nostri primi ultras.
Il fenomeno iniziò ad espandersi a macchia d'olio, le cronache domenicali delle partite iniziarono a dover rapidamente cedere molte delle loro righe e articoli non più al gol o al rigore contestato, ma a ciò che accadeva sulle gradinate e nelle strade delle città. I gruppi iniziarono a conoscersi, confrontarsi e scontrarsi fra di loro con una frequenza che pose il "problema"sotto i riflettori dei media e sotto il periscopio delle autorità.
Quel fenomeno di aggregazione giovanile che inizialmente questurini e magistrati, e con essi i politici, avevano sottovalutato e, machiavellicamente, tollerato in virtù del fatto che il "calcio oppio dei popoli" deviava, almeno alla domenica, migliaia di quegli attivisti politici che durante la settimana turbavano le piazze e l'ordine pubblico, stava scoppiando come un bubbone nella società.
Ma quelli erano ultras che si erano dati delle regole, erano ultras che si menavano fra gruppi, a mani nude o con le stesse armi che erano quelle degli scontri di piazza (caschi da motociclista, spranghe e bastoni che raccontato oggi fa inorridire, ma che all'epoca costituivano il corredo di ogni manifestazione politica), gruppi che si davano appuntamenti mattutini o notturni e regolavano fra di loro i conti. La violenza ha sempre e comunque una valenza negativa, ma il paradosso, che qui si vuole sostenere, è che essendo essa stessa - la violenza- connaturata al vivere collettivo e alla società dello spettacolo (per farla breve) è purtroppo inevitabile, ma perlomeno quegli ultras non coinvolgevano, o credevano e tentavano di farlo, i semplici tifosi estranei alle faide dei gruppi organizzati.
Poi venne Paparelli (il tifoso laziale ucciso da un bengala di segnalazione marina esploso dalla Sud nel derby capitolino del 28 ottobre 1979), vennero le lame (l'assassinio di Vincenzo Spagnolo detto Spagna a Genova nel 1995 ad opera di un ultrà milanista), gli agguati (De Falchi e Filippini, le molotov contro il treno dei bolognesi a Firenze nell'89 ustionando Ivan Dell'Olio) le cariche di tanti contro pochi, i danneggiamenti, i vandalismi agli autogrill, i treni speciali dati alle fiamme, i morti, troppi e mai troppo ricordati. E la mentalità, quella vera, quella degli esordi andò via via rarefacendosi, fino quasi a scomparire sotto il peso di una società che stava vivendo il suo secondo boom economico, quello dell'Italia da bere all'ombra di tangentopoli, quello del riflusso culturale e del disimpegno politico, quello del merchandising e dello yuppismo.
Come gli ultras, pochi, in un certo senso selezionati, degli esordi erano il riflesso di quella società ancorati comunque a valori solidi, per perversi che potevano essere, così questi sono i figli di questa società. Il rampantismo invade anche gli stadi, il calcio diventa industria fra le prime a fatturare e produrre mercato nel Prodotto Interno Lordo, e così alcuni capiscono che anche con gli ultras ci si può fare i soldi.
Le vecchie guardie decimate dalla vita, dalla repressione e dall'eroina cedono il campo ai giovani che non sempre sono in grado di continuare la tradizione. E talvolta non ne hanno neanche l'interesse. E così le curve svarionano, il vecchio stereotipo dell'ultras fai da te, con sciarpa di lana fatta dalla nonna e striscioni rabberciati cede il posto a tanti bei piccoli soldatini griffati dalla testa ai piedi con il logo del gruppo ormai rigorosamente trade mark e depositato in tribunale.
La non omologazione politica, di destra o di sinistra, si inginocchia alle logiche elettorali e alle strategie di mercato. Le coreografie diventano megagalattiche, ma una volta diradatasi la nebbia dei fumogeni rimane lo squallido spettacolo di curve mute che esultano solo ai gol o attendono la sconfitta per contestare e fischiare, alla pari dei "borghesi" in distinti o addirittura in tribuna. I capi ultras vanno a cena coi presidenti, che da lì a un mese contesteranno per il mancato obolo versato in pass d'ingresso, e aizzano folle salvo poi diradarsi al momento topico.
Nel frattempo la repressione diventa sempre più pressante, ci sono anche i primi morti fra i tifosi in seguito a scontri con la polizia (Furlan a Trieste percosso dalla Celere, Colombini a Bergamo, Spolettini a Bologna) innalzando ed inasprendo di fatto le dinamiche degli scontri ad un livello intollerabile.

L'avvocato del diavolo
E allora dove rinasce la Mentalità? Rinasce su tanti bellissimi striscioni di solidarietà dedicati anche ai nemici più acerrimi o alle vittime di catastrofi e morti inopinate, nelle iniziative sociali, nel cercare, se necessario e inevitabile, lo scontro in maniera leale, nel fare fronte comune contro la repressione pressappochista e pregiudiziale, nel combattere il caroprezzi e le paytv, nel rispetto per l'avversario, nel diritto allo sfottò greve, impietoso, volgare ma nei limiti della decenza umana. Nell'evitare di farsi strumentalizzare dalle società calcistiche, nel sostenere squadre di mediocri predatori solo per l'orgoglio della maglia che indossano, nel riuscire a cantare anche se stai perdendo tre a zero, nel comprendere e far comprendere che in curva si va per cantare e non a sfilare in passerella o raccogliere denari e voti. Rinasce nella coscienza collettiva di un movimento che messo all'indice dalla società dello spettacolo che lo ha generato, sente il bisogno di avere una sua dignità mediatica e si confedera fra ultras avversari, uniti però dall'intento comune di lottare democraticamente contro i mali del calcio moderno: caro prezzi, paytv, repressione indiscriminata che colpisce ultras onesti e delinquenti comuni. Forse l'ultimo atollo su cui gli ultras possono salvarsi dal naufragio dei valori e dalla violenza becera.
È quindi necessario scandagliare la cultura ultrà, riconoscendone sicuramente il tasso negativo della violenza tout court, della intolleranza strisciante omofobica e xenofoba, della pericolosità sociale e dei costi economici ed umani ad essa connessa (le spese domenicali per garantire l'ordine pubblico pesano sui contribuenti, le vite distrutte dallo stadio pesano sui suoi protagonisti e le loro famiglie). Altrettanto necessario è però riconoscere l'assoluto desiderio di autonomia e contrapposizione nei confronti di ogni autorità costituita, sportiva ed istituzionale. E questo in ogni caso è indice di libertà. Diceva Pier Paolo Pasolini: "in piazza o allo stadio la passione non cambia".

27 luglio 2007

Guardie

La Commissione Cultura della Camera ha votato favorevolmente al decreto riguardante gli steward negli stadi. Il voto è arrivato dopo che la stessa Commissione aveva ascoltato il parere dei presidenti della Lega e della Figc, contrari all'uso delle armi da parte dei deputati alla sicurezza.
Unica condizione posta per il voto favorevole l'abrogazione dell'esclusività delle guardie giurate nello svolgere funzioni coordinative.

26 luglio 2007

Mentalità Ultras?

Succede di tutto a Chatillon, sede del ritiro del Catania Calcio, e la società insorge. "Tutto andava bene qui - afferma il d.g. della società, Lo Monaco - tutti erano gentili con noi. Poi sono arrivati quelli che dovrebbero essere i nostri tifosi; una vergogna". Lo Monaco, evidentemente, si riferisce agli episodi vandalici che avrebbero visto protagonisti i sostenitori siciliani giunti sulle Alpi. Ci sarebbero conti di ristoranti non pagati, falò per le vie del paese, muri imbrattati.

Uno sport popolare o un supermercato?

