1 giugno 2007

Tradizione bianconera

Antonio Manfreda portavoce dei tifosi della Juventus
MASSIMO NUMA
TORINO
Dimenticare il passato. Antonio Manfreda, portavoce del gruppo di ultras juventini «Tradizione», è molto triste dopo il blitz della Digos nel bar club Black&White di via Moncalieri a Grugliasco. Nel retrobottega c’era un arsenale: mazze, armi micidiali come i grossi cavi di rame sezionati; oppure le stecche da bigliardo tagliate o i manici di zappa. Oppure le bombe da stadio, le manette, i gadget che inneggiano alla violenza. Il titolare del bar, Umberto Toia, era stato denunciato per il possesso di armi ed esplosivi. Ma che dovevano servire, le decine di «mazze»? A un regolamento di conti tra gli ex-Fighters, che si sono spostati in curva Nord, e i «Drughi» protagonisti nei mesi scorsi di risse e accoltellamenti. L’episodio più grave, nell’estate 2006, ad Alessandria, quando fu ferito con le lame il capo dei «Drughi», Gerardo Mocciola. Ipotesi della Digos: «Abbiamo scongiurato l’ennesimo regolamento di conti». Replica degli ex «Fighters»: «E’ vero, in passato ci sono stati scontri. Non siamo qui a sostenere di essere degli angioletti. Ma da qualche tempo è tutto finito. In trasferta si va assieme, partecipiamo ai cori e alle iniziative. Con la violenza abbiamo chiuso».

E le armi? «Erano in un borsone - spiega Umberto Toia - dimenticate da anni in quel retrobottega dove c’era di tutto, nel disordine. Neanche mi ricordavo più della loro esistenza. Non so perchè siano venuti adesso, forse cercavano qualcos’altro. Non so». O forse la polizia ha avuto un’informazione giusta, ma un po’ datata. Manfreda: «Lo so che è difficile crederci. Ma il clima è cambiato. Certi scenari, certi atteggiamenti violenti non ci appartengono più. Se non fosse così, porterei con me i miei due bambini allo stadio? Anche Umberto è cambiato, avrà commesso errori in passato ma perchè criminalizzare le persone per sempre?». Difesa accorata di Toia che è tuttora oggetto di provvedimenti amministrativi. Ha ricevuto il Daspo, allo stadio lui non ci può andare. E’ vero però che da tempo la guerra fratricida tra gli ultras bianconera sembra in qualche modo sedata. Qui e là, ancora qualche tensione ma niente di organizzato. «Se uno fa un torto a un’altra persona e questa si vuole vendicare con un paio di mazzare, a titolo personale, che c’entra “Tradizione”? Il fatto è che quando si distribuiscono le etichette, è poi impossibile strapparsele di dosso. Ripeto, non abbiamo più alcun interesse a sostenere una guerra tra di noi. Il passato è archiviato per sempre».

La storia del mare di soldi ai tempi belli - per alcuni - della Triade, cioè quando comandava Moggi, che piovevano sugli ultras: «Ma quando mai, forse tanto tempo fa. Ma si trattava di somme irrisorie. Comunque noi non riceviamo neppure un cent. Compriamo i biglietti regolarmente, senza avere neanche un piccolo contributo dal club. E’ cambiata l’atmosfera, sono finite le lacerazioni tra di noi». Ma è vero che si sentite sconfitti, frustrati di non essere più al centro della Sud? «Falso anche questo. Stiamo bene nella Nord. La stagione è andata benissimo, non è mai accaduto nulla di grave. Siamo rimasti stupiti di essere stati in qualche modo accusati di volere affrontare una guerra nelle ultime giornate di campionato».

Manfreda, va tutto bene, però le mazze, che possono anche uccidere una persona, nel bar c’erano: «Nessuno nega questa circostanza, ci mancherebbe altro. Ma Toia ha spiegato che erano state dimenticate nel retrobottega da altre persone, che lui ormai non c’entra più nulla con quel modo di concepire il tifo per la Juve. Ma scusate, se davvero qualcuno avesse avuto organizzato per questi giorni una spedizione punitiva, pensate che avremmo usato come nascondiglio proprio il nostro bar? Che è poi l’unica fonte di sostentamento per una famiglia? No, non siamo così ingenui». Insomma, sepolta l’«ascia di guerra» è tempo di ritornare a pensare alla Juve. «Tornerà grande». E su questo, tutti gli ultras sono d’accordo.

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