di Valerio Marchi [da Carta n.37, 2003]
I servizi segreti ci avevano avvertito. Attenzione, avevano scritto nell'ultima relazione al parlamento, la strumentalizzazione politica delle curve negli stadi prosegue sia da destra che, novità, da sinistra: antagonisti, disobbedienti, autonomi, anarchici, fascisti, nazisti, secessionisti, nazi-maoisti e chi più ne ha più ne metta flirtano sempre più apertamente con rapinatori, ladri, drogati, scippatori, spacciatori, stupratori e insomma, utilizzando la vulgata istituzional-giornalistica, con tutti quei delinquenti che nel calcio infangano il nome dei tanti, veri, pacifici tifosi che pagano il biglietto e se ne stanno lì buoni a cantare l'inno coperto dal copyright indossando la maglia ufficiale che trovi nei punti-vendita della società e magari scollettando per quelle coreografie che tanto piacciono in televisione, dove milioni di altri veri, buoni, pacifici tifosi amano pascersi a pagamento non solo del tocco virtuoso ma anche della palpitante emozione di vedere, se capita, i cattivi all'opera.
Non possiamo lamentarci, eravamo stati avvertiti. Si deve vigilare, ci è stato detto, su quelle che più che semplici curve sono ormai alambicchi ribollenti d'inedite - gli allarmi sociali sono sempre nuovi ed inediti, altrimenti fanno notizia quanto un incidente stradale - contaminazioni teppistico-sovversive.
L'allarme si è rivelato fondato ai soliti livelli: a scuotere il paese con la propria violenza è stata infatti proprio una delle più apolitiche, menefreghiste ed auto-referenziali mob del nostro calcio, quella del Napoli. Una di quelle curve di cui si può dire di tutto ma non che possano essere strumentalizzate o etero-dirette. Di quelle che se decidono di combinare guai lo fanno in proprio, senza bisogno delle imbeccate del nazi-skin o dell'autonomo in passamontagna.
Niente di grave. L'ennesima toppa. Non è certo la prima né sarà certo l'ultima. Abbiamo fatto il callo all'insipienza ed al pressappochismo con cui viene trattato in Italia non soltanto il fenomeno degli ultrà ma, più in generale, ogni forma di conflitto impolitico, tanto più se di matrice "giovanile". Parlo in generale: istituzioni, accademia, mass-media; in poche parole, l'Establishment nella sua interezza.
Un interessato disinteresse sembra voler incapsulare il giovane - e meno giovane - "teppista" in una dimensione in cui a dominare non sono le consueti leggi della logica ma, come in un romanzetto di fantascienza, i desideri e le convinzioni delle divinità di turno. Questa è la dimensione del Grande Dio Zorg, che se ne sbatte alla grandissima di quel che la realtà sembrerebbe suggerire o di quel che si può arguire dalla storia, spesso di quel che già il semplice buon senso dovrebbe rendere evidente.
Prendiamo gli incidenti di Avellino-Napoli. Gli ultrà, nel mondo di Zorg, sono poche centinaia di delinquenti comuni [per città], di matrice Lumpen, sottoproletariato, che per interesse [taglieggiamento delle società, business sui biglietti e trasferte, spaccio di stupefacenti, etc.] o per semplice libidine di violenza compiono efferatezze facendosi scudo della massa dei veri tifosi. Visto il tipo di identikit, non c'è bisogno di particolari motivi per innescare la loro violenza. Tutto quel che avviene prima e intorno all'atto non ha alcuna importanza, è un semplice pretesto.
Dallo stadio di Avellino le prime cronache televisive ricostruiscono i fatti, cito a memoria, in questo ordine: tribuna napoletana molto affollata, la caduta di un ragazzo dentro una intercapedine, i ritardi nei primi soccorsi, l'inizio degli incidenti con l'invasione di campo, l'arrivo dell'ambulanza, le tensioni che ritardano ulteriormente i soccorsi, le cariche contro i poliziotti ed i carabinieri. Nelle riprese televisive si nota il nutrito, ma nel caso dei napoletani consueto, lancio di razzi e mortaretti, mentre vengono utilizzate come armi le aste flessibili delle bandiere e le cinte dei pantaloni.
Nel momento dell'invasione gli ultrà napoletani non mostrano il minimo interesse verso i rivali avellinesi, nonostante la natura derbystica della partita; tutta la loro rabbia sembra rivolta verso le autorità, in quel momento rappresentate dalle divise della polizia e dei carabinieri. Lo scontro appare ancora più violento per i rapporti numerici ribaltati rispetto al solito, e che non permette alle forze in divisa di far valere il proprio migliore armamento ed addestramento. Il risultato è televisivamente sotto gli occhi di tutti, dal vicequestore colpito da infarto all'inseguimento dell'anziano e corpulento carabiniere, fino alla fuga precipitosa nei sotterranei. L'effetto è un po' quello dell'uomo che morde il cane, di stupore, perché di solito le cose vanno in tutt'altro modo…
Ma la cadenza dei fatti, nel mondo di Zorg, non ha alcuna importanza. Così, gli scontri che seguono la caduta mortale diventano nei giorni seguenti, in vari sommari giornalistici, "incidenti in cui perde la vita un ragazzo". Si inverte con estrema noncuranza il rapporto causa-effetto, sembrano essere gli incidenti - quindi gli ultrà - a causare la caduta e quindi la successiva morte. Qua e là si prova anche ad accennare che il giovane era privo di biglietto e che magari stava scavalcando, come dire che insomma se l'è quasi cercata, ma la famiglia smentisce e i borborigmi tacciono.
L'importante è però di poter disporre di un perfetto colpevole. Nel mondo di Zorg se gli ultrà non fossero stati lì nello stadio di Avellino il ragazzo sarebbe ancora vivo e non sarebbe successo nulla, come mai nulla negli stadi succede. Le strutture sono sicure, gli standard di sicurezza adeguati, il pubblico alieno da ogni turbolenza. Se non fosse per questi corpi estranei che ne inquinano l'organismo, il calcio sarebbe un'isola felice.
Ovviamente non è così. Senza andare indietro fino alle cronache di Tacito sulle botte da orbi tra tifoserie ostili, la storia ci subissa di dati sulla violenza legata prima ai giochi e quindi allo sport che anticipano di decenni la nascita del primo, moderno hooligan calcistico.
Restando in Italia e nel calcio, il primo atto di turbolenza si registra già nel 1905, con una invasione di campo nel corso di Juventus-Genoa. Nel successivo decennio, nonostante la quantità ancora ristretta del pubblico, gli incidenti aumentano: sulla stampa appaiono i resoconti di sassaiole contro gli arbitri in Andrea Doria-Internazionale [gennaio 1912] e in Novara-US Milanese [dicembre 1913]; di scontri intorno allo stadio in Milan-Andrea Doria [febbraio 1913]; Lazio-Juventus Roma e Spes Livorno-Pisa Sporting Club [gennaio 1914]; Internazionale-Casale [giugno 1914].
Nel primo dopoguerra, insieme al pubblico, aumentano sia di quantità sia di "qualità" gli episodi "da cronaca": la stampa dell'epoca dà vasto risalto agli scontri tra tifoserie dopo Lucca-Parma nella stagione 1923-24 e, in quella che segue, all'invasione di campo dei tifosi del Bologna durante in terzo spareggio per il titolo nazionale contro il Genoa, all'Arena di Milano. Sempre nella stagione 1924-25, a giugno, e sempre tra tifosi genoani e bolognesi, si registra alla stazione torinese di Porta Nuova addirittura una violenta sparatoria.
Anche durante il fascismo, nonostante la coltre di censura che ammanta la stampa, ci sono prove di intemperanze calcistiche. Nel "Fondo di gabinetto di Prefettura" dell'Archivio di Stato di Milano una serie di documenti ci fanno scoprire che già nel 1930 si parlava di "partite a rischio", come ad esempio Ambrosiana-Genoa del 15 giugno 1930. Nonostante le copiose forze di polizia presenti si registrarono ben cento feriti, ma non per la violenza dei tifosi bensì per il crollo di una superaffollata tribuna. A volte fa più danni l'avidità che la violenza.
Si potrebbe andare avanti così fino ai giorni nostri. O meglio, fino ai primi anni settanta, quando in Italia si affaccia sulla scena calcistico-mediatico-ansiogena una figura inedita, che si pensava potesse appartenere soltanto alla specificità inglese. Fino alla comparsa di quello che da noi verrà definito ultrà - o ultras - l'Establishment non aveva mai reagito con eccessiva paranoia alle intemperanze del pubblico calcistico, dopotutto è appunto dal medioevo che ci si picchia di santa ragione, ma 'sto tipo di giovane che inizia ad aggregarsi nelle curve ricorda fastidiosamente lo stesso tipetto che, in forme politiche, gli rompe già da qualche anno le scatole nelle scuole e nelle università e nelle fabbriche. Sono le stesse facce che puoi trovare negli scontri di piazza o a sfondare i botteghini ai concerti rock. Il '68 sembra non aver soltanto prodotto la figura del giovane rivoluzionario ma anche aver dato visibilità a forme di antagonismo tanto rabbioso quanto impolitico, abbastanza sconosciute e razionalmente "sfuggenti" da poter essere trasformate in ottimi capri espiatori.
Con la figura dell'ultrà, Zorg trova in definitiva sì un nuovo ed irriducibile avversario, ma anche un perfetto folks devil, una figura tanto "indifendibile", da poter essere utilizzata in più forme, da cavia di nuove tecniche di repressione [tanto, chi si lamenta se ad un ultrà si negano i diritti di ogni cittadino? È un ultrà, se l'è cercata!] a figura contaminante e denigratoria di ogni altra forma di antagonismo sociale e politico. Dopotutto, nei terribili tre giorni di Genova 2001, tra i manifestanti non si erano infiltrati anche molti ultrà? O in realtà tutti i manifestanti erano degli ultrà?

Valerio


Un anno fa,in uno di questi giorni assolati e caldi di Luglio, se ne andava Valerio Marchi.
Io non sono bravo con gli anniversari e i compleanni, li dimentico sempre perchè li trovo tristi, spesso insopportabili.
Quel giorno per me fu davvero insopportabile e triste.
Valerio, ti ricordiamo così, con semplicità, dedicandoti tutti i nostri sforzi,le nostre idee, le nostre battaglie, il nostro sconfinato amore per il Pallone, per la Curva, casa nostra e casa tua.
Contro il calcio moderno, Valerio Marchi vive e lotta accanto a noi, col suo faccione brusco e gentile.
Ci manchi.
Avanti Ultras!!!!!!
Vincenzo e gli Ultras italiani che ti vogliono bene

Lombroso

Più ci sforziamo di tenere Cesare Lombroso lontano dai nostri giudizi, più le sue urticanti tesi si divertono a far capolino nelle pieghe della caotica giustizia italiana. L’ultimo esempio ce lo offre quel ragazzone smarrito che martedì ha lasciato il carcere minorile di Catania. Chissà per quanto tempo è destinato a sbattersi al centro della tempesta perfetta. Antonio Speziale rimane, infatti, imputato per l’omicidio dell’ispettore Raciti e per gli atti di violenza compiuti in galera. Ufficialmente la disputa verte su prove e indizi, ma nei sussurri e nelle confidenze a dividere è proprio l’aspetto di Antonio: per gl’innocentisti, un bambino dal fisico troppo sviluppato, incapace di far male perché incapace di pensarlo; per i colpevolisti, un gigante guidato da un cervello infantile, non sempre in grado di rendersi conto delle proprie azioni. E benché l’arroccamento della procura vada inquadrato in una stagione già ricca di smentite da parte del Tribunale del riesame e della Cassazione, monta il classico caso in cui è difficile sottrarsi alle sensazioni visive.

Insomma siamo sempre a Lombroso, alla sua pretesa di farsi guidare dalla fisiognomica. Eppure colui che per noi rappresenta il simbolo di un atteggiamento prevenuto appare sotto una luce ben diversa nel libro scritto da Francesco Sidoti e da Rosario Casto (Macchina della verità, inventata in Italia ha successo in Usa. Perché?). Proprio Lombroso sintetizzò tre secoli di genialità italiana con l’ideazione del pletismografo, strumento che si attacca al dito per misurare il flusso periferico sanguigno. Lì convergevano sia gli studi sull’anatomia microscopica di Marcello Malpighi, dal quale derivò l’impronta digitale; sia l’intuizione di Luigi Galvani sull’elettricità che attraversa ogni corpo animale; sia gli esperimenti di Angelo Mosso tesi a precisare gli effetti della paura sui sistemi respiratori e cardiovascolari. Mosso creò perfino una macchina, ma la vera rivoluzione nelle tecniche investigative fu il pletismografo, e il libro racconta alcune famose inchieste risolte da Lombroso grazie alla sua invenzione.

Tuttavia Lombroso e il pletismografo furono seppelliti dal discredito che presto circondò le sue tesi sui criminali. Non così negli Usa dove nel 1909, l’anno della morte di Lombroso, un illustre giurista di Harvard, Hugo Mustenberg, dette alle stampe un saggio, capace di fare ancora testo nella giurisprudenza statunitense, On the witness stand, sulla minaccia delle false testimonianze. L’enorme consenso raccolto dal volume indusse un allievo di Mustenberg, il procuratore William Marston, a proporre l’adozione di una macchina per misurare la pressione del sangue durante l’interrogatorio dei sospettati.

Marston indicò il pletismografo di Lombroso e sposò la sua certezza che la menzogna alteri la circolazione sanguigna. Da lì si giunse al lie detector brevettato nel 1935. Sull’efficacia del poligrafo negli Stati Uniti si litiga da oltre mezzo secolo. L’impressionante affresco di De Niro sulla nascita della Cia (The good shepherd) dimostra come un agente del Kgb riuscì a superare l’esame della macchina della verità con catastrofiche conseguenze per la sicurezza statunitense. Però l’importanza di Lombroso continua a resistere. Casto e Sidoti ricordano la recente affermazione di due importanti studiosi, Gordon e Fleischer: «Lombroso è stato il primo a usare con successo la strumentazione scientifica nella ricerca dell’inganno». Purtroppo il destino di Antonio si giocherà altrove: perfino la perizia del Ris a suo favore viene sottovalutata.

Stadi in scena

Debutto nazionale, a Monte Sant’Angelo, della compagnia Edgarluve. Nello spettacolo “Ultrà” affrontano il tema della violenza nelle tifoserie
Ad aprire la terza edizione di FestAmbiente Sud sarà la compagnia livornese Edgarluve, con lo spettacolo “Ultra” che affronta il tema della violenza «intesa come elemento costitutivo della realtà del mondo». A colloquio con i quattro componenti pochi minuti prima del debutto nazionale a Monte Sant’Angelo.

Chi sono gli Edgarluve?
E’ una compagnia di Livorno che lavora dal 2000-2001 costituita da quattro artisti:Alessio Traversi, Marco Mannucci, i due drammaturghi. Francesco Zerbino, il batterista, Federico Bernini l’organizzatore.

Che tipo di teatro portate in scena?
Il nostro modo di fare teatro non può essere facilmente definito, è sperimentale ma non troppo, inspirato alla tragicità greca ma non è teatro classico. Ciò che ci interessa è l’idea del teatro di produzione, mai definitivo e sempre in evoluzione.

In che modo è stato affrontato il tema degli Ultra, ispirato a “I Furiosi” di Nanni Balestrino?
Ci interessava il tema della violenza intesa come elemento costitutivo della realtà del mondo. E’ un lavoro fortemente legato alla nostra città di appartenenza, Livorno, una città ultrà. Non ci interessa però fare un lavoro di denuncia né di celebrazione, semplicemente un teatro di espressione. Un lavoro che esprime ma non giudica, senza filtri.

In che senso senza filtri?
Il nostro è un monologo “selvaggio”, sia nel linguaggio che nella mimica. Il teatro ci permette di avere un rapporto diretto con il pubblico e fa sì che il nostro messaggio, espresso appunto in modo selvaggio, arrivi senza alcuna alterazione agli spettatori. Ed è questa, secondo noi, ciò che differenzia il teatro dalla televisione.

25 luglio 2007

Animali

ESTATE: ASSOCIAZIONE AIDAA LANCIA SPORTELLO ANIMALI
(NEWSLETTER AMBIENTE)
(ANSA) - ROMA, 23 LUG - Estate: tempo di mare, sole e
vacanze, ma spesso purtroppo anche di abbandoni e maltrattamenti
per i nostri amici a quattro zampe. Un piccolo aiuto in piu'
quest'estate arriva da Aidaa (Associazione Italiana Difesa
Animali e Ambiente), che ha aperto uno ''sportello animali
estate''.
Si tratta di un punto di riferimento per tutti coloro che
hanno dei problemi con i propri animali domestici in localita'
di vacanza. Con una telefonata al numero 392/6552051 oppure
inviando una e-mail all'indirizzo sportelloanimali@libero.it
sara' possibile ricevere informazioni, consigli su come
affrontare i problemi che si presentano a coloro che vanno in
vacanza con i propri amici a quattro zampe.
Non solo: sara' infatti possibile anche denunciare gli
abbandoni e tutti gli altri reati contro gli animali inviando un
messaggio sempre al numero 392/6552051, oppure una e-mail
all'indirizzo segnalazionereati@libero.it, corredandolo
dell'indirizzo del posto e della data dove e' avvenuto il
presunto abuso. Gli esperti dell'Aidaa valuteranno la situazione
e decideranno se inoltrare denuncia alle autorita' competenti.
''Il problema degli animali domestici in vacanza e' un
problema che riguarda migliaia di persone ogni anno - sottolinea
il presidente di Aidaa Lorenzo Croce - noi quest'anno abbiamo
voluto attivare questo servizio di telefono amico in modo da
poter avere un servizio veloce con dei consigli utili su come
comportarsi in caso di difficolta' in albergo, in spiaggia, in
montagna o in altri luoghi di vacanza. Per chi ha problemi un
po' piu' complessi il consiglio e' di inviare una e-mail, alla
quale risponderanno i nostri esperti nell'arco di pochi
giorni''.
Il servizio di consulenza di sportello animali vacanze e'
attivo tutti i giorni dalle 10 alle 20.
''E' possibile anche segnalare reati contro animali o mandare
filmati di abbandoni inviando una email o un semplice mms
indicando luogo e data dove viene effettuata la registrazione -
conclude Croce -. Quello che conta e' avere materiale visivo in
modo da poter effettuare denunce sempre piu' specifiche contro
chi abbandona o maltratta gli animali''. Altre informazioni
possono essere richieste ai numeri di telefono 392/6552051 e
347/8883546. (ANSA).

Tempio

TEMPIO. Oltre quattrocento persone hanno partecipato alla manifestazione indetta dai tifosi del Tempio per protestare per la non ammissione dei galletti in C2. Il corteo è partito alle 19,30 dal Parco delle Rimembranze ed è arrivato a Piazza Gallura, inneggiando alla squadra azzurra e alla Città di Tempio. Erano presenti oltre agli ultras tempiesi, anche una rappresentanza di ultras della Torres (gemellati con quelli del Tempio), e la maggior parte dei simpatizzanti presenti in città, che la domenica vanno allo stadio a seguire le partite dei galletti.

La gente presente per strada ha solidarizzato con il pacifico corteo dei tifosi del Tempio, un corteo che ha evidenziato la voglia della città di restare in C2. «Questa manifestazione - ha commentato Claudio Linaldeddu - vuole evidenziare il malessere che si vive a Tempio per il mancato ripescaggio. Abbiamo voluto dimostrare che tutti i tifosi sono vicini alla squadra. Noi abbiamo fiducia nella risposta che domani il Coni darà nell’arbitrato».

Tommaso Serra, decano dei cronisti dei galletti è telegrafico. «Il calcio ha bisogno di serenità e non di conflittualità. Sarebbe un peccato perdere la C2 per un ritardo formale, a favore di una squadra che abbiamo battuto sia in casa che fuori». L’assessore Peppino Manconi ha evidenziato che «lo sport si fa con il buon senso e non con il rigore. Così si penalizza una squadra che ha vinto il titolo nazionale tra i dilettanti, categoria dalla quale provengono tantissimi giocatori che poi continuano la loro carriera tra i professionisti. Mi auguro che il Coni tenga conto del fatto che la nostra fideiussione, seppur in ritardo, è stata presentata prima che loro decidessero».

Luca Raineri, ex galletto, è fiducioso. «Ci sono dei precedenti importanti, come quelli del Como e del Cosenza. Il Coni ne deve tenere conto, anche perché questa squadra lo scorso anno ha vinto con pieno merito il campionato e lo scudetto». Il consigliere comunale Raffaele Accogli, grande tifoso dei galletti, ha detto che «la città ha dato un segnale forte alla squadra. Ora la palla passa al Coni che deve decidere, speriamo positivamente, sulla riammissione alla C2». Da segnalare infine che per questa mattina alle ore 11 è previsto un incontro tra il sindaco Antonello Pintus e i tifosi azzurri.

Bello e pericoloso

MILANO — Bello, sicuramente. Anzi «galattico», come ama ripetere Antonio Matarrese. Ma anche a forte rischio. Il prossimo campionato di serie A, al via il 25 agosto, avrà, per motivi diversi, molte partite «calde» dal punto di vista dell'ordine pubblico.

I VELENI DI CALCIOPOLI — Le continue frecciate a distanze rendono quanto mai pericolosa la doppia sfida Inter-Juve, gara per cui è cresciuto fortemente l'astio tra gli ultrà delle due fazioni. Molto temuti sono anche i due confronti tra Juve e Fiorentina. Caduta e ritorno della Vecchia Signora hanno esacerbato ancor di più gli animi di due tifoserie che non si sono mai amate. Ma anche altre partite della Juve risentiranno dei veleni di «calciopoli».

IL RITORNO DEL NAPOLI — Le trasferte dei tifosi partenopei al Nord preoccupano i responsabili dell'ordine pubblico. Una delle ultime gare del campionato di B, Brescia-Napoli, è stata vietata ai tifosi ospiti perché si temeva una sorta di concentramento di ultrà ostili ai sostenitori campani. Grandi e fondati timori anche per gli incontri del Napoli con Roma e Lazio. Roma-Napoli di Coppa Italia nel gennaio 2006 venne giocata a porte chiuse su disposizione del prefetto della capitale proprio per concreto rischio di incidenti, ma in campionato, vista la presenza degli abbonati, sarà difficile ripetere un provvedimento del genere. Anche tra ultrà laziali e napoletani i rapporti sono pessimi ed il tempo trascorso non ha sedato gli animi.

CATANIA, DOPO RACITI — Le due sfide tra Catania e Palermo preoccupano dopo i gravi incidenti del 2 febbraio, culminati con la tragica morte dell'ispettore Filippo Raciti. Ma anche Catania-Roma, giocata in campo neutro nell'ultimo campionato, è sotto osservazione. All'indomani dell'omicidio Raciti alcuni ultrà catanesi confessarono in tv che era la partita con la Roma quella che aspettavano per via degli incidenti dell'andata.

VECCHI E NUOVI RANCORI — Genoa- Milan non si gioca nel campionato di serie A dal 1995. In quella stagione, fuori dallo stadio di Marassi, Vincenzo Spagnolo, tifoso genoano, morì in uno scontro con la tifoseria avversaria. Le due partite, in special modo quella nel capoluogo ligure, avranno quindi una particolare carica di tensione. Prima dell'ultimo Milan-Cagliari c'è stato un incontro ravvicinato con tentativo di furto di striscioni. Le promesse di nuovi «faccia a faccia » sono già partite.

INCROCI PERICOLOSI — Gli scontri tra le opposte fazioni si spostano sempre più nelle stazioni ferroviarie o nelle aree di servizio delle autostrade. Spesso ultrà diretti in diverse città si danno dei veri appuntamenti per saldare conti in sospeso. Il concentramento di tutte le maggiori tifoserie italiane alla domenica (salvo gli anticipi del sabato) acuisce il rischio di incroci pericolosi.

Roberto Stracca

Buon senso

Roma, 24 lug. (Apcom) - Il mondo del calcio guarda con favore al progetto che riguarda l'introduzione della figura degli steward negli stadi, ma chiede chiarezza sulle competenze e i ruoli. Sul tavolo ci sono ancora alcuni punti da chiarire. "Gli steward devono essere "armati" solo di sensibilità e buon senso, non possono essere assimilati alle forze dell'ordine", ha detto il presidente della Figc Giancarlo Abete nell'audizione informale che si è tenuta presso la commissione Cultura della Camera dei deputati, presieduta dall'onorevole Barbieri (presenti gli onorevoli Bezzi, Caparini, Ciocchetti, Luxuria, Pescante, Rizzoli, il relatore Rusconi) alla quale hanno partecipato il presidente della Lega Professionisti Matarrese, il vice presidente della Figc e presidente della Lega Dilettanti Tavecchio, il presidente della Lega di serie C Macalli.

"Lo stadio - ha aggiunto Abete - deve essere pensato in un clima sereno e di festa e questo obiettivo deve essere preservato anche attraverso l'individuazione delle persone che poi svolgeranno il ruolo degli steward". Il primo corso di addestramento e formazione, inaugurato l'11 giugno, si è già concluso e la Federazione ha già nominato il suo responsabile nella persona di Stefano Filucchi, coordinatore nazionale dei delegati alla sicurezza.

In accordo con il presidente Matarrese, Figc e Lega hanno presentato una serie di osservazioni, è stata consegnata una memoria con 21 punti e proposte di modifica, con lo scopo di dare un contributo migliorativo al decreto. Non è un problema di costi, ma di ruolo, di tutela giuridica e di inquadramento sotto il profilo lavoristico.

Nonostante le difficoltà, l'auspicio è che il progetto parta al più presto, ma il presidente Abete ha aggiunto: "Difficilmente scatterà a inizio campionato. La partita non si gioca sul tempo di attuazione, ma sul modo e i contenuti del decreto. Ribadisco - si legge sul sito della Figc - che non vogliamo rinviare la scadenza dell'entrata in vigore del progetto, ma serve un confronto serrato da un punto di vista culturale e operativo, relativamente alla figura e agli strumenti che gli steward dovranno avere. Chiediamo perciò di essere consultati per arrivare a un risultato utile per il calcio, ma soprattutto determinante per salvaguardare la filosofia dell'avvenimento sportivo".

Bare

BERLINO - Che fosse possibile vivere da tifosi lo sapevamo. D'altra parte non si dice che la squadra è più di una donna, non si tradisce mai? Ma ora in Germania è possibile anche morire, da tifosi: la Gbi, ditta di pompe funebri di Amburgo, offre infatti bare blu e bianche, i colori della squadra di calcio e un funerale in tinta, con l'inno della squadra al posto del requiem, con sciarpe anch'esse in tinta invece dei cuscini di fiori, in un pacchetto completo in vendita da pochi giorni.

"La fede calcistica è molto più forte di quella religiosa - ha detto Ruth Werderitsch, impiegata della ditta che ha firmato un contratto con la squadra due settimane fa - Sono già arrivate 20 commissioni, di persone ancora vive che si preoccupano del loro futuro", ha detto Werderitsch.

Insomma l'incredibile diventa vero: il funerale costa tra i 300 e i 3000 euro e l'offerta non è un unicum: ad Altona, quartiere dello stadio di Amburgo, alcuni fan hanno riservato un'area del cimitero che avrà la struttura di uno stadio e sarà destinata ai tifosi. Praticamente il posto perfetto per le bare coi colori sociali. Nella Ruhr - il ricco bacino minerario nell'ovest della Germania - invece la ditta Kremer offre urne a forma di pallone da calcio. I gusti sono i gusti.

Peter Cardorff, autore di uno studio sulla forma delle tombe in Germania, ha scritto nel suo libro che "il calcio diventa sempre più parte della vita delle persone". Un solo errore, ha dimenticato il piccolo particolare della morte, visto che da oggi anche nell'aldilà sarà possibile tifare per i propri idoli. (24 lug 2007)

24 luglio 2007

Scarcerato

CATANIA - Il Tribunale per i minorenni di Catania ha disposto la scarcerazione del diciottenne Antonio Speziale, l'ultrà indagato per l'omicidio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, durante le violenze dei tifosi il 2 febbraio scorso a Catania. Speziale non tornerà comunque a casa: i giudici hanno deciso di affidarlo a una comunità. I giudici del tribunale hanno motivato la scarcerazione con l'attenuazione delle esigenze cautelari. Non si è invece tenuto conto delle precarie condizioni psicofische dell'indagato, lamentate dai suoi difensori, in quanto la perizia disposta dai giudici avrebbe accertato che lo stato di salute di Antonino Filippo Speziale è compatibile con la detenzione.
NON CI SARA' RICORSO - Secondo quanto si è appreso in ambienti giudiziari la Procura della Repubblica per i minorenni non presenterà ricorso contro il provvedimento ritenendolo una «buona soluzione». Speziale era detenuto dal 6 febbraio scorso. Oltre che indagato per l'omicidio Raciti, è imputato anche di resistenza e violenza a pubblico ufficiale nel processo apertosi il 5 luglio scorso, giorno in cui il giovane ha compiuto 18 anni.
LETTERA DEL PADRE ALLA VEDOVA - Roberto Speziale, padre di Antonino Filippo il giovane indagato per la morte di Filippo Raciti, ha inviato una lettera aperta a Marisa Grasso, vedova dell'ispettore di polizia, chiedendole di «invitare gli organismi competenti a far luce» sugli scontri del 2 febbraio scorso allo stadio Angelo Massimino, durante il derby di calcio Catania-Palermo, che causarono il decesso dell'investigatore «valutando l'ipotesi del fuoco amico». Roberto Speziale, nella missiva, scrive di «comprendere benissimo il suo lancinante dolore» perché, osserva, «perdere un marito in maniera così barbara e stupida non consente alcuna consolazione, nessuna remota possibilità di sollievo». «Le sono vicino - prosegue la lettera - perchè anch'io ho conosciuto in questi mesi la sofferenza, so quanto sia difficile continuare a vivere senza un parte essenziale di noi». «Io - afferma Roberto Speziale - sono fermamente convinto dell'innocenza di mio figlio». E per questo ha «più di una volta, inutilmente, sollecitato le istituzioni perchè tenessero in seria considerazione la possibilità di indagare e verificare piste diverse oltre a quella di mio figlio, cosicchè la realtà degli accadimenti di quel tragico e maledetto 2 febbraio venisse fuori». «Mio figlio - conclude Speziale - ha sbagliato, ha ammesso di aver partecipato ai tafferugli di quella sera, per questo deve pagare e pagherà; però, cara signora, non consegniamo alla storia un omicida inesistente, un assassino immaginato».

23 luglio 2007

Diffidateli tutti !

ORONTO - I 21 giocatori della nazionale under 20 del Cile sono stati arrestati a Toronto e poi rilasciati dopo la sconfitta 3-0 nella semifinale del Mondiale contro l'Argentina al termine della quale è scoppiata una rissa tra i cileni e la polizia locale. Lo ha reso noto la Fifa.
«C'è stato un incidente tra i giocatori cileni e la polizia di fronte allo stadio - ha spiegato John Schumacher, portavoce della Fifa - e una inchiesta è stata aperta da parte di tutte le parti interessate (Fifa, comitato organizzatore, polizia, federazione cilena). I 21 giocatori sono stati arrestati e poi liberati tre ore e mezza dopo la fine della partita».
Schumacher non ha voluto dare maggiori dettagli su quello che è successo mentre i giocatori del Cile si dirigevano verso il bus, dopo una partita alla fine della quale sono rimasti in nove sul campo e si sono lamentati dell'arbitro tedesco Wolfgang Stark. La polizia - ha aggiunto il portavoce Fifa - sta preparando un comunicato sull'accaduto, ma per ora non ci sarà nessuna accusa a carico dei cileni. Du-rante gli incidenti tra la polizia e i giocatori, ai giornalisti è stato impedito dal servizio d'ordine del torneo si recarsi sul posto dove sono avvenuti i fatti.
Il caos avviene in due momenti: la stampa è stata tenuta a distanza dalla rude security, arrivata allo scontro con alcuni giornalisti cileni. In un primo momento i protagonisti sono i giocatori Suarez e Peralta, più il dirigente Andres Espinoza: per motivi non chiari nasce una lite con parte della security.
Interviene la polizia, il dirigente viene malmenato e i due giocatori finiscono faccia a terra, bloccati dai poliziotti, che vogliono arrestare Suarez. La cosa viene ricomposta, i tre salgono sul bus.
Ma il peggio deve venire: fuori dal recinto dello stadio qualche centinaio di tifosi cileni sta aspettando e protestando. Ci sono scontri con la polizia, alcuni dei cileni scendono per cercare di difendere i tifosi. Vidan-gossy, Vidal, Mendel e Toselli fra i più scatenati, la polizia usa manganelli con scariche elettriche, spray al peperoncino, e infine porta negli spogliatoi ammanettati almeno sei cileni, che restano chiusi negli spogliatoi per oltre tre ore, mentre nel frattempo anche i giornalisti sono chiusi dentro lo stadio e viene impedito loro di uscire.

22 luglio 2007

Forza Casale !

Cari Ultras casalesi,
vi scrivo animato da sconcerto e rabbia per la vostra mancata promozione in C2.
Conoscendo molti di voi, la vostra generosità disinteressata,la leggenda che si respira nel vostro stadio, non posso non condividere i vostri sentimenti, la vostra indignazione cocente per l'atto di terrorismo sportivo di cui siete vittime.
Un consiglio da chi vi stima e rispetta : siate vittime senza vittimismi, non arrendetevi senza tentarle tutte.
In questi anni abbiamo assistito alla morte annunciata del calcio, travolto da scandali e sospetti,governato da soggetti che di nuovo hanno solo le cariche, una fattoria orwelliana in cui tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri, al punto di rovesciare il tavolo da gioco e dettarne le regole.
L'unica lezione appresa e da tesaurizzare è che il potere ignora la gente solo quando essa non è sufficientemente determinata a far valere le proprie ragioni.
Scendete per le strade,non fatevi prendere dallo sconforto, fate la voce grossa con le istituzioni, perchè comprendano il danno sportivo, politico ed economico perpetrato ai vostri danni,senza usare la forza ma usando solo la prepotenza della verità, con civiltà e coraggio che voi avete e che tutti gli Ultras che hanno il privilegio di conoscervi, amici o nemici, vi riconoscono.
Quando il gioco dell'ingiustizia si fa duro, tocca agli Ultras giocare la partita più difficile.
Quella per la dignità.
Non mollate mai!
Forza Nerostellati!
Vincenzo Abbatantuono

Casale disperato

grigi maiali

Il tempo passa sempre più, tra poco più di una settimana terminerà il mese di luglio, e si pensa a fare battaglia..

Le ultime speranze sono quelle di un ricorso alla camera di conciliazione per la questione dell’Alto Adige, ma quanto sarà utile? Sarebbe meglio, a mio parere, pensare all’imminente campionato che tra poco più di un mese inizia.

E se il presidente Bertacchi vuole far rispettare i diritti della squadra di accesso alla C2, anche per Lerda «quanto sta accadendo è un insulto ai valori dello sport. Chi vince deve essere premiato, altrimenti lo sport stesso non avrebbe più senso. Abbiamo vinto un’importante manifestazione nazionale come i play-off della D ed abbiamo meritato sul campo la C2. Ora la delusione è tanta, il contraccolpo psicologico e morale è forte, senza dimenticare gli sforzi economici compiuti dal nostro presidente. Spero che il ricorso abbia buon esito perchè, in caso contrario, non solo ci hanno rovinato questa stagione, ma ci mettono in difficoltà anche per la prossima»; infatti a questo proposito e grazie alle rassicurazioni che arrivavano dai piani alti aveva bloccato giocatori di categoria che non scenderanno mai in Interregionale (così Il Tuttosport) e non ha ancora tesserato i giovani che obbligatoriamente devono giocare in serie D. Il Comitato Interregionale evidentemente sperava nella provvidenza, che avrebbe rimesso tutto a posto, ma non è finita così: il Casale è la prima squadra a rimetterci.. e per il mondo dilettantistico, che ne esce umiliato, le polemiche sono feroci…

Dilettanti allo sbaraglio

William Punghellini tuona contro le iscrizioni di alcune squadre di serie C. Secondo il presidente della Lega Nazionale Dilettanti, alcune squadre avrebbero prodotto documentazione non in regola. Si tratterebbe di liberatorie non regolari. Firmate senza la presenza di notai o, addirittura, con apposte firme false.


Questo è quanto ha dichiarato Punghellini. Ciò sulla base di alcune indiscrezioni, di cui il numero uno della LND sarebbe venuto a conoscenza.



E' scontro al calor bianco tra Punghellini e Macalli, che rimanda al mittente ogni tipo di accusa.


Intanto lo sfogo pubblico di Punghellini è arrivato sul tavolo del Procuratore Federale Palazzi, che verosimilmente avvierà un’inchiesta in merito. Non si conoscono i nomi delle società sospettate delle irregolarità, anche se è lo stesso Punghellini a precisare che si tratterebbe di due società di C1 e tre di C2.


Punghellini conclude dicendo che appare assai inverosimile che non vi siano state società in difficoltà, e quindi a rischio iscrizione, dopo che negli ultimi anni si è assistito a situazioni ben diverse. Casi in cui, nella migliore delle ipotesi, si era dovuto ricorrere al Lodo Petrucci che in questa stagione non sarà operativo.

Ternani incazzati

Avevano preannunciato la loro presenza nel ritiro di Nocera Umbra i tifosi del Comitato Spontaneo e nel pomeriggio di oggi hanno fatto la loro comparsa sul campo di allenamento dei rossoverdi.
Sono entrati sul terreno di gioco all'inizio della seduta e poi si sono ritirati sulla tribuna dell'impianto sportivo della cittadina delle acque.
Da lì hanno inziato a contestare la squadra, i bersagli preferiti sono stati Bonfiglio, l'allenatore Francesco Giorgini e Paolo Foti, ed i dirigenti rossoverdi Montemari e Pesce oltre all'assessore Giuseppe Boccolini, reo, secondo i tifosi, di aver trovato l'accordo con la società di Longarini.
A vigilare che la situazione non degenerasse sono arrivati i carabinieri del posto, i vigili urbani ed una pattuglia della Digos giunta di gran carriera da Terni.
Appesi sulla rete di recinzione dello stadio anche diversi striscioni contro coloro che sono stati oggetto della contestazione verbale e sopra riportati.

21 luglio 2007

Calcio e etica

Il calcio non è soltanto un’azienda. Comunque, non è un’azienda normale. Il calcio è la monetizzazione di un sentimento. Si tratta di un’industria atipica. La più atipica in cui ci si possa imbattere nel panorama imprenditoriale. Il suo traino, infatti, è la passione.

I tifosi non si considerano semplici utenti del prodotto. Si sentono, al contrario, i padroni della squadra che indossa i colori della propria città. Quando entrano in uno stadio non lo fanno solo per vederla vincere. Ma, soprattutto, per amarla. Ciò avviene in tutte le latitudini del globo. Per questo il football è il gioco ancora più seguito al mondo.

Chiunque decida di impegnare i propri capitali in una società di calcio, sa perfettamente che dovrà confrontarsi con l’umore (amore?) dei tifosi. Perché una squadra, piccola o grande che sia, è proprietà della città. E, dunque, dei suoi cittadini-tifosi.

Il fatto che sindaci e istituzioni locali si impegnino con tanta pervicacia nella tutela dei diritti del club che porta i colori della città, fino a sovvenzionarlo economicamente, costituisce la prova provata di questo assunto.

Se le cose stanno così, e se il cardine di ogni azienda purchessia dovrebbe essere l’etica degli imprenditori che la sovrintendono, ciò è tanto più valido per l’azienda calcio. Il fatto che il binomio etica-calcio si sia pressocchè dissolto nel corso degli anni, non significa un bel niente. Anzi. Dovrebbe spingere tutti, addetti ai lavori e non, a interrogarsi sul come e sul perché ciò possa essere accaduto.

Nel calcio, come nella vita, c’è un disperato bisogno di etica. Vale a dire di persone capaci di immettere, nell’azienda-squadra di cui stanno diventando i proprietari, tutto ciò che serve per far funzionare davvero un qualsiasi prodotto. Parliamo di idee, di passione e di soldi. Il danaro, da solo, non basta. Occorrono idee e tanta passione. Solo figure etiche, nonchè carismatiche, possono coniugare in sé questi tre fondamentali elementi.

Viceversa, il pianeta calcio è spesso popolato da squallidi guitti. Che cercano di stupirlo con i loro cortei di nani e ballerine. Gente che non ha idee, non ha passione, né tantomeno soldi. Imbonitori. Come possono costoro mettere in piedi progetti compatibili e sostenibili?

I tifosi, per lungo tempo, hanno abboccato all’amo. Ma, dopo il disincanto generato dai disastri degli anni scorsi, sanno riconoscere di che pasta sono fatti certi figuri. Il resto l’ha fatto internet. Una capillare rete informativa cui nulla e nessuno può sfuggire. Tanto meno certi personaggi da quattro soldi. Il tam-tam del web, inesorabile, finisce per smascherarli. E per inchiodarli alle proprie (ir)responsabilità.

Finchè la stampa e gli addetti ai lavori non si adegueranno, resterà troppo spazio per figure di mezza tacca che nulla di solido sono in grado di mettere in piedi. Che si occupino di calcio come di qualsiasi altro prodotto.

A molti tifosi la parola etica potrà sembrare pomposa, vuota e utopica. Perché non ha il profumo del dio danaro. Un fatto è certo, tuttavia. Finchè il colore dei soldi continuerà a prevalere su quello delle maglie, per il calcio e per i suoi tifosi il cielo non potrà essere più blu.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net

20 luglio 2007

Con Carlo nel cuore

Riunione barese

la riunione In un incontro si deciderà se sostenere la squadra durante il prossimo campionato o disertare lo stadio per protesta.

Incerti e divisi. In bilico tra la voglia di restare al fianco della squadra, nonostante sette anni di delusioni e l'ennesima campagna acquisti in tono minore, e il desiderio di "colpire" al portafogli il presidente Vincenzo Matarrese, lasciando il San Nicola vuoto. I tifosi del Bari si danno appuntamento sul lungomare, per la prossima settimana, per decidere la linea da seguire in vista del prossimo campionato.
Gli abbonamenti
Mentre il nuovo Bari corre e suda nel ritiro di Mezzano di Primiero, in Trentino, in città i fedelissimi si interrogano sul futuro. Tra qualche giorno la società biancorossa darà il via alla campagna abbonamenti, ma al momento sono pochi quelli che si dicono pronti a rinnovare la fiducia. Sul sito internet Solobari.it , oltre diecimila utenti registrati, la curva virtuale dove si incontrano i frequentatori del San Nicola, in tanti annunciano la diserzione.
Gli ultras
E il tifo organizzato, come si comporterà? Gli ultras della curva Nord hanno già espresso forti critiche nei confronti della società, ma alla ripresa del campionato garantiscono la presenza. "Faremo l'abbonamento perché Matarrese non deve avere l'alibi dello stadio senza pubblico. Ma lo contesteremo con la voce e gli striscioni", dice Alberto Savarese, uno dei capi storici della curva Nord. "A fine mese appuntamento ai tifosi del Bari sulla terrazza del molo sant'Antonio, per un confronto sull'atteggiamento da tenere nella prossima stagione".
Pierluigi Spagnolo

Condanne

Condanne dure, durissime. La follia esplosa dopo il derby Avellino-Salernitana al Partenio, il 5 novembre scorso, finisce in una dura sentenza dei giudici irpini: otto anni di reclusione per Luca Milione, venticinque anni, Luigi Savarese, quarantatre anni; sei anni per Massimo Sabarese, ventisei anni, di Nocera Inferiore e cinque anni e quattro mesi per Gerardo Piccirillo ventuno anni. Il pm Lia Taddeo aveva chiesto per tutti dieci anni di reclusione. Si è chiuso così, con condanne dure ed esemplari, il processo ai quattro ultras granata raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare dopo gli scontri allo stadio Partenio registrati prima, durante e al termine del derby Avellino - Salernitana. Il bilancio della follia fu particolarmente alto: sette esponenti delle forze dell'ordine rimasero feriti, cinque autovetture della polizia durono distrutte e allo stadio furono arrecati danni per diverse decine di migliaia di euro. «I quattro ultras granata si erano recati allo stadio con il chiaro intento di devastarlo; sono stati loro a trascinare gli altri supporters negli scontri» ha detto nella suq requisitoria il pm Lia Taddeo. Ieri pomeriggio la sentenza dopo un processo consumato in tre udienze. La prova regina del processo era contenuta in un filmato, trasmesso anche in aula, con le riprese degli scontri e della follia degli ultras. Qualche mese fa, dinanzi al giudice per l'udienza preliminare Carmela Iorio era stata pronunciata la sentenza per altri cinque tifosi che avevano chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato: Luigi Infernosi, Daniele Iannone, Mirko Pelosi, Giuseppe Scannapieco e Gaetano Romano. La dura condanna emessa ieri ad Avellino arriva anche dal fatto che agli ultras, tranne che a Piccirillo incensurato, veniva contestata la recidiva. Tra i condannati c'è anche Luca Milione, già noto alla cronaca giudiziaria. Lui fu uno dei protagonisti della trasferta della follia del 24 maggio 1999 quando fu appiccato il rogo sulla carrozza numero cinque del convoglio di Piacenza. A nulla erano valsi gli escamotage di Milione nel giornod egli incidenti di Avellino: cambiò maglia, prima rossa e poi grigio. Ma sul pantalone c'era una striscia verticale bianca che compare in tutte le foto (da ilmattino.it).

Bobo Vieri

I sondaggi non lo vedono ben messo con i tifosi viola. Ma la posizione presa dalla tifoseria organizzata, invece, è abbastanza omogenea. La Nazione riporta il parere dei tre capi tifosi:
«Penso che possa essere una buona chioccia — ha detto Valter Tanturli, presidente dell’Atf — e spero faccia tanti gol, ma non so se è in forma. Inoltre credo che in attacco non si sia abbastanza coperti; spero che la società farà almeno un altro paio di acquisti». Anche Filippo Pucci, presidente del Centro di Coordinamento, afferma: «Vieri può essere importante come chioccia, ma per competere sui fronti nei quali la squadrà sarà impegnata il prossimo anno, non è sufficiente. Spero che il mercato non sia finito».
Confida in un colpo di mercato Stefano Sartoni, presidente del Collettivo: «Mi auguro — ha detto — che siano conclusi un altro paio di acquisti. Vieri non è il giocatore che i tifosi si aspettavano. Va bene come chioccia, ma non so se riuscirà a ricoprire un ruolo determinante in squadra. Per adesso non siamo entusiasti».

Stewards

Steward come angeli custodi, guardie giurate come sceriffi con la colt nel fodero. Il decreto del governo che, in otto articoli, stabilisce requisiti e mansioni degli steward e dei loro coordinatori all’interno dei nostri stadi, comincia il suo cammino verso l’approvazione con questa chicca pruriginosa: qui c’è qualcuno che può far fuoco. Vero, non fasullo. Il rischio, e forse l’augurio, è che parte del decreto venga stravolto strada facendo: non tutto può essere messo in atto in tempi brevi. Ma il cuore e la curiosità stanno nell’opera degli steward. In Inghilterra cominciò a parlarsene nel 1989, in Italia siamo ai primi passi.
L’identikit dello steward richiede una persona in «buona salute fisica e mentale», prestanza fisica, età tra i 30 e i 50 anni. Gli steward non saranno armati, nemmeno dei manganelli o di qualunque altro tipo di arma, perché giuridicamente le armi definite di «coazione fisica» possono essere usate solo dalla polizia. Ma i loro coordinatori certamente sì. E, infatti, ogni venti steward (in stadi con più di 7.500 posti) dovrà esserci una guardia giurata nei panni del coordinatore. Le guardie giurate avranno con sé la pistola che fa parte de loro corredo-arredo. Saranno i veri capi degli steward, ma non tanto per la pistola nel fodero quanto come figure di riferimento professionalmente superiori, con qualificazione giuridica diversa, nominate con decreto del prefetto, agenti nelle loro funzioni: più adatti a gestire situazioni difficili.
Oggi, negli stadi, entra armata solo la polizia eppoi quella ventina di guardie giurate che a Milano, Roma, Torino sono destinate alla sorveglianza delle porte carraie, al controllo delle zone in cui sono posteggiati i camion delle Tv, a difesa degli uffici amministrativi, scorte per gli incassi. In gergo il loro servizio è peculiare alla difesa dei beni.
Qui i beni da difendere saranno le tribune degli stadi. Prima dell’apertura, steward e coordinatori dovranno controllare gli spalti per verificarne la stabilità, rimuovere oggetti illeciti e pericolosi, garantire il libero accesso alle vie di fuga, accertare la perfetta funzionalità degli impianti antincendio e di quelli di video sorveglianza. Prima della partita dovranno presidiare i varchi, controllare biglietti e documenti, impedire l’accesso a chi non è in regola, a bandiere, striscioni illegali, materiali pericolosi o proibiti.
Durante la partita gli steward dovranno tenere occhi aperti perché i tifosi non scavalchino le recinzioni e non abbiano comportamenti illeciti, dovranno isolare i personaggi più violenti e segnalare alle forze di polizia quei minori (con più di 15 anni) trovati senza documenti. Ogni azione dovrà essere documentata su appositi moduli. Un lavoro lungo, e in certi momenti infernale. Di certo le guardie giurate dovranno aumentare di numero. Solo a Milano quelle impiegate fra notte e giorno di una qualsiasi domenica, sono circa duecento: il numero che servirebbe per diverse ore a San Siro. La coperta è corta, per addestrare una guardia giurata serve un mese, un mese e mezzo. Sarà pane, e guadagno, per le società che gestiscono e addestrano gli agenti (ecco pronto un altro business del calcio).
L’addestramento dei nuovi controllori andrà a carico delle società, che dovranno occuparsi anche dei «requisiti morali» dei dipendenti. Peccato che le società sportive non abbiano strumenti per verificare se esistono carichi pendenti. Ma se uno dei vigilantes non dovesse possedere i requisiti richiesti dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (perché, magari, condannato a più di tre anni di detenzione) le società verranno multate con una pena che andrà da 20mila a 100mila euro. Qualcosa cambierà, ma nell’attesa Zamparini, presidente del Palermo, e Cento, sottosegretario all’Economia, hanno già lanciato l’allarme: «Guai ad armare gli steward». Giusto, ma chi li arma?

Giochi di guerra

BELGRADO - Scontri fra tifosi bosniaci e serbi ieri sera a Mostar durante l'incontro, valido per il turno di qualificazione per la coppa Uefa, fra lo Zrinjski Mostar e il Partizan Belgrado. I sostenitori delle due squadre hanno cominciato ad affrontarsi lanciandosi pietre e razzi. Dopo una breve sospensione durante il primo tempo, la partita e' ripresa. Il match e' terminato con la netta vittoria per 6 a 1 del Partizan Belgrado. (Agr)

18 luglio 2007

Napoletani

Mentre Aurelio De Laurentiis, in videoconferenza da Roma, presenta Marek Hamsik e Ivan Lavezzi, fuori dal resort dove il Napoli ha costruito la sua casa, il malcontento viene alimentato da qualche gruppo ultrà, insoddisfatto della campagna acquisti.

«Gli slogan sono slogan, i fatti sono fatti. Dopo due promozioni consecutive andiamo avanti per la nostra strada senza operazioni da smargiassi o effetti speciali. Quelli li lascio al cinema americano, io ho preferito l'Italia. Chi ci vorrà seguire bene», ha risposto il produttore presentando anche la campagna abbonamenti con aumenti medi del 60 per cento.

Ivan Lavezzi è una seconda punta rapida e potente, arrivato in Italia grazie alla mediazione di George Cysterzpiller, il manager che portò Maradona a Napoli: «Ma Diego è unico e io sono qui per trovarmi un posto giocando per la squadra» ha sottolineato con umiltà il 22enne pagato 6 milioni di euro al San Lorenzo de Almagro.

«Se fosse stato uno dei protagonisti della vittoria dello scudetto in Italia, come lo è stato in Argentina, sarebbe costato molto di più», ha sottolineato Pierpaolo Marino contrariato dall'atteggiamento di Rolando Bianchi: «Ha scelto di guadagnare di più in Inghilterra. Nonostante un investimento di circa 26 milioni fra cartellino e contratto, non c'è stato mai entusiasmo nella controparte. Anzi, in 3 settimane di trattative non sono mai riuscito a parlare col giocatore».

17 luglio 2007

Coniglio

Durante l'ultima Milan-Inter lancio' in campo un coniglio con le zampe legate: tifoso rossonero accusato di 'lancio di materiale pericoloso'. L'episodio risale all'11 marzo. La Procura aveva chiesto nei confronti dell'ultras, un cinquantaduenne di Vigevano, una multa da 10.000 euro per maltrattamento d'animali. Il gip ha poi cambiato l'accusa. Il povero coniglio, invece, era stato raccolto dagli steward e portato in infermeria dove, ancora vivo ma malconcio, era stato adottato.

Un calcio alla distrofia

Sono già moltissimi i tifosi del Messina Calcio che hanno aderito al fondo “Gli amici di Edy” per raccogliere fondi che andranno a sostenere Parent Project, l’associazione di genitori che combatte la distrofia muscolare di Duchenne e Becker.

16/07/2007 - L’iniziativa, nata da un papà di Parent Project iscritto nel forum www.biancoscudati.it, è oggi diventato un esempio concreto di impegno sociale da parte di molte persone che stanno organizzando tantissime attività per finanziare una cura per migliaia di persone, tra bambini e ragazzi, che in Italia sono colpite da questa malattia rara.

“Quando ho cominciato a raccontare agli amici del forum quello che stava succedendo al nostro piccolo Edy - ha dichiarato Maurizio di Parent Project – non avrei mai sperato di trovare un così grande sostegno nel raccogliere fondi per la ricerca. Qui in Sicilia sono nati diversi gruppi di ragazzi che, per aiutare l’associazione, hanno cominciato ad organizzare delle attività, addirittura hanno fondato una compagnia teatrale che organizza spettacoli per le scuole. - continua – Voglio ringraziare tutte le persone generose che stanno continuando ad aderire a questa iniziativa ma, soprattutto, i tanti iscritti al Forum che in queste settimane hanno risposto al mio appello scrivendo cose bellissime che stanno aiutando me e la mia famiglia a non sentirci soli in questa battaglia. Mi piace pensare che, soprattutto in questo momento dove il tifoso è visto come un problema da risolvere, quanto stanno facendo i tifosi messinesi, possa servire da esempio a tutti. Il nostro è solo il “calcio d’inizio” di una partita che alla fine ci vedrà tutti vincitori. ”– ha concluso Maurizio

La Distrofia Muscolare di Duchenne e Becker è una malattia rara, la forma più grave delle distrofie muscolari, che colpisce 1 su 3.500 maschi nati vivi. Si stima che in Italia ci siano 5.000 persone affette dalla patologia. Attualmente non esiste una cura specifica, ma un trattamento da parte di una equipe multidisciplinare che ha permesso di migliorare le condizioni generali e raddoppiare le aspettative di vita.

Parent Project Onlus, nasce nel 1996 per sconfiggere questa grave distrofia muscolare promuovendo e finanziando la ricerca scientifica. In questi anni ha contribuito, con oltre 1.500.000 euro di investimenti, al finanziamento di più di 50 progetti specifici. Altro obiettivo primario dell’associazione è la formazione e il sostegno, per le famiglie coinvolte dalla malattia. Dal 2002, grazie al Centro Ascolto Duchenne, finanziato dall’ISMA (Istituti Santa Maria in Aquiro di Roma) e dalla Fondazione Peppino Vismara, è attivo un servizio gratuito che fornisce informazioni del quale possono beneficiare, oltre alle famiglie, tutti gli specialisti interessati all’approfondimento.

Per informazioni sulle attività organizzate dal fondo “Gli amici di Edy” contattare Maury 3476247070
Maggiori informazioni sulle attività in Sicilia Delegato Regionale Luca Genovese 339 7068178

Informazioni sulle attività di Parent Project e del Centro Ascolto Duchenne è possibile riceverle telefonando al Numero Verde 800 - 943 333 o visitando il sito internet www.parentproject.org Per sostenere i progetti di Parent Project Onlus c/c postale 94255007 - c/c bancario 000000010493 Banca Popolare Commercio e Industria Abi 05048 Cab 03205 Cin B

Ufficio stampa Parent Project Onlus
Stefania Collet
Tel. 06 66.18.28.11
Fax 06 66.18.84.28
Email ufficiostampa@parentproject.org
www.parentproject.org

16 luglio 2007

Abbonamenti

MEZZANA MARILLEVA. «Accordi stravolti». La nuova campagna abbonamenti fa scoppiare la prima grana stagionale dell’Udinese. La società, attraverso il suo sito ufficiale, ha reso noti i prezzi venerdì sera. Risultato? Le dimissioni del presidente dell’Associazione dei club Candido Odorico e quelle del suo successore Michele De Sabata che avrebbe dovuto subentrargli da fine settembre.
I motivi che hanno fatto scattare il muso duro sono – lo comunicato dell’Auc – fondamentalmente due: l’impossibilità di collaborare con la società e il cambio in corsa delle carte in tavola.
Comunicato. «Preso atto dell’anomala situazione creatasi in relazione alla campagna abbonamenti 2007/2008, che di fatto non tiene in considerazione i suggerimenti dell’Auc e nemmeno la possibilità di partecipazione diretta dei club a essa iscritti, l’Associazione Udinese club si dichiara estranea alle decisioni assunte dall’Udinese calcio che di fatto stravolgono i precedenti accordi. Tale fatto, in assenza di auspicabili e repentini cambiamenti, pregiudica pesantemente il percorso di collaborazione intrapreso». Il Consiglio direttivo informa di aver indetto una riunione straordinaria per mercoledì 18 alle 20.30 per deliberare «sulle dimissioni del presidente in carica e del presidente neoeletto e sui nuovi indirizzi di rapporto con l’Udinese».
Intempestività. Ai rappresentanti del tifo organizzato non è piaciuto il modo con cui la società si è mossa rendendo pubblici i prezzi della nuova campagna. Venerdì sera, sul sito dell’Udinese, il responsabile del marketing Massimiliano Ferrigno ha diffuso il dettaglio dei prezzi senza tener conto che soltanto mercoledì prossimo la società, con bomber Quagliarella come uomo-immagine, lancerà la nuova campagna nel ritiro trentino di Mezzana Marilleva. Stupisce poi notare come, ventiquattro ore dopo, dal sito dell’Udinese l’elenco dei prezzi sia inspiegabilmente sparito. Solo una coincidenza?
Nodi. Quelli cruciali che hanno fatto scattare la reazione di Odorico e De Sabata, però, sono altri. Innanzitutto aver scoperto che tra i terminali su cui è possibile sottoscrivere gli abbonamenti via Internet, non figurano, a differenza dello scorso anno, quelli dell’Auc. In secondo luogo che la formula dell’1+1 (un vecchio abbonato può far sottoscrivere la tessera a un amico a prezzo dimezzato) viene riproposta sì, ma a una condizione: che il nuovo tifoso non sia lo stesso presentato lo scorso anno.
Società. Il dg Leonardi, che sta trascorrendo il fine settimana in Sardegna con la famiglia, è stato così costretto anche ieri a intervenire su un argomento che non ha trattato in prima persona. «Mi dispiace che siano nato questo problema, però mi sembra che i rappresentanti della nostra tifoseria organizzata abbiamo ingigantito la cosa. Non è opportuno creare tensioni, mercoledì presenteremo la nuova campagna abbonamenti e vedremo di chiarirci».

15 luglio 2007

Igor Protti, amico degli ultras

La cordialità e la semplicità sono sempre state le armi di Igor Protti, un uomo che per la maglia amaranto ha dato tutto e di più. Ma quello che ha sempre stupito di lui è la capacità di andare oltre. Guerriero spregiudicato in campo, irascibile e inarrestabile, nel bene e nel male, ha scritto la storia di questa città attraverso i suoi gesti e le sue parole.
Lo ritroviamo a distanza di pochi anni dal suo ritiro, nelle vesti di uomo qualunque, con un senso di responsabilità, una capacità di leggere la vita e la nostra città in tutti i suoi aspetti che dovrebbe far invidia a coloro che, col loro voto, erano contrari a concedergli una cittadinanza che i livornesi, di fatto, gli hanno già regalato da anni.
Come e quando nasce la passione per il calcio in Igor Protti?
Praticamente da quando sono nato: mi hanno raccontato che quando ho iniziato a camminare prendevo a calci tutto quello che rotolava. Ricordo inoltre che, sempre piccolissimo, portavo a letto con me i primi palloni che mi venivano regalati. Penso che sia stato un fatto istintivo, innato.
1985-86.jpg

Quando hai capito che il sogno di fare calciatore diventava realtà?
Ho continuato a coltivare la mia passione nella squadra della mia città natale, Rimini. Ero sempre accompagnato da mio padre che mi portava allo stadio fino a quando, a 16 anni, ho debuttato in C1, sempre a Rimini. Una grande soddisfazione, ma che ancora non significava essere diventato un professionista. Cosa che invece avvenne l’anno successivo, quando fui aggregato alla prima squadra, con allenamenti mattina e pomeriggio, il ritiro il sabato e la partita la domenica. Quell’anno dovetti fare la prima scelta, ovvero abbandonare la scuola “classica”, quella pubblica, per ripiegare su quella privata, al serale. La scelta, ponderata con tutta la famiglia, di diventare un professionista a tutti gli effetti ci fu quando accettai il passaggio al Livorno: una volta che ti trovi a giocare lontano da casa cominci a pensare che la tua passione può davvero diventare un lavoro, anche se a me onestamente non è mai piaciuto pensare al calcio come un lavoro, perché il lavoro è un’altra cosa.
Ti riferisci al fatto che il calcio, a differenza di molti altri sport, ti dà comunque la possibilità di vivere senza essere costretto ad andare a lavorare?
Vivere e anche bene, certo. Anche se il calcio mi ha dato tanto ho il rammarico di non aver saputo conciliare questa passione con lo studio.
Che percezione avevi in quel momento, se riesci a ricordarlo, del mondo dello sport?
Le speranze di un ragazzino, dove lo sport è fatto di meritocrazia e di regole uguali per tutti.
E del mondo del lavoro, della società e della politica?
Quello vero, parlo del lavoro, l’ho vissuto di riflesso con la mia famiglia e lo vedevo come un mondo di grandi sacrifici fatti per portare a casa la possibilità di vivere in maniera onesta e dignitosa. Pér quanto riguarda i problemi sociali, sai, da ragazzino vivi nel tuo mondo e pensi a giocare a calcio, non hai un pieno contatto con certi problemi. Con la politica invece ho sempre avuto più un rapporto di tradizione, lo sai... (risata di entrambi)… in famiglia si respirava un’aria di un certo tipo e mio padre mi ha trasmesso le sue idee politiche, i suoi valori.
Come vedevi allora il mondo del tifo, si viveva il boom del movimento ultras?
protti_alzano.jpgLa passione per il pallone era innata ma, come ti ho detto, mi sono innamorato del calcio andando allo stadio con mio padre, guardavo 5 minuti la partita e 10 il tifo. Uno stadio senza i colori degli striscioni ed i cori non ha lo stesso significato di uno vuoto. Credo che tutto questo mi sia rimasto dentro nel momento in cui sono diventato un calciatore, perché mi sono sempre legato a chi mi faceva un coro, gioiva e soffriva con me.
Ed oggi Protti che percezione ha dello sport?
Non quella di quando avevo 18 anni, è normale. Sembra dimostrato che nel calcio ci fosse qualcosa che non andava. Spero che con tutto quel che è venuto alla luce venga totalmente cambiato e migliorato, anche se, “totalmente”, nel 2007 è difficile.
La politica?
Come sempre, è una tradizione, anche se devo essere sincero un poco più annacquata perché ho la sensazione che la politica…(ridiamo) non abbia tutti questi valori.
Non fai distinzione tra politica e ideologia?
Si, è una distinzione chiara, anche perché la politica oggi è tutto meno che ideologica, però credo che non debba comunque essere esageratamente motivo di divisione. Mi piace che la gente abbia delle idee ben radicate ma sempre nel rispetto di quelle altrui.
da_principeigor.it_3.jpgSe tuo figlio ti chiedesse cos’è un terrorista, cosa gli risponderesti?
L’opinione pubblica dice che il terrorista è legato comunque alla follia. Non so, essendo una persona che abolisce e odia ogni forma di violenza, mi sento anch’io di associare le due cose e quindi di condannarlo. Credo però che in generale, non solo legato a questo caso specifico, quando mi farà certe domande cercherò di aiutarlo a capire, leggere e valutare, quindi farsi una propria opinione. E’ chiaro però che se una persona subisce un sopruso e a questo sopruso reagisce in maniera molto violenta non posso dire che va bene, assolutamente, ma non posso neanche appoggiare chi commette il sopruso.
E quindi se ti chiedesse come fa un generale ad esportare la democrazia con le bombe?
Con me sfondi una porta aperta, io farei volentieri a meno di tutti e due. Mi sento tanto piccolo di fronte ai problemi del mondo! Quando si parla di guerra si sa dove si inizia ma non dove si finisce, chi ha cominciato prima e chi dopo. So solo che nel 2007 si dovrebbe tirare un riga e farla finita con tutti i conflitti. Chi intende erigersi a esportatore della democrazia mi sembra comunque presuntuoso. Intanto sarebbe bene essere democratici, ma davvero, nel nostro paese, anziché riempirsi la bocca di una parola vuota.
principe_igor.jpgPensi che il tuo “io” abbia inciso nella tua carriera?
Dal punto di vista economico, sicuramente. Se avessi fatto scelte più “professionali” però avrei ricevuto meno da quello sportivo e da quello personale, dai rapporti e dagli affetti.
E il tuo rapporto con la burocrazia del calcio? Se tu fossi stato più “morbido”, avresti ottenuto di più?
Questo non posso e non voglio dirlo, voglio pensare e sperare che se ho o non ho ottenuto è solo per merito o per demerito mio. Se poi altri lo pensano o lo dicono è una cosa, non posso farlo io. (lo diciamo noi, Igor!)
Oggi come vivi il tuo essere Protti?
Nel modo che desideravo, ossia da persona normale, stando vicino ai miei figli, curando un’attività. Per il mio passato mi capita spesso di essere coinvolto in progetti sociali e beneficenze, non ho mai amato tanto apparire perché credo più nelle cose fatte nell’ombra. Però alla fine ho capito che è una mia contraddizione: se il personaggio frutta di più al fine è giusto che sia così, forse.
Insomma, torniamo al Protti calciatore, parti da Livorno, fai una grande carriera e poi ritorni, perché?
1987-88.jpgPerché Livorno è stato il filo conduttore della mia carriera, da qui sono partito e qui ho finito, un cerchio che si è chiuso. Mi sono innamorato. Ho sempre legato molto nei posti in cui sono stato a lungo, Bari, Messina… però dentro di me ho sempre avuto la voglia di tornare in una città che mi ha dato tanto dal punto di vista umano. A 18 anni sei un “bimbo” e non è facile stare lontano da una famiglia molto unita come la mia. Livorno mi ha accolto a braccia aperte.
Come l’hai trovata quando sei tornato?
Una città di grande passionalità, dove magari ci sono realtà giovanili di disagio, di difficoltà e che allo stadio vengono portate all’attenzione della gente, magari anche in maniera forte e provocatoria. Però la curva è sempre un posto dove c’è aggregazione, non solo di giovani, ma anche da parte delle famiglie, che in curva ci vanno.
Come hai convissuto con le contraddizioni di questa città?
Ci sono state situazioni particolari sicuramente (ridiamo…), però nessuno mi parli male di Livorno perché mi ha dato tanto e alla fine mi rendo conto che sarebbe stupido pensare che non dovrebbe avere anche dei difetti. Certo che le “chiacchiere”, che alcune “voci” false messe in giro da chi ti vuole male possano in poco tempo diventare verità solo perché fanno notizia, sono un difetto che si dovrebbe cercare di eliminare.
Da calciatore acclamato come il capo degli ultrà, come hai vissuto il mondo ultras?
protti_bandiera_pisa.jpgQui a Livorno è stato splendido, si era creato un rapporto tra giocatori e curva straordinario. Ogni mondo ha i suoi aspetti positivi e negativi, però degli ultrà si parla solo degli episodi di violenza, che come ti dicevo non amo, mentre si ignorano quelle iniziative fatte per dare una mano a chi è in difficoltà.
C’è stata secondo te un’esasperazione di questo fenomeno, da una parte presentandolo come pericolosità sociale assoluta, dall’altra trasformando la folkloristica scazzottata, raccontata anche dai nonni, in episodi a volte allucinanti?
Parto dal presupposto che si vince con la testa e non con le mani (ho fatto pure uno spot…), e ne sono convinto. Comunque sì, leggendo i libri e ascoltando i racconti di chi stava sugli spalti 30 anni fa sembrava così: cose che succedevano, i derby, le tifoserie mischiate… Oggi è diverso, due schieramenti, uno da una parte uno dall’altra, la militarizzazione nel mezzo. Non so oggi cosa succederebbe se fosse altrimenti, se sarebbero due schiaffi come un tempo. C’è tanta esasperazione e lo abbiamo visto: razzi, coltelli… Qualcuno ci ha peso pure la vita.
Però c’è una parte del mondo ultras che ripudia certi metodi.
Ricordo e sono felice di aver sentito e visto questo nelle riunioni a Livorno in passato.
Non credi che gli stadi a volte servono per riempire i tg e non parlare d’altro?
Spesso è stato così e non solo per gli stadi. È una sensazione che ho avuto e che ho tuttora.
Tu come hai vissuto lo scandalo Moggi?
Non ho ancora capito perché, se abbiamo accertato delle colpe, siamo andati gradualmente a scalare sempre di più le pene.
E la scelta della curva nord di contestare la nazionale, per non seppellire questa vergogna?
Una decisione da rispettare. Ognuno deve essere libero di pensarla come vuole.
passaggio_di_consegne.jpgPerò c’è chi ha detto che per questo fatto la gente non va più allo stadio.
No, il calo di spettatori avrà almeno 100 motivi, ognuno poi avrà il suo… ma la curva la vedo sempre piena con la solita passionalità (ridiamo... forse con orgoglio)
Protti si è ritirato e le Bal si sono sciolte. Credi che a Livorno sia finita un era?
Libero ognuno di credere che sia meglio o peggio per entrambe le cose, ma penso che abbiamo vissuto un momento particolare negli anni di C e B, e forse qualcosina non c’è più…
Ho la sensazione che quando parli ti trattieni un po’, forse perché cosciente del peso che possono portare le tue parole. È così?
Sì, so che hanno un peso. Mi sento sempre responsabile.
Ricordando quel magnifico attimo in cui hai lasciato la fascia del capitano a Cristiano, se tu dovessi passare quest’intervista a qualcuno, a chi la passeresti?
Mi sarebbe tanto piaciuto passarla a mio padre, una persona che per me ha rappresentato molto. Anche se la sua presenza fisica, purtroppo, mi ha lasciato troppo presto, l’ho sempre avuto con me in ogni momento. Facciamo quindi come per la fascia?

(L.B.)

Ternani

Da un pò di tempo si respira una strana aria nella nostra città. In pochi giorni abbiamo assistito alla nascita di un nuovo partito, rigorosamente trasversale, con il coinvolgimento della politica, del giornalismo, dell'editoria e di una parte della piccola imprenditoria "rampante".



Dall'alto di una presunzione senza precedenti, dimenticando di colpo due anni di scempi, offese e umiliazioni, ci presentano una nuova e meravigliosa favola: Giorgini diventa una povera vittima del sistema, Pesce va rivalutato a fronte di una campagna acquisti/cessioni autogestita in modo manageriale, i fratelli Montemari diventano di colpo simpatici e Longarini fa il suo dovere pagando gli stipendi regolarmente.



Tutto questo improvviso buonismo, dopo che si sono consumati fiumi di inchiostro e di parole nei vari giornali, nelle varie trasmissioni televisive e nei consigli comunali, ci sembra alquanto sospetto e offensivo nei confronti dei tifosi, che pur accecati da una forte passione verso i colori rossoverdi, non riescono a trovare motivi validi per questo repentino cambio di giudizio sulla Ternana calcio.

Noi non vediamo alcun cambiamento, anzi.

Vediamo ancora Montemari "tranquillizzare" i tifosi all'uscita dal comune, ma non abbiamo ben capito se si riferisse ai 300 che affollavano il Liberati contestando aspramente o ai 10 mila che questa società ha cacciato dallo stadio.

Vediamo Dominicis che non si presenta agli appuntamenti, delegando gli impiegati a presenziare agli incontri con le autorità cittadine.

Vediamo Giorgini che con atteggiamento da martire dichiara di voler riportare l'entusiasmo a Terni, quando sa benissimo che i tifosi ternani non lo vogliono e mai lo vorranno.

Vediamo le comiche dichiarazioni di Pesce: "le tante richieste verso i giocatori della Ternana sono frutto del buon lavoro dello scorso anno"... quel buon lavoro che ha portato la squadra sull'orlo del baratro della C2.

L'unica vera costante di questi personaggi è la volontà di prendere in giro la città di Terni, dalle sue massime istituzioni ai semplici tifosi.

Restiamo in attesa dei prossimi eventi armati come sempre di passione, coerenza, e della consapevolezza che la dignità nella vita è fondamentale. Purtroppo dobbiamo notare che non per tutti è così.



COMITATO SPONTANEO ROSSOVERDE

AVANTI TERNI, AVANTI TERNANA

Boys Parma

Non c’è niente da fare, nonostante siano ormai passate due settimane dalla presentazione, i tifosi del Parma non riescono ad abituarsi allo slogan che la società ducale ha scelto per l’attuale campagna abbonamenti. Per questo motivo i Boys hanno deciso di scrivere un breve comunicato stampa su cui evidenziare tutte le loro perplessità: “E’ bello girare per Parma e vedere ovunque il simbolo della nostra squadra. Sono i manifesti per la campagna abbonamenti del Parma Fc. Peccato per lo slogan, che tanto ricorda il prosciutto cotto e alcuni sfottò dei nostri avversari. Magari sarebbe stato meglio chiedere un consiglio ai tifosi crociati…
I prezzi degli abbonamenti sono aumentati rispetto all’ultima stagione, ma rimangono in linea con quelli degli ultimi anni e si possono considerare accettabili alla luce dei nuovi fondamentali investimenti nel parco giocatori, dopo anni di vendite e svendite. Sbagliato e inaccettabile, invece, è stato rivedere le politiche economiche che favorivano la partecipazione dei giovani (futuri ultras e tifosi dei gialloblu). Speriamo la società torni presto sui suoi passi.
Grottesco il “Survival kit” della Banca Monte. Chi investe nel calcio dovrebbe capire che i tifosi non vogliono coperte o pantofole, ma che si giochi alla domenica alle 15 (specie d’inverno al Nord). Invece di distribuire gadget e articoli per la “sopravvivenza”, sarebbe meglio che i vertici societari si adoprassero per stimolare la revoca delle norme che vietano l’ingresso di striscioni, bandiere, coreografie, tamburi e megafoni”.

Poi i Boys invitano tutti i tifosi gialloblù a restare vicini alla squadra in ogni momento della stagione. Dal ritiro estivo di Folgaria (iniziato oggi), alle partite del prossimo campionato, sia quelle casalinghe che quelle lontano da casa.
“Come BOYS, come ultras del Parma, chiediamo a tutti sempre la stessa cosa: di stare vicini alla squadra della nostra comunità. Vi vogliamo tutti allo stadio, sempre. Se volete fare l'abbonamento fatelo; se volete fare il biglietto, fate il biglietto; se riuscite a scavalcare: scavalcate! L'importante è continuare a stare accanto alla squadra che rappresenta la nostra città, la nostra storia, il nostro essere di Parma.
Fare l'abbonamento permette di risparmiare tempo e soldi rispetto all’acquisto dei singoli biglietti; se questo significa che sarete più presenti allo stadio, fatelo! Se per voi fare l'abbonamento può essere di stimolo a venire assiduamente al Tardini, fatelo! Se per voi fare l'abbonamento è un gesto d'amore per il Parma Calcio, fatelo! A noi interessa solo una cosa: vedere il Tardini (e magari anche qualche settore ospiti in trasferta - alla faccia del decreto Melandri-Amato) pieno di tifosi gialloblu crociati, che si sgolano per i colori di Parma. Che poi, questi, siano entrati con l'abbonamento, o con il biglietto dotato di banda magnetica, o di "struso", non ci interessa.
Vi vogliamo tutti al seguito del Parma Calcio! Fin da ora.
Noi, com'è sempre stato e come sarà sempre, ci siamo e ci saremo. In prima fila, in casa e in trasferta, dentro e fuori.
Il Parma Fc, com’è giusto che sia, chiede a tutti di abbonarsi. Noi, come BOYS, chiediamo a tutti di seguire il Parma, in casa e in trasferta. A chi ha deciso di abbonarsi, a chi ha deciso che acquisterà il biglietto, a chi ha deciso che scavalcherà, chiediamo un’altra cosa: di venire in Curva Nord. Perché non basta esserci sempre. Solo tifando, solo esternando la passione, si mettono in difficoltà gli avversari e si spinge il Parma alla vittoria.
Quando il nuovo presidente è arrivato a Parma, gli abbiamo scritto chiaramente quello che vogliamo: «Non chiediamo questo o quell'acquisto; chiediamo passione. Chiediamo amore per Parma e per il Parma, per le nostre tradizioni e per i nostri simboli […]». E lo stesso, sempre, lo chiediamo alla città. Passione e amore, quindi partecipazione e tifo. Perché da BOYS, da ultras di Parma, misuriamo così la Fede.
Non vi chiederemo quanto avete pagato o investito in una spa, perché i sentimenti non si misurano in euro. Vi chiederemo di cantare, di sventolare una bandiera, di esserci sempre, di tenere alto l’onore di Parma in ogni dove. Vi chiederemo di sacrificare tutto, di avere coraggio anche quando è dura, anche quando sarebbe più comodo arrendersi.
Vi chiediamo di venire in Curva Nord, per tifare insieme a noi. Per vivere lo stadio da tifosi e non da spettatori. Per stare vicino ai crociati nel bene e nel male, per urlare forte l’amore per i nostri colori e la nostra città.
Il primo appuntamento è domenica a Folgaria. Il 29 a Glasgow, in Scozia.
W PARMA, il PARMA, e i BOYS!

BOYS PARMA 1977